Sicurezza, Franco Gabrielli avverte il governo: «Così si rischia uno Stato di polizia e la compressione delle libertà dei cittadini»

Franco Gabrielli

Quando a parlare di Stato di polizia non è un leader dell’opposizione ma un uomo che ha guidato la Polizia di Stato, diretto i servizi segreti, coordinato la Protezione civile e ricoperto l’incarico di sottosegretario alla Sicurezza, vale la pena fermarsi ad ascoltare. Franco Gabrielli sceglie parole pesanti, misurate ma inequivocabili, per criticare l’impostazione con cui il governo Meloni sta affrontando il tema della sicurezza.

Nell’intervista concessa a Gianluca Lettieri per Il Centro, l’ex capo della Polizia disegna un quadro molto diverso da quello raccontato dalla maggioranza. Non mette in discussione la necessità di garantire sicurezza ai cittadini, ma contesta il metodo con cui l’esecutivo affronta il problema: provvedimenti costruiti sull’onda emotiva dell’ultimo fatto di cronaca, norme sempre più severe e il rischio che, pezzo dopo pezzo, si restringa lo spazio delle libertà individuali.

«Il governo insegue le pulsioni emotive del momento»

Per Gabrielli il problema nasce dall’assenza di una strategia complessiva. Il continuo susseguirsi di decreti e interventi legislativi dimostrerebbe, a suo giudizio, una politica incapace di costruire una visione organica della sicurezza.

«Più che inseguire la destra estrema, il governo sta inseguendo le pulsioni emotive del momento. Tutti i provvedimenti hanno un fortissimo aggancio all’ultimo fatto di cronaca», afferma l’ex prefetto. Una dinamica che, secondo Gabrielli, produce un doppio effetto: «Manca una strategia complessiva» e si alimenta «una spirale delle pulsioni emotive che si sa dove inizia, ma non si sa dove finisce».

È una critica che investe direttamente l’impianto delle politiche sulla sicurezza portate avanti negli ultimi mesi. Ogni emergenza genera una nuova risposta normativa, ma l’accumulo di provvedimenti rischia di sostituire la programmazione con la rincorsa continua all’emozione del momento.

«La sicurezza non può costare le libertà dei cittadini»

Il passaggio più duro dell’intervista arriva quando Gabrielli viene interrogato sulle conseguenze di questa impostazione. «Il rischio estremo è che si accetti l’idea che questa vagheggiata sicurezza abbia come contropartita la compressione di moltissime libertà e di moltissimi diritti», osserva.

Poi pronuncia la frase destinata ad alimentare il dibattito politico. «Le libertà delle persone, con controlli estremamente invasivi e la possibilità di diventare oggetto di uno Stato di polizia. Uno Stato di diritto non dovrebbe mai considerare auspicabile una soluzione del genere».

Parole che arrivano proprio mentre il Parlamento discute il decreto sul riconoscimento facciale e sulla raccolta dei dati biometrici nei luoghi pubblici. Un collegamento che Gabrielli non esplicita direttamente, ma che rende inevitabile il confronto tra le sue preoccupazioni e il nuovo impianto normativo voluto dall’esecutivo.

Il caso Roggero e il rifiuto del populismo penale

Nell’intervista trova spazio anche il caso del gioielliere Mario Roggero, condannato per aver ucciso due rapinatori durante un inseguimento. Gabrielli invita a evitare letture semplificate e respinge la tentazione di scaricare sulla magistratura responsabilità che appartengono invece al legislatore.

«Molto spesso il problema principale sono le leggi e il modo in cui sono state scritte», osserva, ricordando come la determinazione della pena segua criteri giuridici complessi e non possa essere ridotta al confronto emotivo tra vicende diverse. Ancora più netta la risposta sulla legittima difesa assoluta.

Alla domanda su quale rischio comporti sostenere che difendersi sia sempre legittimo, Gabrielli replica con una sola espressione: «Il Far West». E spiega che uno Stato incapace di garantire sicurezza finisce per spingere i cittadini ad armarsi, aumentando però il livello di violenza e il pericolo per tutti.

«La sicurezza è un diritto, non uno slogan»

L’ex capo della Polizia non risparmia critiche neppure alla sinistra, che accusa di avere sottovalutato per anni il tema della sicurezza lasciandolo diventare un terreno esclusivo della destra.

«La sicurezza è una precondizione per tutti i diritti e tutte le libertà e riguarda soprattutto le persone più deboli», afferma. Proprio per questo, conclude, non può essere affrontata con slogan, paure o soluzioni propagandistiche, ma richiede una politica capace di tenere insieme prevenzione, legalità e tutela delle garanzie costituzionali.

È una riflessione che arriva da chi ha trascorso quasi quarant’anni ai vertici delle istituzioni italiane e che assume un peso particolare nel momento in cui il Parlamento si prepara a discutere alcune delle norme più controverse degli ultimi anni sul rapporto tra sicurezza e libertà individuali.