Giallo della ricina a Pietracatella, il padre di Antonella Di Ielsi non crede al genero: «Ma non posso affermare che sia coinvolto»

Gianni Di Vita

Catenaccio: Salvatore Di Ielsi racconta di aver chiesto direttamente a Gianni Di Vita se abbia avuto un ruolo nella morte della moglie e della figlia. L’ex sindaco ha negato, ma il suocero conserva i suoi dubbi. Intanto sono attesi dalla Germania nuovi risultati degli accertamenti sulla ricina. «Gli ho chiesto se fosse coinvolto e mi ha detto di no». Poi la domanda inevitabile: gli crede? La risposta di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella, restituisce tutta l’incertezza che ancora circonda il giallo della ricina di Pietracatella: «Non ci credo e neanche lo posso affermare».

Da una parte, dunque, i dubbi di un padre che ha perso la figlia e la nipote. Dall’altra l’assenza, almeno allo stato attuale dell’inchiesta, di elementi che consentano di attribuire pubblicamente responsabilità a Gianni Di Vita, marito di Antonella Di Ielsi e padre di Sara. Nel mezzo c’è un’indagine che potrebbe entrare in una fase decisiva con l’arrivo dalla Germania dei risultati degli accertamenti affidati al Robert Koch Institut di Berlino.

Il padre di Antonella: «Gli ho chiesto se fosse coinvolto»

Salvatore Di Ielsi ha raccontato di aver affrontato direttamente il genero. Una domanda senza giri di parole: hai qualcosa a che fare con quello che è successo? Di Vita avrebbe risposto negativamente. Ma quel «no» non è riuscito a cancellare tutti gli interrogativi del suocero. Quando gli è stato chiesto se credesse alla versione del genero, Di Ielsi ha risposto: «Non ci credo e neanche lo posso affermare».

Una distinzione fondamentale. Il padre di Antonella manifesta apertamente i propri dubbi, ma allo stesso tempo riconosce di non avere elementi per trasformarli in un’accusa. E sulla ricerca della verità la sua posizione è altrettanto netta: se verrà individuato un responsabile, dovrà «scontare in base alle leggi e senza trucchi» quanto stabilito dalla giustizia.

Il matrimonio di Antonella e l’ipotesi della separazione

Tra gli elementi sui quali gli investigatori stanno cercando di fare chiarezza c’è anche la situazione matrimoniale tra Antonella Di Ielsi e Gianni Di Vita. Secondo alcune ricostruzioni, la donna avrebbe pensato da tempo a una separazione. Il padre sostiene però che Antonella non gli avesse mai confidato direttamente questa intenzione.

«Non me ne ha parlato mai, ma in base a come si dice era da tempo che ne parlava e ci pensava», ha spiegato. Un elemento ancora da definire, così come resta da chiarire il significato di alcuni rapporti personali della donna emersi durante gli approfondimenti investigativi. Nel corso dell’inchiesta si è parlato anche di presunte discussioni tra Antonella e un’altra donna ascoltata più volte dagli investigatori. Su questo punto Salvatore Di Ielsi è categorico e nega che il litigio sia mai avvenuto: «Non è vero».

Antonella e Sara morte per la ricina, il mistero ancora senza soluzione

Il cuore dell’inchiesta resta naturalmente la ricina. Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte dopo essere state avvelenate dalla potentissima tossina. Da allora gli investigatori cercano di ricostruire il percorso del veleno: come sia arrivato nella loro disponibilità, in quale modo sia stato assunto e soprattutto se dietro le due morti ci sia stata un’azione volontaria.

Gli accertamenti hanno riguardato persone, oggetti, alimenti e ambienti legati alla famiglia, mentre autopsie, analisi tossicologiche e testimonianze vengono progressivamente incrociate dagli inquirenti. Uno dei punti cruciali è stabilire con la maggiore precisione possibile chi sia entrato in contatto con la ricina e in quali circostanze.

Secondo quanto emerso finora, Gianni Di Vita e l’altra figlia Alice non avrebbero sviluppato anticorpi contro la tossina. Anche questo dato dovrà però essere letto nel quadro complessivo degli accertamenti scientifici.

Gli esami di Berlino possono cambiare l’inchiesta

Proprio per questo sono particolarmente attesi i risultati provenienti dal Robert Koch Institut di Berlino, uno dei principali centri europei per lo studio e il controllo delle malattie e degli agenti biologici.

Le relazioni dovrebbero arrivare sul tavolo della procuratrice di Larino Elvira Antonelli e saranno confrontate con tutto il materiale raccolto durante mesi di indagini: risultati delle autopsie, esami tossicologici, reperti sequestrati e dichiarazioni delle persone ascoltate.

Non è detto che gli accertamenti tedeschi consegnino immediatamente agli investigatori il nome di un responsabile. Potrebbero però consentire di restringere il campo delle ipotesi e verificare la compatibilità delle ricostruzioni formulate fino a questo momento. La questione centrale rimane infatti quella che accompagna il caso fin dall’inizio: come sono state avvelenate Antonella e Sara?

Dall’inchiesta contro ignoti ai possibili indagati

L’indagine potrebbe dunque avvicinarsi a un passaggio delicato. Finora il lavoro investigativo è servito soprattutto a raccogliere elementi scientifici e testimoniali attorno alle due morti. Se gli esiti degli accertamenti permetteranno di consolidare una determinata ricostruzione, la Procura potrà valutare ulteriori iniziative e l’eventuale iscrizione di persone nel registro degli indagati.

Un’iscrizione che, è bene ricordarlo, avrebbe innanzitutto funzione di garanzia e non rappresenterebbe in alcun modo una dichiarazione di colpevolezza. Per ora restano quindi le domande. E resta quella frase di Salvatore Di Ielsi, sospesa esattamente sul confine tra il dubbio personale e ciò che può essere dimostrato: ha chiesto al genero se fosse coinvolto, Gianni Di Vita ha risposto di no. Lui non riesce a credergli. Ma sa di non poterlo accusare. Adesso la parola passa soprattutto alla scienza. E ai risultati che stanno per arrivare da Berlino.