Thiago Avila è arrivato in aula con le catene ai piedi. Stanco, provato, con il volto segnato dalle botte che, secondo la denuncia dei suoi legali e del personale consolare brasiliano, avrebbe ricevuto durante la detenzione. Accanto a lui, Saif Abukashek, attivista spagnolo-palestinese, portava ancora sui polsi i segni delle fascette con cui sarebbe rimasto legato per quasi due giorni. Sono loro i due membri del direttivo della Global Sumud Flotilla trattenuti in Israele dopo il raid della Marina israeliana, mentre gli altri 173 attivisti fermati sono stati liberati e trasferiti in Grecia.
Il tribunale di Ashkelon ha deciso di prolungare la detenzione di Avila e Abukashek, che resteranno nel carcere di Shika almeno altri due giorni. Una decisione destinata ad aggravare il caso internazionale esploso attorno alla Flotilla, perché sui due attivisti ora pesano ipotesi pesantissime: assistenza al nemico in tempo di guerra, contatti con agenti stranieri, fornitura di servizi e trasferimento di beni per conto di un’organizzazione terroristica. Non si tratta di una incriminazione formale, ma di accuse ancora “sotto indagine” che, secondo il sistema israeliano, consentono comunque di prolungare la detenzione.
Thiago Avila in catene davanti al giudice di Ashkelon
Le immagini dell’udienza pubblica hanno colpito per la loro durezza. Thiago Avila, attivista brasiliano, è stato portato davanti al giudice con la divisa marrone dei detenuti e le catene ai piedi. Da giorni è in sciopero della fame per protestare contro le violenze e gli abusi che sostiene di aver subito dopo il fermo. Il suo volto, secondo quanto denunciato, mostrava ancora i segni delle percosse. Già il personale consolare brasiliano, dopo essere riuscito a incontrarlo in carcere, aveva lanciato l’allarme sulle sue condizioni.
Anche Saif Abukashek è apparso provato. Sui polsi, secondo gli avvocati dell’ong Adalah, erano ancora visibili i segni delle fascette usate per immobilizzarlo. I legali hanno parlato apertamente di “trattamento inumano”, sollevando il tema durante l’udienza. Il tribunale, però, non è intervenuto su questo punto e ha accolto parzialmente la richiesta dell’avvocatura dello Stato israeliana, che chiedeva altri quattro giorni di carcere per entrambi.
Le accuse di terrorismo e il nodo della detenzione
Il cuore della vicenda è ora giudiziario, ma anche politico. Le ipotesi formulate contro Avila e Abukashek collocano il caso su un terreno delicatissimo: terrorismo, assistenza al nemico, rapporti con agenti stranieri. Accuse che al momento restano nell’ambito dell’indagine, ma che bastano a Israele per giustificare il trattenimento dei due attivisti.
Gli avvocati di Adalah contestano invece la base legale stessa della detenzione. Secondo la difesa, Avila e Abukashek sarebbero stati catturati in acque internazionali di competenza europea, quindi fuori dalla giurisdizione israeliana. È proprio questo il punto che sta facendo esplodere la protesta diplomatica: il raid, la cattura e il trasferimento in Israele vengono descritti dai Paesi coinvolti come un’azione illegale.
Spagna e Brasile protestano: “Azione illegale”
Brasile e Spagna hanno già alzato la voce. In una nota congiunta hanno condannato quello che definiscono il “rapimento” dei propri connazionali in acque internazionali. Secondo la loro ricostruzione, il fermo di Avila e Abukashek sarebbe una “azione palesemente illegale”, compiuta al di fuori della giurisdizione israeliana e in violazione del diritto internazionale.
Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha chiesto l’immediato rilascio di Saif Abukashek, cittadino spagnolo da oltre vent’anni, definendo il raid “completamente illegale”, “inaccettabile” e “al di fuori di qualsiasi giurisdizione”. Parole durissime, che aumentano la pressione diplomatica su Israele e trasformano la vicenda della Global Sumud Flotilla in un nuovo fronte di scontro internazionale.
L’Italia si muove: esposto urgente alla Procura di Roma
La battaglia per la liberazione dei due attivisti non si gioca solo in Israele, Spagna e Brasile. Anche in Italia sono partite iniziative legali. È stato presentato un esposto urgente alla Procura di Roma, mentre sul piano europeo è stato depositato un ricorso urgente alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
L’obiettivo è ottenere un intervento rapido sulla detenzione di Avila e Abukashek, facendo leva sulla presunta illegalità del fermo in acque internazionali e sulle condizioni denunciate dagli avvocati. A livello mondiale è partita anche una raccolta firme che, in poche ore, ha già raggiunto migliaia di sottoscrizioni. Per i due attivisti è intervenuta anche Greta Thunberg, che in passato ha partecipato più volte alle missioni delle flotille dirette verso Gaza e che questa volta ha scelto di sostenere l’iniziativa da terra.
Il caso Flotilla diventa un fronte internazionale
La decisione del giudice di Ashkelon non chiude la vicenda. Al contrario, la riapre su un piano ancora più ampio. Da una parte Israele rivendica la necessità di indagare su accuse gravissime. Dall’altra gli avvocati, gli attivisti e i governi di Spagna e Brasile denunciano un fermo illegale, violenze, trattamenti degradanti e una violazione del diritto internazionale.
Thiago Avila e Saif Abukashek restano in carcere. Ma il caso ormai è uscito dalle mura del tribunale israeliano. È arrivato nelle cancellerie diplomatiche, nelle procure, davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo e nelle piazze virtuali della mobilitazione globale. Con una domanda che pesa su tutto: se davvero i due attivisti sono stati fermati in acque internazionali, chi aveva il diritto di portarli via?







