Michael Jackson, il biopic autorizzato santifica il re del pop: tanta musica, zero ombre e una verità rimasta fuori campo

Michael Jackson

Il problema delle biografie autorizzate è tutto dentro quell’aggettivo, “autorizzate”, che dovrebbe rassicurare e invece spesso insospettisce. Perché quando un film nasce con il timbro di approvazione degli eredi, degli aventi diritto, dei custodi dell’immagine e del mito, è quasi inevitabile che qualcosa si perda per strada. Nel caso di Michael Jackson, poi, il meccanismo si complica ulteriormente, perché attorno alla sua figura si muove da sempre un universo sterminato di interessi, sensibilità, memorie, convenienze e versioni concorrenti. Non stupisce, quindi, che il biopic Michael arrivi appesantito da ritardi, rinvii e complicazioni. E non stupisce nemmeno che, una volta visto, il sospetto iniziale trovi piena conferma: più che un ritratto, è una canonizzazione.

Il film, diretto da Antoine Fuqua, ha un compito difficilissimo e in parte persino impossibile. Deve raccontare uno dei personaggi più iconici, sfuggenti, influenti e controversi del Novecento pop senza incrinare troppo la superficie del mito. Riesce a restituire l’eccezionalità di Michael Jackson? Sì, in una certa misura ci riesce, e sarebbe stato quasi impossibile fallire del tutto da questo punto di vista. Bastano le canzoni, il corpo, il repertorio visivo, la materia stessa del personaggio. Michael Jackson è talmente enorme, talmente riconoscibile, talmente scolpito nell’immaginario globale, che anche un film prudente e addomesticato riesce comunque a intercettarne una parte della grandezza. Il punto, però, è un altro: quella grandezza viene mostrata, non interrogata. Esibita, non problematizzata.

Un Michael Jackson ripulito, levigato, quasi irreale

È qui che il film comincia a mostrare i suoi limiti più evidenti. Le ambiguità spariscono. Le inquietudini più scure vengono espulse. Le contraddizioni, anche le più evidenti e rilevanti, restano fuori campo. Il Michael Jackson che esce da questo biopic è una figura quasi fiabesca, sospesa in un’atmosfera di dolore infantile e genialità pura, un essere fragile ma buono, ferito ma innocente, eccentrico ma non disturbante. Tutto viene ricondotto, con una certa insistenza, al rapporto con il padre Joseph Jackson, presentato come tiranno, uomo violento, nodo centrale del trauma e quindi origine di quasi ogni fragilità successiva.

È una scelta comprensibile dal punto di vista drammaturgico, perché il padre autoritario è un motore narrativo potente e immediatamente leggibile. Ma proprio per questo rischia di diventare una scorciatoia. Concentrando lì il peso emotivo e morale del racconto, il film si costruisce un alibi perfetto: mostrare il dolore originario per non dover affrontare davvero tutto ciò che è venuto dopo. Così il trauma diventa spiegazione universale, cornice nobile, giustificazione implicita. Ed è in questo passaggio che il biopic smette di essere un’indagine e si trasforma in un atto di protezione.

Il risultato è un Michael Jackson quasi asessuato, quasi disincarnato, quasi infantile in modo permanente. Nel film non c’è neppure un accenno reale alla sessualità. Nemmeno un’ombra, un dubbio, un’allusione appena percettibile. Nessun desiderio, nessuna attrazione, nessun incontro che suggerisca una dimensione adulta e carnale del personaggio. Non un bacio rubato, non una tentazione, non un guizzo che lo riporti a una normalità umana, fragile, ambigua, terrena. Niente. È un vuoto che si nota subito e che finisce per pesare moltissimo. Perché non è solo una scelta di pudore: è una rimozione narrativa che aumenta la sensazione di trovarsi davanti a un personaggio astratto, quasi deificato, circondato più da simboli che da vita vera.

La fiaba di Neverland senza il lato oscuro

Questa irrealtà viene accentuata da tutto l’apparato visivo e simbolico che accompagna il personaggio. Peluche, Peter Pan, animali esotici, lama, giraffe, una scimmietta: il mondo di Michael Jackson nel film è quello di una fantasia infantile senza crepe, di una regressione permanente raccontata con tenerezza e mai con disagio. Non c’è nulla che davvero metta in allarme, nulla che sfiori il perturbante, nulla che chieda allo spettatore di interrogarsi su dove finisca la favola e cominci l’inquietudine. Eppure era proprio lì, in quella zona di confine, che abitava la parte più sfuggente e disturbante del personaggio.

Il film, invece, sceglie deliberatamente di fermarsi prima. Prima della trasformazione più radicale, prima della metamorfosi estrema del volto, prima che il corpo stesso di Michael Jackson diventi un racconto autonomo, enigmatico, quasi indecifrabile. Si concede un piccolo ritocco al naso, addolcisce i lineamenti, insiste sugli occhi da cerbiatto e sulla malinconia dell’infanzia perduta. Ma si ferma lì, come se oltre quel confine il mito rischiasse di incrinarsi troppo. È una cautela che si capisce benissimo, ma che finisce per depotenziare il film. Perché Michael Jackson non è stato soltanto una macchina di talento e sofferenza. È stato anche un enigma corporeo, identitario, simbolico. Ignorarlo significa raccontarne solo metà.

La musica salva tutto, o quasi

Dove il film invece funziona, e spesso molto bene, è naturalmente nella dimensione musicale. Qui Michael ritrova energia, senso, spettacolo. Ed è difficile immaginare che potesse andare diversamente. Le canzoni di Michael Jackson, la loro costruzione, il loro impatto culturale, la loro capacità di attraversare epoche e generazioni, bastano da sole a tenere in piedi intere sequenze. Il film su questo gioca generosamente le sue carte e lo fa con intelligenza, perché sa benissimo che lì sta il cuore del consenso, soprattutto presso i fan.

Le ricostruzioni di brani e performance iconiche sono il vero carburante del racconto. Human Nature, Billie Jean, Bad, Thriller: il film si affida a questa materia con una cura quasi devota, fino all’ultimo dettaglio coreografico e visivo. Il balletto degli zombie di Thriller, la tensione stilizzata di Beat It, l’inevitabile moonwalk: tutto è pensato per produrre un effetto di riconoscimento, di nostalgia, di esaltazione. E sotto questo profilo l’operazione è destinata a funzionare. Lo spettatore che ama Michael Jackson troverà nel film esattamente quello che desidera: le canzoni, i gesti, le icone, il brivido della ripetizione impeccabile.

Anche Jaafar Jackson, chiamato a incarnare la parte più consistente del personaggio, fa il possibile per reggere un compito enorme. Non si limita all’imitazione e prova a entrare in un corpo, in una postura, in un modo di stare sulla scena che sono diventati leggenda. È inevitabile che il confronto con l’originale resti impietoso, ma il film riesce comunque a costruire dei momenti in cui la distanza si accorcia e il gioco della rappresentazione regge.

Un film per i fan, non per la verità

Il problema è che tutto questo splendore musicale, da solo, non basta a trasformare il film in un grande biopic. Lo rende uno spettacolo potente, certo. Lo rende un prodotto appetibile, emozionante, persino esaltante in alcuni passaggi. Ma non lo rende un’opera capace di affrontare davvero il suo soggetto. Perché ogni volta che il racconto si avvicina a un possibile bordo tagliente, cambia strada. Ogni volta che potrebbe entrare in una zona moralmente o psicologicamente difficile, si ritrae. Ogni volta che il mito rischia di smettere di essere rassicurante, il film lo riporta subito dentro una cornice protetta.

Ed è così che Michael Jackson diventa, sullo schermo, una figura quasi esclusivamente positiva: buono con i bambini malati, vittima di soprusi, genio assoluto della comunicazione, artista travolto da un talento fuori scala e da un dolore che gli altri non riescono a comprendere. Tutto questo ha una sua verità, naturalmente. Michael Jackson era davvero un talento strabordante, una macchina creativa impressionante, un perfezionista capace di riscrivere il linguaggio del pop. Ma era anche altro. Ed è proprio quell’“altro” che il film si rifiuta di affrontare.

A quel punto la sensazione finale diventa molto chiara. Non si è davanti a un ritratto completo, né a una vera resa dei conti con il personaggio. Si è davanti a una santificazione autorizzata, elegante, spettacolare, musicalmente ricca, ma profondamente controllata. Una celebrazione che funziona finché canta, danza, brilla e fa svanire il resto. Ma che nel momento in cui dovrebbe sporcarsi le mani con la complessità preferisce voltarsi dall’altra parte.

E allora sì, per i fan Michael sarà probabilmente un’esperienza appagante, persino commovente. Per chi invece sperava in un film capace di guardare davvero dentro il paradosso Michael Jackson, questa resterà un’occasione a metà. Il mito c’è tutto. La musica anche. La verità, quella no. Per quella, evidentemente, bisognerà aspettare una biografia non autorizzata e forse anche più coraggiosa.