Milano, l’ombra delle escort di lusso: Lacerenza “Nel giro anche vip dello spettacolo da 5 mila euro a notte”

Sexgate nel mondo del food

Il caso escort che sta agitando Milano non si ferma più ai nomi dei calciatori, ai tavoli riservati e alle serate nei privé dei locali più esclusivi. Adesso il racconto si allarga ancora e investe in pieno anche il mondo dello spettacolo, delle pubbliche relazioni e dei professionisti della notte. A riaccendere la miccia sono state le parole di Davide Lacerenza, ex titolare della Gintoneria, che intervenendo a “La Zanzara” ha descritto il giro milanese delle escort di lusso come “solo la punta dell’iceberg”, sostenendo che all’ombra del Duomo esisterebbe un sottobosco molto più ampio e radicato di quello emerso finora nelle carte dell’inchiesta.

Lacerenza, che ha patteggiato una condanna per spaccio e favoreggiamento della prostituzione, ha scelto parole pesantissime. Ha parlato di “donne dello spettacolo famosissime” che, a suo dire, per cifre tra i 4 e i 5 mila euro si prostituirebbero. E ha aggiunto di avere “nomi pesantissimi” che non avrebbe mai fatto, precisando però di non voler fare il mestiere di Fabrizio Corona. È un passaggio che pesa, perché non introduce elementi verificabili, ma alza ancora il livello del clamore attorno a una vicenda che già di suo si muove su un terreno infiammabile.

Lacerenza e il racconto di un sistema oltre l’inchiesta

Il punto centrale delle parole dell’ex titolare della Gintoneria è proprio questo: il tentativo di rappresentare il sistema finito sotto la lente della Procura come una porzione minima di un meccanismo molto più vasto. Nel suo racconto compaiono concierge di hotel e pr che, secondo lui, avrebbero a disposizione veri e propri fogli Excel con i nomi delle escort da chiamare. Una rappresentazione brutale, quasi aziendale, di un mondo in cui domanda e offerta si incrocerebbero con rapidità e discrezione, soprattutto quando in gioco ci sono clienti facoltosi e ambienti di alto livello.

È un racconto che si incastra con quanto già emerso nell’indagine milanese sul presunto giro di prostituzione organizzata attorno ai locali della movida, ma che al tempo stesso se ne distacca, perché spinge lo sguardo ben oltre gli atti. Ed è proprio qui che la materia si fa più delicata. Le dichiarazioni di Lacerenza, per quanto clamorose, restano sue affermazioni. Hanno un enorme peso mediatico, ma non coincidono automaticamente con un accertamento giudiziario. E tuttavia basta questo per capire quanto il caso stia diventando sempre più scivoloso, sempre più vicino a quella zona grigia dove cronaca, spettacolo e reputazione si mescolano in modo pericoloso.

Giovanni Urso, il “Fatturage” e la frase sul “gran chiavage”

Dentro questo scenario compare anche il nome di Giovanni Urso, 36 anni, personaggio noto nella movida milanese e socio al 3% della Carpa srl che gestisce il Pineta di Milano. Il suo nome emerge negli atti dell’inchiesta, ma con un chiarimento fondamentale: non risulta indagato. E non risultano indagati neppure il locale né chi lo gestisce. Resta però il fatto che il suo nome sia finito nel racconto pubblico della vicenda, soprattutto per una frase diventata inevitabilmente virale.

“Devi semplicemente scegliere uno di questi tavoli. Questa e quella dovrebbe essere già la tavolage per iniziare il gran chiav…”. Una battuta che, letta dentro il contesto dell’inchiesta, ha inevitabilmente assunto un significato esplosivo. Urso però la respinge con decisione e sostiene che si tratti di una frase estrapolata da un video promozionale ironico e divertente, pubblicato a marzo, che non avrebbe nulla a che vedere con la prostituzione. Spiega di avere l’abitudine di chiudere alcune parole con “age” per far ridere e cita persino formule come “Rolexage più Porsche fa chiav…”, chiarendo che il senso sarebbe quello di un gioco ironico sul fatto che chi possiede orologi e auto di lusso avrebbe più possibilità di conquistare una ragazza.

La sua linea è chiara: nessun collegamento con il mondo delle escort, nessun ruolo nell’organizzazione di prestazioni sessuali a pagamento, nessuna responsabilità rispetto a ciò che contestano gli inquirenti agli indagati. Urso sostiene anzi di voler contribuire a un divertimento “lecito e corretto” nei locali e insiste su un concetto che, dal suo punto di vista, segnerebbe il confine decisivo. Ci sarebbero ventenni che scelgono uomini più grandi perché attratte dal denaro e dallo stile di vita, ma questo, dice, non significherebbe automaticamente prostituzione.

Il Pineta, il super privé e la riservatezza per i calciatori

Uno dei passaggi più interessanti riguarda il ruolo del Pineta e del cosiddetto super privé. Negli atti gli inquirenti scrivono che la Ma.De. gestiva il locale nel fine settimana. Urso conferma che il gruppo affittava una parte del locale, cioè proprio il super privé. Ed è qui che il racconto si fa più concreto, perché entra nei dettagli della macchina della notte milanese.

Sì, spiega Urso, il super privé era diverso dal privé normale. E sì, aveva anche un ingresso riservato e discreto, separato da quello che lui stesso definisce “plebeo”. Nel privé normale un tavolo per dieci persone costava 500 euro, nel super il doppio con quattro bottiglie di vodka. Ma il vero punto non è il listino. È la clientela. Perché, come ammette lo stesso Urso, quelli “erano specializzati in calciatori che vogliono una certa riservatezza”. Una frase che da sola restituisce il cuore di questo mondo: esclusività, discrezione, accessi separati, clienti selezionati e una struttura pensata per garantire privacy a chi non vuole farsi vedere.

Deborah Ronchi, la Ma.De. e il confine tra conoscenza e coinvolgimento

Urso conferma anche di conoscere Deborah Ronchi, titolare della Ma.De., ma precisa di non aver mai lavorato con la società. Dice di conoscerla da sempre perché ha lavorato nel mondo delle pubbliche relazioni in vari locali di Milano, non soltanto al Pineta. Poi prende nettamente le distanze: se quelle persone hanno violato la legge, dovranno risponderne, dice, aggiungendo di avere fiducia nell’operato della giustizia.

È il punto in cui la vicenda mostra tutta la sua complessità. In ambienti come quelli della notte milanese quasi tutti conoscono tutti: promoter, pr, gestori, organizzatori di eventi, hostess, modelle, clienti abituali. La conoscenza reciproca, però, non coincide necessariamente con il coinvolgimento in un presunto sistema illecito. E infatti proprio su questo crinale si gioca una parte decisiva del racconto mediatico. Essere nominati, essere citati, essere riconoscibili in quel giro non vuol dire automaticamente essere responsabili di ciò che l’accusa contesta.

Eppure, quando si parla di escort, calciatori, spettacolo, locali iconici e frasi così sopra le righe, il confine tra ciò che è contestato e ciò che viene soltanto evocato tende a sparire molto in fretta. È questo il vero cortocircuito che Milano sta vivendo in queste settimane. Da una parte c’è un’indagine precisa, con indagati precisi e ipotesi di reato circoscritte. Dall’altra c’è una città che, nel racconto di chi la frequenta e di chi la gestisce, sembra vivere da tempo dentro una zona opaca dove soldi, bellezza, sesso e status sociale si intrecciano senza nemmeno più nascondersi troppo.

Il risultato è una storia che continua a crescere, a stratificarsi, a produrre nuovi nomi e nuove prese di posizione. Lacerenza getta benzina sul fuoco e parla di un sistema ben più esteso di quello finora emerso. Urso replica, distingue, ridimensiona, respinge ogni accostamento alla prostituzione e rivendica la natura ironica delle sue frasi. In mezzo restano Milano, i suoi locali, i super privé, i clienti riservati e una domanda che continua a galleggiare sopra tutto il resto: quanto è grande davvero il mondo che questa inchiesta ha appena iniziato a scoperchiare?