Ponte sullo Stretto, l’inchiesta per corruzione e il dossier da 13,5 miliardi: l’ex giudice della Corte dei Conti, le pressioni e la poltrona promessa

Ponte sullo stretto (progetto)

Il Ponte sullo Stretto torna al centro della bufera, ma questa volta non per i costi, i tempi, i cantieri, le promesse elettorali o le polemiche infinite tra favorevoli e contrari. La nuova scossa arriva dalla Procura di Roma, che ha aperto un’inchiesta per corruzione su uno dei passaggi più delicati dell’intero dossier: il giudizio di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto. Sul registro degli indagati risultano iscritti Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti, l’avvocato Giacomo Saccomanno, già componente del consiglio di amministrazione della società Stretto di Messina Spa ed ex commissario della Lega in Calabria, e l’imprenditore reggino Vincenzo Virgiglio. L’ipotesi investigativa è pesante: una promessa di incarichi di prestigio dopo la pensione in cambio di informazioni riservate e di un aiuto per superare lo scoglio della magistratura contabile.

L’inchiesta sul Ponte sullo Stretto e le accuse della Procura

L’indagine, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, ha portato i carabinieri del Ros a eseguire perquisizioni nei confronti dei tre professionisti. Le accuse contestate, a vario titolo, sono corruzione per l’esercizio della funzione, corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, corruzione attiva da parte di pubblico ufficiale e rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio. Il quadro, naturalmente, resta quello di un’inchiesta nella fase preliminare, con responsabilità ancora tutte da accertare. Ma il cuore dell’indagine è già politicamente esplosivo: secondo gli investigatori, gli indagati avrebbero tentato di incidere sul percorso della delibera Cipess relativa al Ponte sullo Stretto, un provvedimento dal valore di 13,5 miliardi di euro che la sezione controllo della Corte dei Conti sugli atti del governo aveva smontato.

La segnalazione, secondo quanto emerso, sarebbe arrivata dall’interno della stessa Corte dei Conti. È un passaggio cruciale, perché colloca il caso non all’esterno della macchina istituzionale, ma nel punto esatto in cui il controllo pubblico dovrebbe garantire trasparenza, legalità e correttezza delle procedure. Pressioni fortissime, promesse di utilità, ricerca di informazioni riservate: questo è lo scenario sul quale stanno lavorando i magistrati romani. Il tutto attorno a un’opera che da anni divide il Paese, assorbe risorse, alimenta scontri politici e rappresenta uno dei simboli più forti della linea infrastrutturale rivendicata dal governo.

La delibera Cipess, la bocciatura e il dossier da 13,5 miliardi

Il passaggio al vaglio della Corte dei Conti riguardava la delibera Cipess sul Ponte sullo Stretto. Quando arrivò il parere sfavorevole, il 29 ottobre 2025, il governo reagì duramente. Il ministro Matteo Salvini e la premier Giorgia Meloni parlarono di complotto e denunciarono un ostacolo politico contro un’opera considerata strategica. Ora, però, l’inchiesta della Procura di Roma apre un fronte completamente diverso: non pressioni contro il Ponte, ma presunte pressioni a favore del progetto, prima e dopo la bocciatura della delibera. La delibera non venne mai pubblicata in Gazzetta Ufficiale e l’iter del Ponte si fermò, costringendo il governo a rimettere mano al provvedimento.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l’avvocato Giacomo Saccomanno, 71 anni, insieme all’imprenditore Vincenzo Virgiglio, avrebbe cercato di avvicinare Tommaso Miele «al fine di condizionare l’esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa». In cambio della sua disponibilità, i due gli avrebbero promesso sostegno per ottenere, una volta conclusa la carriera in magistratura, incarichi di prestigio in enti pubblici o società partecipate. Tra le ipotesi indicate dall’inchiesta ci sarebbe anche un ruolo di vertice all’Antitrust o in una società partecipata. È questo il punto più delicato del caso: l’idea, tutta da verificare, che una futura poltrona potesse diventare moneta di scambio per ottenere informazioni e orientare un procedimento istituzionale di enorme rilievo.

Il ruolo attribuito a Miele e le informazioni riservate

Per gli investigatori, l’ex magistrato contabile avrebbe accettato di mettersi a disposizione dei due interlocutori. Secondo l’accusa, avrebbe fornito aggiornamenti sull’andamento della procedura davanti alla Corte dei Conti, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati e sugli sviluppi della camera di consiglio chiamata a pronunciarsi sul progetto del Ponte. Non solo. Dopo il parere sfavorevole del 29 ottobre 2025, Miele si sarebbe impegnato a predisporre una memoria nell’interesse della società Stretto di Messina Spa da far arrivare al commercialista della stessa società. Anche questo passaggio, se confermato, sposterebbe il caso dal terreno delle normali interlocuzioni istituzionali a quello ben più grave di un presunto intervento dall’interno per sostenere interessi legati all’opera.

L’inchiesta ricostruisce anche altri tentativi di avvicinamento. L’avvocato e l’imprenditore avrebbero cercato contatti con ulteriori magistrati ritenuti utili agli interessi collegati alla realizzazione del Ponte. L’obiettivo, secondo la Procura, sarebbe stato ottenere notizie coperte da segreto d’ufficio e informazioni riservate sui procedimenti in corso. Durante le perquisizioni, i carabinieri del Ros hanno sequestrato computer, telefoni cellulari e altri supporti informatici. Sarà l’analisi di questo materiale a chiarire se l’impianto accusatorio troverà riscontri concreti e quale rete di rapporti si sia mossa attorno a uno dei dossier più sensibili degli ultimi anni.

Saccomanno respinge le accuse, Ciucci difende la società

Giacomo Saccomanno respinge ogni accusa. «Sono totalmente estraneo a ogni accusa – dice Saccomanno, raggiunto da Repubblica – Non ho mai fatto pressioni. Una volta, commentando con un imprenditore che conosco dai tempi della scuola, ho chiesto se si sapeva qualcosa sull’imminente esito dell’istruttoria. Sono commenti che gli addetti ai lavori fanno abitualmente. Le perquisizioni sono ancora in corso, spero acquisiranno ogni elemento perché sono sicuro che emergerà la verità». La sua linea difensiva è netta: nessuna pressione, nessun tentativo di condizionamento, soltanto conversazioni tra addetti ai lavori su una procedura imminente e molto discussa.

Anche la società Stretto di Messina Spa prende le distanze dall’inchiesta. L’amministratore delegato Pietro Ciucci parla di sorpresa e ribadisce l’estraneità della società: «Abbiamo accolto con sorpresa le notizie riportate dai media sulle indagini per le quali la Società è totalmente estranea. Confermiamo la massima la disponibilità a collaborare con le autorità inquirenti e prenderemo tutte le misure necessarie a tutela degli interessi aziendali e del progetto». Poi aggiunge: «La società prosegue nel suo impegno di realizzare il ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal dl “Commissari” dell’11 marzo 2026».

Una grana politica nel cuore dell’opera simbolo

Il punto politico è evidente. Il Ponte sullo Stretto non è una pratica tecnica qualsiasi. È l’opera-bandiera del governo, il progetto rilanciato come simbolo di modernizzazione, collegamento tra Sicilia e Calabria, riscatto infrastrutturale del Sud e capacità dello Stato di realizzare ciò che per decenni è rimasto sospeso tra annunci e rinvii. Proprio per questo l’inchiesta romana pesa molto più di un normale fascicolo giudiziario. Non riguarda soltanto tre indagati e una presunta rete di pressioni. Riguarda la credibilità del percorso amministrativo di un’opera da 13,5 miliardi, il rapporto tra politica e controlli pubblici, la tenuta delle garanzie istituzionali e la trasparenza attorno a una delle partite economiche più grandi del Paese.

La vicenda arriva dopo mesi di tensioni tra governo e Corte dei Conti. Quando la magistratura contabile bloccò la delibera, l’esecutivo denunciò un atteggiamento ostile nei confronti del Ponte. Ora l’inchiesta rovescia il campo della polemica e impone una domanda più scomoda: qualcuno ha provato a spingere dall’interno per superare i rilievi della Corte? La risposta spetterà ai magistrati. Per ora restano gli atti, le perquisizioni, i sequestri informatici, le accuse contestate e le difese degli indagati. Ma intanto il dossier del Ponte sullo Stretto entra in una nuova fase, ancora più delicata: quella in cui non si discute soltanto se l’opera si farà, quando si farà e quanto costerà, ma anche come si è cercato di farla passare nei punti più sensibili del controllo pubblico.