Matteo Renzi deve aver guardato il quadro politico italiano e deve aver pensato che, tutto sommato, mancava soltanto lui con il cerino acceso vicino alla tanica di benzina. Così, in un’intervista al Foglio firmata da Carmelo Caruso, l’ex premier ha deciso di distribuire carezze con la grazia di un fabbro arrabbiato: una a Vannacci, una a Salvini, una a Calenda, una a Tajani, una al Pd e una pure a Elly Schlein. Alla fine non resta quasi nessuno in piedi. Forse solo Renzi, naturalmente convinto di essere l’unico a vedere la partita mentre gli altri si accapigliano sui coriandoli.
Il passaggio più colorito riguarda Roberto Vannacci. Per Renzi, il generale diventato fenomeno politico non rappresenta soltanto un problema per la Lega o una scheggia impazzita della destra identitaria. È, testuale, “il rompicoglioni di Meloni”. Una definizione brutale, perfetta per finire nei titoli, anche se qui nel titolo non ci finisce per precisa scelta di igiene politica e di sopravvivenza SEO.
Renzi contro Vannacci: “È il rompicoglioni di Meloni”
Secondo Renzi, il caso Vannacci può diventare molto più di un fastidio laterale per Giorgia Meloni. L’ex premier sostiene che, se la nuova legge elettorale non dovesse andare in porto, la leader di Fratelli d’Italia potrebbe ritrovarsi costretta a caricarsi il generale dentro il perimetro del centrodestra, magari mollando per strada pezzi più moderati come Antonio Tajani. E qui Renzi alza la posta: Vannacci, a suo dire, potrebbe perfino rischiare di fare il vicepremier.
La previsione sembra fatta apposta per agitare i sonni di Palazzo Chigi. Perché Vannacci non porta soltanto voti potenziali, porta anche un problema di postura. Parla a un elettorato ruvido, identitario, insofferente, allergico ai compromessi e molto più interessato allo scontro simbolico che alla liturgia istituzionale. Meloni, che pure ha costruito la sua ascesa anche su quel terreno, oggi governa e deve tenere insieme Washington, Bruxelles, i mercati, il Quirinale e la coalizione. Vannacci, invece, può permettersi di fare il Vannacci.
Renzi lo dice a modo suo: “A Meloni girano, è tignosa, ma alla fine la mia idea è che Vannacci andrà con il centrodestra. Ha già seminato il caos”. E in effetti il caos è già materia politica. Il generale non ha ancora bisogno di vincere davvero qualcosa per pesare. Gli basta esistere, spostare il baricentro, costringere gli altri a inseguirlo o a prendere le distanze.
Salvini “fake news ambulante” e il sogno del Viminale
Poi tocca a Matteo Salvini. Qui Renzi non usa il fioretto. Il leader della Lega, dice, è “una fake news ambulante”. E aggiunge la stoccata: “In orario c’è solo la sua ambizione di andare al Viminale”. Una frase costruita con una cattiveria chirurgica, perché colpisce insieme il Salvini comunicatore, il Salvini ministro dei Trasporti e il Salvini eterno aspirante al ritorno al ministero dell’Interno.
Il senso politico è chiaro. Per Renzi, Salvini non guida più davvero la coalizione, ma continua a fare rumore per restare indispensabile. Il Viminale resta il grande oggetto del desiderio, il luogo mitologico in cui il segretario leghista vorrebbe tornare per riprendersi la scena della sicurezza, dei porti, dei decreti, dei comizi permanenti. Peccato che nel frattempo Vannacci rischi di parlargli sopra proprio nello stesso campo emotivo e identitario.
È il paradosso del Carroccio: per anni Salvini ha estremizzato il linguaggio della destra per mangiare consenso agli alleati. Ora rischia di ritrovarsi qualcuno ancora più estremo, più libero, più televisivo e meno compromesso con il governo quotidiano. E a quel punto il “rompicoglioni di Meloni” può diventare anche il rompicoglioni di Salvini.
Calenda e il “bacio di Carlo”
Renzi non risparmia nemmeno Carlo Calenda. Anzi, sul leader di Azione si concede forse la battuta più velenosa dell’intervista. “Calenda va lasciato perdere, non è interessante”, dice. Poi rincara: “Io faccio politica mentre Calenda dà baci”. Il riferimento è al celebre bacio con Enrico Letta, seguito dalla rottura dell’alleanza dopo ventiquattr’ore. Renzi lo ribattezza “il bacio di Carlo”, dopo “il bacio di Giuda”.
Detto da quello di “Enrico stai sereno”, naturalmente, sembra quasi una barzelletta scritta da un autore particolarmente affezionato ai cortocircuiti della Seconda Repubblica. Però la battuta funziona perché tocca un nervo scoperto: l’inaffidabilità percepita del centro riformista, quel mondo che passa mesi a spiegare agli italiani di essere serio, adulto, responsabile, europeo, competente, e poi finisce spesso per litigare prima ancora di apparecchiare il tavolo.
Renzi finge di non mettere veti, dice di volere tutti, ma intanto liquida Calenda come un problema da gestire solo nelle ultime ventiquattr’ore prima della presentazione delle liste. È una demolizione politica mascherata da apertura. Il messaggio è semplice: venite pure, ma non pensate di dettare la linea.
Nel Pd “se la fanno sotto” davanti a Schlein
La parte più feroce, però, riguarda il Partito democratico. Renzi sostiene che nel Pd nessuno abbia davvero il coraggio di sfidare Elly Schlein. “Se la fanno sotto”, dice. E spiega anche perché: “Hanno paura di non essere ricandidati”. Una diagnosi impietosa, ma non del tutto campata in aria se si guarda al nervosismo che attraversa i dem ogni volta che si avvicina una scelta pesante sulle alleanze, sulle liste o sulla leadership.
Secondo Renzi, gli oppositori interni della segretaria restano “un’entità astratta”. Esistono nei retroscena, nelle telefonate, nei malumori, nei pranzi romani, nei sospiri dei dirigenti, ma poi quando arriva il momento di metterci la faccia spariscono. Tutti critici, tutti pensosi, tutti preoccupati. Finché bisogna votare, candidarsi, contarsi. A quel punto la prudenza diventa improvvisamente una virtù.
E così Renzi prova a infilarsi nel vuoto. Da una parte attacca Meloni sul rischio Vannacci, dall’altra prende a schiaffi il centrodestra, poi sbeffeggia Calenda e infine racconta il Pd come un partito impaurito dalla propria segretaria. Il risultato è il solito numero renziano: tutti sbagliano, tutti tremano, tutti fingono, mentre lui resta al centro della scena a spiegare come andrà a finire.
La legge elettorale e il ruolo di La Russa
Sul piano parlamentare, Renzi si mostra convinto che la legge elettorale alla fine si farà. Al Senato, dice, passerà e sarà Ignazio La Russa a farla passare. Resta da capire cosa farà Stefania Craxi. Anche qui l’ex premier ragiona da giocatore di palazzo più che da commentatore esterno: conta i voti, pesa i nomi, misura le convenienze.
Nel frattempo, Tajani incassa un’altra bordata. Renzi lo descrive come uno che “nel momento più drammatico della diplomazia, durante una guerra, consigliava di chiudere le finestre”. Poi chiude con una frase lapidaria: “Tajani è Tajani”. Che suona meno come una definizione e più come una condanna definitiva, una di quelle formule romane in cui non serve aggiungere altro perché il veleno ha già fatto il suo giro.
Renzi torna dunque a fare Renzi: divisivo, brillante, insopportabile per i suoi nemici e spesso anche per i suoi alleati. Ma la sua intervista al Foglio ha un merito: fotografa una politica italiana in cui nessuno si fida davvero di nessuno. Meloni deve guardarsi da Vannacci, Salvini da Vannacci e da Meloni, Calenda da Renzi, il Pd da Schlein, Schlein dai suoi, Tajani da tutti. Una commedia degli equivoci con ambizioni da tragedia istituzionale. E in mezzo, naturalmente, Renzi che ride e distribuisce soprannomi.







