A quasi tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023, una nuova rivelazione investe Benjamin Netanyahu e riapre la domanda che Israele non ha mai smesso di porsi: il governo poteva impedire l’attacco di Hamas? Questa volta l’accusa colpisce direttamente il primo ministro. Circa un mese prima dell’assalto, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed Al Nahyan lo avrebbe chiamato personalmente per avvertirlo che Yahya Sinwar stava preparando una grande operazione contro Israele dalla Striscia di Gaza.
Lo rivela una lunga inchiesta di Haaretz. Secondo la ricostruzione, MbZ spiegò a Netanyahu che Sinwar voleva colpire Israele per sconvolgere gli equilibri regionali, fermare il processo aperto dagli Accordi di Abramo e sabotare il riavvicinamento tra lo Stato ebraico e il mondo arabo.
Netanyahu, raccontano le fonti del quotidiano israeliano, accolse l’avvertimento con freddezza e rispose che Israele era pronto a qualsiasi eventualità. Poi avrebbe commesso la scelta che oggi scatena la polemica: non comunicò l’allarme né ai servizi segreti né ai vertici militari israeliani. L’ufficio del premier respinge integralmente questa ricostruzione.
L’avvertimento degli Emirati un mese prima del massacro
Ruth Yuval e Shlomi Eldar firmano l’inchiesta, nata dal lavoro confluito nel libro Hostages: 843 Days of Abandonment. I due giornalisti spiegano di avere ricostruito la vicenda attraverso decine di fonti in Israele e all’estero, comprese figure di altissimo livello, e di avere incrociato testimonianze, registrazioni, documenti interni e corrispondenza.
Nessuno aveva mai raccontato pubblicamente l’esistenza della telefonata partita dagli Emirati.
Dopo il 7 ottobre emersero numerosi segnali che Israele aveva raccolto senza comprenderne fino in fondo la portata. Si discusse anche degli avvertimenti arrivati dall’Egitto poco prima dell’attacco. L’inchiesta di Haaretz aggiunge però un elemento diverso e politicamente molto più pericoloso: un capo di Stato avrebbe avvertito direttamente Netanyahu.
E non gli avrebbe rivolto un generico invito alla prudenza. Mohammed bin Zayed avrebbe fatto il nome di Yahya Sinwar e gli avrebbe parlato di una grande operazione in preparazione a Gaza.
Il terzo uomo della telefonata e l’ombra di Mohammed Dahlan
La ricostruzione contiene un altro particolare decisivo. Alla telefonata partecipò anche un terzo interlocutore. Haaretz non ne pubblica esplicitamente il nome, ma gli elementi forniti nell’inchiesta fanno coincidere il suo profilo con quello di Mohammed Dahlan.
Dahlan conosce Gaza come pochi altri. Ex uomo forte di Fatah nella Striscia ed ex responsabile della sicurezza preventiva palestinese, dopo la rottura con Mahmoud Abbas si è trasferito negli Emirati ed è diventato uno dei consiglieri più fidati di Mohammed bin Zayed. Negli anni ha inoltre mantenuto una vasta rete di contatti nella Striscia.
La presenza di una figura con queste caratteristiche cambia il peso dell’avvertimento. MbZ non avrebbe chiamato Netanyahu sulla base di una vaga preoccupazione diplomatica: nella conversazione partecipava anche un uomo che conosceva profondamente Gaza e disponeva di canali informativi sul territorio.
Se Haaretz ha ricostruito correttamente quei colloqui, Netanyahu aveva quindi davanti un segnale che meritava almeno un approfondimento immediato.
Netanyahu non avrebbe avvertito né intelligence né esercito
Qui si concentra il punto più grave dell’inchiesta. Netanyahu avrebbe rassicurato i suoi interlocutori sulla capacità israeliana di affrontare qualsiasi minaccia, ma non avrebbe trasferito l’informazione agli apparati incaricati di valutare e prevenire un attacco.
L’avvertimento, va precisato, non conteneva necessariamente data, ora e modalità dell’operazione. Secondo quanto ricostruisce Haaretz, gli Emirati parlarono di un grande attacco che Sinwar preparava per colpire Israele e far saltare gli equilibri diplomatici della regione.
Ma proprio questo apre la domanda più pesante. Che cosa avrebbero fatto Mossad, Shin Bet e vertici militari se avessero ricevuto quell’informazione e l’avessero confrontata con gli altri segnali che già arrivavano da Gaza?
Il 7 ottobre Hamas e altri gruppi armati palestinesi sfondarono la barriera attorno alla Striscia, assaltarono basi militari e comunità israeliane, uccisero circa 1.200 persone e rapirono oltre 250 ostaggi. Israele subì il più grave fallimento militare e d’intelligence della propria storia.
Per questo l’eventuale decisione del premier di non condividere l’allarme assume oggi un peso politico enorme.
Netanyahu smentisce, le opposizioni vanno all’attacco
L’ufficio di Netanyahu nega la ricostruzione di Haaretz. Il premier combatte da quasi tre anni una battaglia politica sulle responsabilità del 7 ottobre e ha sempre respinto l’accusa di avere ignorato informazioni decisive prima dell’attacco.
Ma l’inchiesta sposta ancora più indietro la lancetta dell’orologio. Nei giorni scorsi una nuova polemica aveva investito Netanyahu dopo che il suo ufficio aveva sostenuto che nessuno lo svegliò immediatamente nelle prime ore del 7 ottobre, mentre Hamas dava inizio all’assalto. Adesso il problema riguarda ciò che il premier potrebbe avere saputo settimane prima.
La notizia, inoltre, esplode nel momento peggiore: in piena campagna elettorale e nel giorno della chiusura delle liste.
Gadi Eisenkot, che guida i sondaggi, e Naftali Bennett, alla testa della seconda principale lista dell’opposizione, hanno immediatamente usato il caso contro Netanyahu. Anche Yair Golan, leader dei Democratici, ha rilanciato la questione.
La campagna elettorale israeliana si intreccia così ancora una volta con il grande processo politico sulle responsabilità del 7 ottobre.
La domanda che adesso Netanyahu deve affrontare
L’inchiesta di Haaretz non dimostra che Netanyahu conoscesse nei dettagli il piano che Hamas avrebbe messo in atto il 7 ottobre. Questo sarebbe un salto che gli elementi disponibili non consentono.
Racconta però qualcosa di diverso e, politicamente, devastante: Mohammed bin Zayed avrebbe avvertito personalmente Netanyahu che Sinwar preparava una grande operazione contro Israele e il premier non avrebbe condiviso quell’informazione con intelligence ed esercito.
Adesso il nodo è tutto qui. Netanyahu nega che le cose siano andate in questo modo. Haaretz sostiene la propria inchiesta con decine di fonti, documenti, registrazioni e corrispondenza.
Se emergeranno ulteriori conferme, la domanda diventerà inevitabile: perché il primo ministro non mise in allarme gli uomini che avevano il compito di proteggere Israele?
A quasi tre anni dal massacro, il 7 ottobre continua così a inseguire Netanyahu. E questa volta il conto politico comincia un mese prima dell’attacco.







