Serbia, funerali da eroe per il criminale di guerra Mladic: ministri, maxischermi e migliaia in piazza per celebrare il «boia di Srebrenica»

Ratko Mladic

Maxischermi, ministri, religiosi, televisioni, un corteo e migliaia di persone arrivate per salutare quello che una parte della Serbia continua a considerare un «eroe». Ratko Mladic è morto a 84 anni mentre scontava l’ergastolo nel carcere delle Nazioni Unite all’Aia. Era stato condannato definitivamente per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

A Belgrado, però, il «boia di Srebrenica» viene accompagnato alla tomba con una cerimonia che assomiglia più alla celebrazione di un padre della patria che al funerale di uno dei principali criminali di guerra dell’Europa contemporanea. Mladic sarà sepolto accanto alla figlia Ana, morta suicida nel 1994 a soli 23 anni. Un ultimo paradosso nella storia dell’uomo al comando dell’esercito serbo-bosniaco durante alcune delle pagine più sanguinose della guerra in Bosnia.

Ratko Mladic, dal genocidio di Srebrenica agli onori a Belgrado

La sentenza internazionale non lascia spazio alle interpretazioni sulla responsabilità penale di Mladic. L’ex generale fu condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia nel 2017; nel 2021 la condanna è diventata definitiva. Il capitolo più terribile resta Srebrenica. Nel luglio 1995 più di ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci furono assassinati dopo la conquista dell’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato «zona protetta». Il massacro è stato riconosciuto dalla giustizia internazionale come genocidio.

A Mladic sono state attribuite responsabilità anche per l’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, e per la campagna di persecuzione, deportazione e terrore contro la popolazione non serba della Bosnia. Eppure a Belgrado il generale viene ancora chiamato «eroe» da migliaia di persone.

Il funerale con maxischermi e ministri

La macchina organizzativa predisposta nella zona di Topcider restituisce la dimensione politica della cerimonia. Attorno alla chiesa di San Luca sono stati predisposti maxischermi, generatori, strutture per accogliere la folla e decine di bagni chimici. Una preparazione che ricorda quella di un grande evento pubblico. Dopo il parastos, il rito funebre ortodosso, è previsto l’omaggio alla bara e quindi il corteo verso il cimitero.

Alla cerimonia sono attesi esponenti del governo serbo, rappresentanti della Republika Srpska e numerosi religiosi. Tra le presenze annunciate figura anche il patriarca Porfirije. Il presidente Aleksandar Vucic dovrebbe invece rimanere lontano dal funerale, una scelta dettata anche dall’enorme sensibilità internazionale della vicenda. Ma la sua assenza non cancella la domanda: come può un Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea trasformare il funerale di un uomo condannato per genocidio in una manifestazione pubblica di queste dimensioni?

Ana Mladic e il suicidio con la pistola del padre

La sepoltura accanto alla figlia aggiunge alla storia un elemento tragico. Ana Mladic era una brillante studentessa di Medicina. Il 24 marzo 1994 si uccise nella casa di famiglia a Belgrado utilizzando una pistola appartenente al padre.

Secondo una ricostruzione resa celebre anche dal romanzo La figlia di Clara Usón, durante un viaggio a Mosca la giovane avrebbe scoperto informazioni sulle atrocità attribuite al padre e sarebbe rimasta sconvolta. Il rapporto tra quella scoperta e il suicidio non è mai stato definitivamente provato e la famiglia Mladic ha sempre fornito letture differenti della tragedia.

Resta una delle immagini più drammatiche della biografia privata del generale: mentre la Bosnia veniva devastata dalla guerra, sua figlia moriva con la sua arma. Un anno dopo sarebbe arrivata Srebrenica.

Perché tanti giovani serbi considerano Mladic un eroe

Ancora più inquietante della presenza dei vecchi nazionalisti è il consenso che il mito di Mladic continua a raccogliere tra persone nate molti anni dopo la guerra. Dejan Ubovic, cofondatore del museo dedicato agli anni Novanta a Belgrado, ha raccontato di aver visto sui social anche giovani legati alle proteste antigovernative del 2025 inneggiare all’ex generale. La spiegazione passa soprattutto attraverso tre luoghi: scuola, informazione e famiglia.

Secondo Ubovic, i libri di storia serbi tendono spesso a omettere o edulcorare vicende come l’assedio di Sarajevo e il genocidio di Srebrenica. Il risultato è una generazione che può conoscere Mladic attraverso la mitologia nazionalista prima ancora che attraverso le sentenze internazionali e la ricostruzione storica. A questo si aggiunge la progressiva riduzione dello spazio dei media indipendenti e il silenzio di molte famiglie su quanto accadde durante le guerre jugoslave.

La Serbia e il passato che non passa

È questo il significato politico del funerale di Belgrado. Ratko Mladic non può più essere giudicato dalla storia soltanto attraverso opinioni contrapposte. È stato processato per anni, ha avuto una difesa, è stato condannato in primo grado e in appello. La giustizia internazionale lo ha riconosciuto colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.

Si può discutere della politica dei Balcani, degli errori dell’Occidente, delle responsabilità delle diverse parti nelle guerre jugoslave. Non si può cancellare una sentenza definitiva per genocidio. E invece, trentuno anni dopo Srebrenica, una parte della Serbia continua a indossare magliette con il volto di Mladic, a chiamarlo eroe e ad accompagnarlo alla tomba come un grande comandante nazionale.

Il problema, ormai, non riguarda più Ratko Mladic. Riguarda la memoria di un Paese e ciò che decide di raccontare ai propri figli. Perché il generale è morto. Il mito costruito intorno al «boia di Srebrenica», a giudicare dalle strade di Belgrado, è ancora terribilmente vivo.