Garlasco, Milo Infante difende Alberto Stasi: “Non c’entra niente”, ma su Andrea Sempio aha più di un dubbio: “Aspetto il processo”

Milo Infante chiede scusa a Stasi

Milo Infante ha cambiato idea su Alberto Stasi. E lo dice senza fare troppi giri di parole. Il giornalista, pronto a debuttare sulle reti Mediaset dopo l’addio alla Rai, è tornato a parlare del delitto di Garlasco e ha spiegato perché oggi non crede più alla ricostruzione che ha portato alla condanna dell’ex fidanzato di Chiara Poggi. Una posizione netta, destinata a far discutere, soprattutto perché arriva da chi, anni fa, aveva raccontato il caso da una prospettiva molto diversa, molto più vicina all’impianto accusatorio.

Il punto è proprio questo. Infante non prova a riscrivere il passato facendo finta di nulla. Ammette di essersi fidato di fonti, consulenti e opinionisti che allora sembravano inattaccabili e che invece, secondo lui, nel tempo non hanno trovato riscontri solidi. Parla di “pozzi avvelenati”, formula durissima, perfetta per descrivere il clima mediatico di un caso che da quasi vent’anni continua a produrre verità contrapposte, sospetti, perizie, piste alternative e battaglie televisive.

Milo Infante e il cambio di idea su Alberto Stasi

Nell’intervista a Chi, Milo Infante riconosce che all’inizio anche lui aveva seguito il racconto dominante su Garlasco. Quello che vedeva Alberto Stasi come il colpevole naturale, quasi inevitabile, dell’omicidio di Chiara Poggi. Poi, però, qualcosa si è incrinato. Non per simpatia personale, non per voglia di ribaltare il tavolo, ma per l’assenza di riscontri su alcuni elementi che per anni hanno pesato moltissimo nel racconto pubblico.

Il giornalista cita la famosa cartella trovata nel computer di Stasi, descritta per molto tempo come un contenitore di materiali sessuali abominevoli. Quando l’ha vista, racconta Infante, non avrebbe trovato nulla di paragonabile alla narrazione costruita intorno a quel file. Solo pornografia datata, brutta, ma lontana dall’immagine mostruosa evocata per anni.

Ed è qui che il discorso diventa esplosivo. Perché il movente sessuale ha rappresentato a lungo uno dei pilastri narrativi del caso Stasi. Prima la pedopornografia, poi la pornografia, poi l’idea di una pulsione disturbata. Ma secondo Infante, quel castello non regge. E chi continua a portarlo avanti, sostiene, lo farebbe per un interesse personale nel mantenere viva la “mostrificazione” di Stasi.

Il movente che non convince Infante

La domanda resta sempre la stessa: perché Alberto Stasi avrebbe dovuto uccidere Chiara Poggi? Per Infante, il grande problema dell’impianto accusatorio riguarda proprio il movente. L’omicidio di Garlasco, dice in sostanza il giornalista, non ha un movente convincente. O almeno non lo ha nella ricostruzione che per anni ha dominato il dibattito.

Secondo quella lettura, Chiara avrebbe scoperto materiale compromettente sul computer del fidanzato. Da lì sarebbe nato il litigio, poi l’aggressione, poi il delitto. Ma se quel materiale non aveva davvero la natura raccontata, se la pedopornografia non c’era e se la pornografia non basta a spiegare un omicidio, allora l’intero racconto perde forza.

Infante attacca anche le interpretazioni psicologiche costruite intorno al comportamento di Stasi. Ricorda il caso di un esperto ospite in trasmissione, convinto che Alberto, dopo il delitto, sarebbe tornato a casa a guardare immagini pornografiche perché affetto da parafilia. Una diagnosi pesantissima. Ma, osserva Infante, resta oscuro su quali elementi concreti si fondasse.

“Stasi non c’entra niente”, la posizione del giornalista

La frase più forte dell’intervista è anche la più chiara: secondo Milo Infante, Alberto Stasi non c’entra niente con l’omicidio di Chiara Poggi. Per la legge, naturalmente, Stasi resta il colpevole, condannato in via definitiva. Ma sul piano giornalistico e personale, Infante dice di non vedere prove sufficienti della sua colpevolezza.

Non solo. Il conduttore anticipa anche l’esistenza di un elemento legato alla perizia Testi che, a suo dire, non è ancora emerso pubblicamente e che potrebbe gettare ulteriori dubbi sull’impianto accusatorio. Un passaggio molto delicato, perché rilancia l’idea che il caso Garlasco non abbia ancora esaurito tutte le sue zone d’ombra.

È il paradosso di questa vicenda. Una sentenza definitiva esiste. Una verità giudiziaria esiste. Ma il caso continua a muoversi, a produrre nuovi accertamenti, nuove domande, nuove piste. E ogni volta che un volto televisivo importante prende posizione, la frattura si riapre.

Andrea Sempio e l’attesa per l’inchiesta

Su Andrea Sempio, invece, Infante sceglie un registro diverso. Non mostra la stessa certezza che esprime su Stasi. Dice che bisognerà aspettare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio e poi, se ci sarà, il processo. Solo allora, forse, si potranno avere idee più chiare.

È una posizione prudente, ma non neutra nel dibattito pubblico. Perché il nuovo filone d’indagine su Sempio ha riacceso tutto: l’alibi, lo scontrino, le impronte, le frequentazioni, le contraddizioni nei racconti, le parole dei familiari, le valutazioni dei consulenti. Ogni dettaglio entra in una macchina mediatica che macina sospetti prima ancora che un’aula di tribunale possa ordinarli.

Infante avverte anche un rischio: la possibilità di rivivere una fotocopia della vicenda processuale di Stasi, con assoluzioni, condanne, ribaltamenti, perizie contro perizie e anni di incertezza. Il caso Garlasco conosce già bene questo copione. E proprio per questo, oggi, ogni nuova svolta porta con sé entusiasmo, cautela e paura di un altro labirinto giudiziario.

La fiducia nella Procura di Pavia

Nonostante i dubbi e le domande, Infante dice di avere fiducia nella Procura di Pavia. Riconosce agli inquirenti prudenza e determinazione, due qualità decisive in un caso così esposto. Perché su Garlasco ogni atto finisce subito in televisione, sui giornali, nei social, nei salotti dove la cronaca diventa spesso processo parallelo.

La prudenza serve proprio a questo: evitare che la nuova indagine su Sempio si trasformi in una sentenza anticipata. La determinazione, invece, serve a non lasciare in sospeso elementi che meritano approfondimento. È una linea sottile, difficilissima da tenere, soprattutto quando l’opinione pubblica chiede continuamente certezze immediate.

Il problema è che Garlasco non offre certezze facili. Non le offriva ieri, non le offre oggi. E forse è proprio questa la ragione per cui il caso continua a tornare: ogni risposta sembra portarsi dietro un’altra domanda.

Il caso Garlasco resta una ferita aperta

Le parole di Milo Infante riaccendono il punto più doloroso del delitto di Garlasco: la distanza tra verità giudiziaria, percezione pubblica e racconto mediatico. Alberto Stasi ha una condanna definitiva. Andrea Sempio oggi vive dentro una nuova fase investigativa. Chiara Poggi resta la vittima al centro di tutto, spesso schiacciata tra schieramenti, sospetti e battaglie televisive.

Infante prova a mettere ordine dal suo punto di vista: Stasi, secondo lui, non ha ucciso Chiara; su Sempio, invece, bisogna aspettare. Ma questa distinzione, nel circo mediatico di Garlasco, rischia di durare pochissimo. Perché il caso ormai funziona come una guerra di posizioni. C’è chi difende la sentenza, chi la contesta, chi vede nella nuova inchiesta la prova di un errore passato e chi teme un altro processo costruito su basi fragili.

La verità, come sempre, dovrà stare negli atti. Non nelle frasi a effetto, non nei sospetti televisivi, non nelle diagnosi fatte a posteriori, non nelle semplificazioni comode. Ma intanto la presa di posizione di Milo Infante pesa. Perché arriva da un giornalista che su Garlasco ha fatto un percorso pubblico, che ammette di aver creduto a una versione e oggi dice di non crederci più.

E in un caso dove ogni dettaglio può cambiare il senso di una storia, anche questo diventa un fatto: uno dei volti più esposti del racconto televisivo su Garlasco oggi difende Alberto Stasi, non chiude il capitolo Andrea Sempio e lascia intendere che la partita, almeno sul piano pubblico, non sia affatto finita.