Ranucci lascia Report con gli scatoloni: vent’anni di inchieste finiscono tra le polemiche Rai

Sigfrido Ranucci

ROMA – Ranucci lascia Report e raccoglie in alcuni scatoloni i ricordi di vent’anni di giornalismo d’inchiesta. Il 13 ottobre Sigfrido Ranucci ha pubblicato sui social un video del suo commiato dalla redazione di via Teulada, accompagnato da un messaggio di amarezza, orgoglio professionale e da una promessa di ritorno. È l’ultimo passaggio di uno scontro che coinvolge i vertici della Rai, il tribunale del Lavoro e il futuro della trasmissione.

Il giornalista ricorda circa cinquecento puntate alle quali ha lavorato. Gli oggetti raccolti, i documenti e i ricordi diventano il simbolo di una separazione maturata dopo mesi di tensioni, culminate nella decisione aziendale di rimuoverlo dalla conduzione e dal ruolo di capo autore del programma. Il congedo dalla redazione non equivale, da solo, alla conclusione del rapporto di lavoro con la Rai.

Dalla rimozione al ricorso: lo scontro con la Rai

La rottura prende forma alla fine di agosto, quando la Rai decide di sollevare Ranucci dalla guida di Report, sullo sfondo delle contestazioni riguardanti anche i suoi rapporti con Valter Lavitola. Una vicenda nella quale si intrecciano questioni disciplinari, rapporti professionali e valutazioni aziendali che il giornalista ha contestato attraverso i propri legali.

Il confronto approda davanti al tribunale del Lavoro di Roma, chiamato a pronunciarsi sul ricorso cautelare presentato per ottenere il reintegro. Il mancato accoglimento della richiesta urgente lascia ferma, in questa fase, la decisione aziendale. Non chiude però automaticamente tutti gli aspetti della controversia.

Nel frattempo arriva anche una sospensione disciplinare di dieci giorni, motivata dalla Rai attraverso quattro contestazioni. La difesa di Ranucci annuncia l’intenzione di impugnare il provvedimento, contestandone presupposti e modalità.

Ranucci lascia Report: gli scatoloni e la promessa di tornare

Nel messaggio che accompagna il video, Ranucci non nasconde la durezza del momento. Dice di aver immaginato diversi scenari per la conclusione della propria esperienza, ma di non aver previsto modalità che definisce «mostruose». Rivendica le scelte compiute e sostiene che le rifarebbe, richiamando la difesa dei principi professionali, dell’informazione libera e della funzione del servizio pubblico.

Il giornalista sceglie anche una colonna sonora dal forte valore simbolico, L-O-V-E di Nat King Cole. La collega al ricordo di un funerale in Francia durante il quale il dolore si trasformò in un momento collettivo di partecipazione. È l’immagine con cui prova a raccontare il proprio stato d’animo: trasformare una separazione dolorosa nella possibilità di ricominciare.

Resta il rammarico per non aver potuto salutare gli spettatori dallo studio della trasmissione. Il congedo arriva attraverso i social, con un ringraziamento al pubblico e la promessa di rivedersi.

Il caso Report e l’autonomia editoriale

La vicenda supera i confini di una controversia lavorativa. Report ha costruito la propria identità attraverso inchieste su politica, economia, poteri pubblici e privati. Un’attività che ha alimentato confronti accesi, critiche e richieste di chiarimento, collocando spesso la trasmissione al centro del dibattito nazionale.

Le decisioni organizzative e disciplinari dell’azienda e le contestazioni del giornalista richiedono valutazioni distinte. La legittimità dei provvedimenti appartiene al confronto giuridico. Il loro impatto sull’autonomia editoriale riguarda anche il dibattito pubblico.

Considerare automaticamente ogni provvedimento disciplinare una forma di censura sarebbe improprio. Anche ignorare le domande poste da una separazione tanto controversa sarebbe riduttivo: resta da capire quale equilibrio il servizio pubblico intenda costruire fra governo dell’azienda, pluralismo e giornalismo d’inchiesta.

La Rai dopo Ranucci: la domanda che resta

Il video segna la conclusione dell’esperienza del giornalista nella redazione di Report, ma non chiude necessariamente la controversia né chiarisce il suo futuro professionale. Rimangono aperti gli interrogativi sulle successive iniziative legali e sull’evoluzione del programma.

La credibilità di una televisione finanziata dai cittadini si misura anche nella capacità di garantire regole trasparenti, autonomia professionale e responsabilità editoriale, soprattutto quando le inchieste provocano reazioni e controversie. Ranucci porta via i suoi ricordi. Le domande sul futuro del giornalismo d’inchiesta nel servizio pubblico restano aperte.