Report, Ranucci perde il ricorso contro la Rai: niente reintegro alla conduzione. Ma il giudice denuncia le pressioni politiche del governo

Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci non tornerà alla conduzione di Report per effetto del ricorso presentato contro la Rai. Il Tribunale del lavoro di Roma ha respinto l’istanza cautelare con cui il giornalista chiedeva di annullare la sua rimozione dal programma di inchieste e di ottenere l’immediato reintegro nelle funzioni di autore e conduttore. La decisione dà ragione all’azienda sul piano della gestione del rapporto di lavoro, ma contiene anche un passaggio significativo sulle pressioni politiche esercitate attraverso dichiarazioni pubbliche di esponenti del governo.

Secondo la giudice, la rimozione di Ranucci rientra nel «normale potere direttivo e gestionale dell’impresa». Il Tribunale non ha quindi accolto la tesi dei legali del giornalista, che avevano denunciato una discriminazione nei suoi confronti. Un risultato favorevole alla Rai, almeno in questa fase cautelare, che tuttavia non cancella le considerazioni contenute nel provvedimento sui rapporti tra politica e servizio pubblico.

Il giudice respinge il ricorso: la Rai poteva rimuovere Ranucci

La controversia nasce dalla decisione dell’azienda di togliere a Ranucci la conduzione di Report alla fine di agosto. Il giornalista aveva contestato il provvedimento, sostenendo che la scelta avesse una matrice politica e che rappresentasse un trattamento discriminatorio. Attraverso il suo avvocato Roberto De Vita aveva quindi chiesto al Tribunale di accertarne l’illegittimità e ordinare il ritorno immediato alla guida della trasmissione.

La giudice ha però ritenuto che la scelta aziendale rientrasse nelle prerogative organizzative della Rai. Ha inoltre respinto un altro argomento della difesa, secondo cui la decisione sarebbe stata riconducibile esclusivamente a Paolo Corsini, direttore degli approfondimenti. Per il Tribunale, non è credibile che un provvedimento di tale rilevanza non fosse condiviso con gli altri livelli del management aziendale.

Il rigetto dell’istanza cautelare non equivale necessariamente a una decisione definitiva su ogni possibile profilo della controversia. Significa però che, allo stato, il giudice non ha individuato i presupposti per ordinare il reintegro richiesto dal giornalista.

Il richiamo ai politici: «Tentativo di condizionare i vertici Rai»

La parte politicamente più delicata dell’ordinanza riguarda le dichiarazioni pubbliche rilasciate da esponenti del governo contro Ranucci. Pur respingendo la domanda del giornalista, la giudice attribuisce a quelle esternazioni una rilevanza istituzionale che non può essere ignorata.

Nel provvedimento si legge che negare l’intento di condizionamento dei vertici Rai attraverso simili dichiarazioni significherebbe disconoscere la responsabilità connessa al ruolo istituzionale ricoperto da chi le pronuncia. È un passaggio importante perché distingue due questioni: da una parte la legittimità della decisione aziendale, dall’altra il comportamento dei rappresentanti politici nei confronti del servizio pubblico.

Il Tribunale, dunque, non ha accolto la richiesta di reintegro, ma non ha neppure liquidato come irrilevanti le pressioni esercitate nel dibattito politico. Resta però essenziale distinguere il riconoscimento di un intento di condizionamento dalla prova che proprio quelle dichiarazioni abbiano determinato la rimozione di Ranucci.

Dall’arresto di Lavitola alla rottura tra Ranucci e la Rai

La vicenda era esplosa alla fine di agosto, dopo l’arresto di Valter Lavitola, indicato come un amico fraterno del giornalista e indagato dalla Procura di Roma quale presunto mandante dell’attentato contro Ranucci dell’ottobre 2025. L’arresto aveva preceduto la decisione della Rai di rimuovere il conduttore dalla trasmissione.

L’azienda aveva proposto al giornalista alcune alternative professionali, che Ranucci aveva giudicato impraticabili. Da parte sua, l’ex conduttore aveva definito la rimozione una decisione politica, contestando la ricostruzione aziendale e scegliendo di rivolgersi alla magistratura del lavoro.

Con il rigetto del ricorso, Ranucci non ottiene il ritorno a Report e rimane fuori dalla redazione del programma. La pronuncia rappresenta quindi un passaggio rilevante nella controversia con la Rai, ma lascia aperto il dibattito sul rapporto tra autonomia editoriale, scelte aziendali e interventi della politica nel servizio pubblico.