The Core Milano, il club dei super ricchi rischia di non aprire mai: soci in rivolta e milioni di euro nel mirino

The Core Club

Il sogno era quello di portare a Milano un club esclusivo per super ricchi, una specie di salotto internazionale del lusso, della finanza, del benessere e delle relazioni giuste. Il rischio, adesso, è che The Core Milano resti soltanto una promessa costosissima. Anzi, una promessa venduta per anni a colpi di storytelling patinato, quote d’ingresso da capogiro e annunci di aperture imminenti che, almeno finora, non si sono mai tradotti in una sede reale aperta ai soci.

Al centro della vicenda ci sono Jennie e Dangene Enterprise, le due fondatrici americane del progetto, già finite al centro delle cronache anche per i loro rapporti passati con Jeffrey Epstein. Per anni avrebbero raccontato l’arrivo del club nel cuore di Milano, in corso Matteotti 14, presentandolo come una nuova cittadella dell’élite globale: soci selezionati, eventi esclusivi, business riservato, medicina della longevità, servizi su misura e una community internazionale pronta a occupare il salotto buono della città.

The Core Milano, la sede promessa in corso Matteotti non c’è più

Il punto centrale è l’immobile. La sede milanese di The Core, quella indicata come cuore fisico del progetto, sarebbe ormai uscita definitivamente dal perimetro dell’operazione. Il rapporto contrattuale sullo stabile che avrebbe dovuto ospitare il club è stato infatti risolto per inadempimento lo scorso 6 febbraio 2026.

È un passaggio enorme, perché cambia completamente la natura della storia. Finché il club era in ritardo, si poteva parlare di slittamenti, difficoltà operative, ostacoli immobiliari, burocrazia o problemi di cantiere. Ma se la sede promessa non è più disponibile, il progetto non è semplicemente in ritardo: rischia di non avere più il suo pilastro materiale.

Eppure, secondo quanto emerso, il marchio continuerebbe a presentare Milano come una community viva, con iscrizioni aperte e centinaia di aderenti. È qui che la vicenda smette di essere una curiosità da cronaca mondana e comincia ad assumere contorni molto più seri.

La mail ai soci: “Il nostro impegno resta incrollabile”

Il 29 aprile 2026 Jennie e Dangene hanno scritto direttamente ai membri per provare a rassicurarli. Nella mail, dal tono affettuoso e combattivo, attribuiscono la crisi a un inadempimento del soggetto incaricato dello sviluppo immobiliare e ribadiscono la volontà di andare avanti con il progetto Core: Milano.

«Il nostro impegno per il progetto Core: Milano resta incrollabile», scrivono alle persone che in questi anni hanno creduto nel club e, in molti casi, versato somme importanti per entrarne a far parte. Poi aggiungono che è «il privilegio della nostra vita combattere per costruire il futuro di questa incredibile community di Core: Milano».

Parole pensate per tenere unita la comunità, certo. Ma il problema è che arrivano quando la fiducia di una parte dei soci sembra ormai logorata. Perché chi ha pagato migliaia di euro per entrare in un club mai aperto potrebbe non accontentarsi più di promesse, visioni e formule motivazionali.

Quote da 8mila a 26mila euro: quanti soldi sono stati raccolti?

Il nodo economico è pesantissimo. La società, tramite l’ufficio stampa, aveva parlato di 700 soci, descritti come una platea «in continua crescita». Se anche solo una parte di loro avesse versato quote d’ingresso comprese tra 8mila e 26mila euro più Iva, la cifra complessiva raccolta potrebbe collocarsi facilmente tra diversi milioni e oltre 15-20 milioni di euro.

Numeri che trasformano The Core Milano da storia di lusso mancato a possibile caso giudiziario. Perché una cosa è vendere l’accesso a una community in costruzione, altra cosa è continuare a incassare o trattenere quote mentre la sede promessa viene meno e il progetto perde il suo elemento essenziale.

Il punto, adesso, non è più soltanto se il club aprirà o no. Il punto è capire che cosa sia stato promesso ai soci, quando sia stato promesso, quali informazioni siano state fornite, quali invece eventualmente taciute e dove siano finite le somme versate.

Soci pronti alla causa: entra in scena lo studio Lexia

Il malcontento starebbe già diventando materia da avvocati. Lo studio legale Lexia ha confermato che alcuni soci di The Core si sono rivolti al team guidato dall’avvocata Silvia Cossu per ricevere assistenza in relazione alla mancata disponibilità della sede promessa anni fa. Gli stessi soci sarebbero pronti ad avviare un’azione giudiziale per chiedere il risarcimento dei danni.

È un passaggio decisivo. Perché quando i membri di un club esclusivo smettono di chiedere aggiornamenti e iniziano a rivolgersi ai legali, la narrazione cambia completamente. Non siamo più nel terreno del ritardo commerciale, ma in quello del contenzioso.

E a quel punto ogni documento diventa importante: brochure, contratti, mail, dichiarazioni pubbliche, comunicazioni riservate, ricevute di pagamento, condizioni di adesione, eventuali clausole di rimborso. Tutto ciò che per anni ha sostenuto il racconto di Core: Milano potrebbe ora finire sul tavolo degli avvocati.

Il possibile profilo giudiziario della vicenda

Se i fatti raccolti troveranno conferma, in Italia potrebbero entrare in discussione ipotesi molto delicate, dalla truffa all’insolvenza fraudolenta, fino ad altri profili legati ai flussi societari e alla destinazione delle somme versate dai soci. Naturalmente, al momento si tratta di possibili scenari giuridici e non di accuse accertate.

Il cuore del problema è però evidente: se un progetto perde la sede promessa ma continua a mantenere attive iscrizioni, quote o aspettative economiche, la linea tra fallimento imprenditoriale e possibile responsabilità giuridica può diventare molto sottile.

Non è difficile immaginare che la Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, possa prima o poi essere chiamata a guardare dentro questa storia, soprattutto se l’azione dei soci dovesse produrre esposti, denunce o richieste di accertamento sui movimenti di denaro.

La galassia Core tra holding, società e fondi

A complicare ulteriormente il quadro c’è la struttura del gruppo. The Core non sarebbe soltanto un club, ma una galassia di holding, veicoli operativi, società di management, entità collegate a New York e San Francisco e perfino strutture non profit legate alla sede di Fifth Avenue.

Secondo uno schema interno del marzo 2023, il mondo Core apparirebbe come una macchina societaria complessa, costruita per ricevere quote d’ingresso, contributi, ricavi operativi e farli transitare in una rete di soggetti diversi. Una struttura che, se letta in chiave imprenditoriale, può essere presentata come articolazione internazionale del business. Ma se il progetto milanese non si realizza, rischia di diventare il punto più opaco dell’intera vicenda.

Perché i soci potrebbero chiedere una cosa molto semplice: dove sono finiti i soldi? E soprattutto: quali somme sono state destinate davvero al progetto Milano, quali ad altre entità del gruppo e quali sono ancora eventualmente recuperabili?

Il precedente americano sui fondi Covid

A rendere la storia ancora più delicata c’è anche il precedente americano. Nel 2025 alcune società del gruppo Core hanno chiuso un contenzioso sui fondi Covid, dopo contestazioni per oltre 4,6 milioni di dollari, pagando 360mila dollari in un quadro di capacità economica estremamente limitata, vicino al fallimento.

È un dettaglio che pesa, perché aggiunge un precedente finanziario a un progetto già fragile. Se una parte del gruppo si trovava in condizioni economiche molto difficili, la domanda diventa inevitabile: i soci milanesi erano stati messi nelle condizioni di conoscere davvero la solidità dell’operazione?

Anche qui, il punto non è emettere sentenze. Il punto è capire se chi ha pagato quote altissime per entrare in The Core Milano abbia ricevuto un’informazione completa, trasparente e aggiornata sullo stato reale del progetto.

Dal club dei sogni al caso The Core Milano

The Core era stato venduto come un club per pochissimi, un luogo dove entrare significava far parte di una cerchia esclusiva, internazionale, sofisticata. Un club da Milano globale, da élite finanziaria e creativa, da networking di lusso.

Oggi, però, la storia sembra rovesciarsi. La sede non c’è più, i soci iniziano a muoversi sul piano legale, le cifre sono altissime e le rassicurazioni delle fondatrici rischiano di non bastare. Quello che doveva essere un tempio dell’esclusività potrebbe diventare uno dei casi più imbarazzanti del lusso milanese.

Per anni The Core Milano ha promesso accesso, status e appartenenza. Ora deve rispondere a una domanda molto meno glamour e molto più concreta: che fine hanno fatto i soldi dei soci?