“Dietro la Uno Bianca c’erano i Servizi”: Roberto Savi shock in tv, esplode la rabbia dei familiari delle vittime

Roberto Savi a Belve Crime – credit photo @raiplay

Ci sono ferite che dopo trent’anni continuano a sanguinare. E quando a parlare è un uomo condannato all’ergastolo per una delle stagioni criminali più feroci della storia italiana, ogni parola pesa come piombo. Roberto Savi, ex poliziotto e capo della Banda della Uno Bianca, ieri sera ha riaperto uno degli incubi più neri degli anni Novanta italiani durante la trasmissione Belve Crime di Francesca Fagnani su Rai2. E lo ha fatto nel modo più devastante possibile: sostenendo che dietro alcune azioni della banda ci sarebbero stati i servizi segreti.

Una frase che ha fatto esplodere la rabbia dei familiari delle vittime, provocato un terremoto mediatico e spinto la Procura di Bologna a riaprire immediatamente il dossier sulle sue dichiarazioni.

Roberto Savi tira in ballo i Servizi segreti

La Banda della Uno Bianca, tra il 1987 e il 1994, seminò il terrore tra Emilia-Romagna e Marche con rapine, assalti armati e massacri che lasciarono a terra 24 morti e oltre cento feriti. Dietro quella scia di sangue c’erano soprattutto i fratelli Savi, poliziotti che di notte si trasformavano in killer spietati.

Durante l’intervista a Belve Crime, Roberto Savi ha sostenuto che alcune azioni del gruppo non sarebbero state semplici rapine, ma operazioni coperte o addirittura suggerite dai Servizi. Il riferimento più inquietante riguarda l’assalto all’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio 1991, in cui vennero assassinati la titolare Licia Ansaloni e l’ex carabiniere Pietro Capolungo.

Quando Francesca Fagnani gli chiede se qualcuno abbia ordinato loro di eliminare Capolungo, Savi non risponde apertamente, ma annuisce. Poi aggiunge frasi che hanno gelato studio e telespettatori: «Ma va là, la rapina. Chi va a rapinare pistole?» e ancora «Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».

La Procura di Bologna riapre il caso

Le parole dell’ex poliziotto non sono rimaste soltanto materiale televisivo. La Procura di Bologna ha deciso di acquisire il girato integrale dell’intervista e intende ascoltare nuovamente Roberto Savi per capire se dietro quelle dichiarazioni esistano elementi concreti oppure soltanto provocazioni, depistaggi o tentativi di ottenere benefici.

Gli inquirenti stanno lavorando da tempo su due filoni d’indagine collegati proprio alla Banda della Uno Bianca e alle possibili zone d’ombra mai chiarite del tutto. Per questo motivo le parole di Savi non possono essere ignorate, anche se vengono accolte con enorme cautela.

Il sospetto degli investigatori è che l’ex capo della banda possa stare mandando messaggi, cercando di riaprire vecchi scenari o costruendo nuove narrazioni attorno a una vicenda già devastata da misteri, omissioni e teorie mai del tutto sopite.

Francesca Fagnani difende la scelta di mandare in onda l’intervista

Dopo il terremoto scoppiato attorno alla puntata, Francesca Fagnani ha rivendicato il valore giornalistico dell’intervista. La conduttrice ha sottolineato come la decisione della Procura di Bologna di voler riascoltare Savi rappresenti «una notizia importante» e ha aggiunto che il lavoro della trasmissione può contribuire «all’accertamento della verità».

Parole che però non hanno placato le polemiche. Per molti familiari delle vittime, infatti, il problema non è tanto l’eventuale rilevanza investigativa delle dichiarazioni, quanto il fatto che un assassino condannato all’ergastolo abbia avuto uno spazio televisivo così ampio per raccontare la propria versione dei fatti.

La rabbia delle famiglie delle vittime

La reazione più dura è arrivata proprio dai parenti di chi venne ucciso dalla Uno Bianca. Alberto Capolungo, figlio di Pietro, ha definito false le parole di Savi sul presunto coinvolgimento del padre con i Servizi dell’Arma.

«Mio padre non faceva parte dei Servizi», ha detto. E poi l’affondo più pesante: «Se davvero ci fosse un coinvolgimento di quel genere, Savi dovrebbe dirlo ai magistrati, non in televisione».

Un sentimento condiviso da molte famiglie, che da oltre trent’anni convivono con lutti devastanti e che vedono con dolore il ritorno mediatico degli uomini che distrussero le loro vite.

L’indignazione verso la Rai

Durissimo anche il giornalista Nicola Borzi, che ha parlato di «vergogna totale» accusando la Rai di trasformarsi nel «megafono di criminali senza pietà». Una polemica che investe direttamente il servizio pubblico e riapre il dibattito eterno sul confine tra diritto di cronaca, spettacolarizzazione del crimine e rispetto delle vittime.

Perché il punto, in fondo, è tutto qui: fino a dove può spingersi la televisione quando mette davanti alle telecamere uomini responsabili di stragi e omicidi? E soprattutto, cosa resta nelle famiglie quando vedono chi ha massacrato figli, padri e mariti raccontare quei delitti quasi con distacco?

L’ombra eterna della Uno Bianca

La Banda della Uno Bianca continua a essere una ferita aperta nella memoria italiana. Non solo per la ferocia degli omicidi, ma anche perché attorno a quella stagione criminale sono sempre sopravvissuti dubbi, sospetti e interrogativi mai completamente dissolti.

I fratelli Savi agirono davvero da soli? Ebbero coperture? Qualcuno chiuse gli occhi? Oppure quelle di Roberto Savi sono soltanto parole pronunciate da un ergastolano che, dopo oltre trent’anni di carcere, cerca ancora attenzione, peso e centralità?

La Procura di Bologna proverà a capirlo. Ma intanto resta il dolore di chi, ieri sera, davanti alla televisione, ha rivissuto ancora una volta l’incubo della Uno Bianca.