Trump scarica Meloni sul Papa: la premier prende le distanze dal tycoon e manda avanti Tajani

Antonio Tajani con Giorgia Meloni

Fino a poche settimane fa Giorgia Meloni veniva descritta come una delle leader europee più vicine a Donald Trump. Oggi, invece, a Palazzo Chigi si studia come prendere le distanze senza rompere davvero. L’ennesimo attacco del presidente americano a papa Leone XIV ha costretto la premier a una scelta politica delicata: non esporsi direttamente, abbassare i toni e lasciare che fosse Antonio Tajani a replicare in difesa del Pontefice.

Una decisione tutt’altro che casuale. Dietro c’è una lunga riflessione maturata nelle stanze di Palazzo Chigi, dove ormai si guarda con crescente preoccupazione all’imprevedibilità del presidente americano e ai danni politici che una vicinanza troppo marcata potrebbe provocare in Italia.

Meloni cambia linea su Trump

La differenza rispetto al passato è evidente. Stavolta Meloni non ha definito “inaccettabili” le parole del tycoon contro Leone XIV, come aveva fatto in precedenza. Nessuna presa di posizione frontale, nessuna dichiarazione muscolare.

La linea scelta è stata più sottile: affidare la risposta a Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, figura percepita come più moderata e meno esposta all’universo trumpiano. Un modo per difendere il Papa senza trasformare il caso in uno scontro personale tra la premier e la Casa Bianca.

Il calcolo politico di Palazzo Chigi

Dietro questa prudenza c’è un ragionamento preciso. Meloni vuole aspettare l’incontro tra Marco Rubio e il Vaticano prima di alzare ulteriormente i toni. La visita del segretario di Stato americano, prevista a Roma tra giovedì e venerdì, viene letta come un tentativo di ricucitura con il mondo cattolico americano e con la Santa Sede.

La premier incontrerà personalmente Rubio venerdì, in un’agenda modificata all’ultimo momento. E non è un dettaglio. Marco Rubio viene considerato a Palazzo Chigi uno dei pochi interlocutori affidabili dentro l’amministrazione Trump: meno ideologico, più pragmatico, soprattutto più controllabile rispetto agli eccessi del presidente.

“Noi alleati degli Usa, non di Trump”

La vera novità, però, è il cambio di clima interno alla destra italiana. Fino a poco tempo fa molti esponenti del centrodestra guardavano a Trump con entusiasmo quasi ideologico. Oggi, invece, nessuno sembra più stupirsi delle sue uscite contro il Papa, contro l’Europa o contro gli stessi alleati occidentali.

Ed è proprio qui che nasce il nuovo messaggio politico che Meloni vuole far filtrare dentro Fratelli d’Italia: «Noi siamo alleati degli Stati Uniti, non di Trump». Una frase che, secondo fonti vicine alla premier, sarebbe stata affidata alla macchina comunicativa guidata da Giovanbattista Fazzolari per ridefinire il racconto pubblico dei rapporti con Washington.

La crisi dell’asse Meloni-Trump

A incrinare il rapporto sarebbe stata una serie di tensioni accumulate negli ultimi mesi. Dalla freddezza italiana sulla Groenlandia alle divergenze sul Vaticano, fino al nodo Iran e all’utilizzo delle basi Nato.

Il caso Sigonella

Trump non avrebbe gradito, in particolare, il mancato sostegno italiano sulla gestione della crisi iraniana e il no operativo arrivato sull’uso della base di Sigonella senza un passaggio parlamentare. A Palazzo Chigi insistono sul fatto che l’Italia abbia rispettato tutti gli accordi internazionali e i vincoli costituzionali. Ma il sospetto è che alla Casa Bianca il messaggio sia stato interpretato come una presa di distanza politica.

La minaccia sulle basi Usa in Italia

C’è poi un altro elemento che preoccupa il governo: la minaccia di Trump di ritirare soldati americani dalle basi italiane. Per ora viene considerata più una reazione impulsiva che un piano concreto, ma nessuno vuole sottovalutare il rischio.

Ed è anche per questo che l’incontro con Rubio viene visto come cruciale. Meloni vuole capire quanto le parole del presidente americano siano soltanto propaganda muscolare e quanto, invece, riflettano un cambio reale nella strategia americana verso l’Europa.

Storia di un amore politico finito?

La sensazione, nei corridoi della politica romana, è che qualcosa si sia rotto davvero. Non una rottura ufficiale, certo. Ma il rapporto privilegiato tra Meloni e Trump, costruito su affinità ideologiche e sintonia politica, sembra oggi molto più fragile.

E la premier italiana, che un tempo rivendicava di saper comprendere l’“irruenta psicologia” del tycoon meglio di tanti leader europei, ora sembra soprattutto impegnata a contenerne gli effetti.