Marianna Madia se n’è andata e Sandra Zampa, almeno per ora, no. Ma il problema politico resta tutto sul tavolo del Partito democratico di Elly Schlein: quanto spazio c’è ancora, dentro il Pd, per l’area riformista?
La domanda è tornata a pesare dopo l’uscita di Madia dal gruppo dem alla Camera e il suo passaggio, da indipendente, al gruppo di Italia Viva. Un addio senza toni clamorosi, senza porte sbattute e senza accuse frontali, ma proprio per questo forse ancora più significativo. Non una lite improvvisa, ma l’epilogo di un disagio maturato nel tempo.
Sandra Zampa smentisce l’addio, ma manda un messaggio al Pd
Interpellata sulle ricostruzioni che la indicano tra i possibili prossimi addii, Sandra Zampa ha smentito l’ipotesi di un’uscita dal Pd. Ma lo ha fatto lasciando sul tavolo un avvertimento politico chiarissimo: il partito deve rafforzarsi nel pluralismo e non radicalizzarsi.
Secondo la senatrice, chi vince le primarie ha certamente il diritto di portare avanti una linea. Ma dentro quella linea deve restare spazio per un’anima plurale, capace di parlare a una platea più ampia. Tradotto: il Pd non può trasformarsi in un partito a immagine e somiglianza della sola maggioranza schleiniana.
Sandra Zampa invita quindi chi guida il partito a farsi domande e a darsi risposte. Un modo elegante per dire che il malessere non è un’invenzione giornalistica.
L’addio di Madia e il silenzio del Nazareno
Il passaggio di Marianna Madia al gruppo di Italia Viva ha colpito la minoranza riformista. Non perché fosse del tutto imprevedibile, ma perché ha reso visibile una frattura che molti nel Pd vivono da mesi.
Madia non aderisce formalmente al partito di Matteo Renzi, anche per evitare che l’operazione appaia come un attacco diretto a Schlein. Renzi, del resto, continua a presentarsi come alleato del centrosinistra e non vuole dare l’impressione di indebolire il Pd alla vigilia delle prossime sfide politiche.
Dal Nazareno, intanto, nessun commento. Una scelta voluta: osservare in silenzio, senza trasformare l’uscita di Madia in un caso pubblico. Ma il silenzio non cancella il problema.
Il precedente Gualmini e il rischio emorragia
L’addio di Madia arriva dopo quello di Elisabetta Gualmini, che aveva lasciato la delegazione dem al Parlamento europeo parlando di “mutazione genetica” del partito e passando ad Azione.
La differenza è importante: Gualmini è finita fuori dal perimetro della coalizione che punta a battere Giorgia Meloni, mentre Madia si colloca nel gruppo di Italia Viva, dentro un’area che Renzi vuole mantenere collegata al centrosinistra. Ma il segnale politico è lo stesso: una parte del mondo riformista non si sente più a casa.
Delrio, Zampa e il sogno di un centro cattolico-riformista
Tra i nomi osservati con maggiore attenzione c’è Graziano Delrio. L’ex ministro ha negato di voler rompere con il Pd, ma il suo “se ci sono le condizioni, mi impegno dentro al partito” contiene già tutto il dubbio di questa fase.
Delrio non sembra pensare a un ritorno diretto al fianco di Renzi. Piuttosto guarda alla costruzione di un contenitore più ampio, di ispirazione cattolica e riformista. Va letta in questa chiave la nascita della sua associazione Comunità Democratica.
Anche Zampa, vicina a Romano Prodi, viene indicata tra coloro che almeno una volta hanno valutato l’ipotesi dell’addio. Lei però frena: non basta uscire, bisogna sapere dove andare e con quale progetto. Perché un abbandono senza una prospettiva rischia di essere solo un gesto di testimonianza.
Il nodo delle liste e degli “esodati” dem
Dietro il malessere politico c’è anche un tema molto concreto: le prossime liste elettorali. Saranno firmate da Schlein e costruite con il peso decisivo delle correnti che sostengono la segretaria.
Lo statuto del Pd prevede limiti per chi ha già completato tre legislature. In Transatlantico si fanno già i conti: potrebbero essere una trentina i parlamentari a rischio esclusione, molti dei quali appartenenti all’area riformista.
Tra i nomi citati nei ragionamenti interni ci sono Piero Fassino, Lorenzo Guerini, Paola De Micheli e altri esponenti storici. Madia, in Parlamento dal 2008, avrebbe potuto forse ottenere una deroga come ex ministra. Ma il tema va oltre le regole formali.
Che volto vuole avere il Pd?
La vera domanda è politica: che volto vuole avere il Partito democratico alle prossime elezioni? Le liste non servono solo a eleggere parlamentari. Servono a dire quale identità il partito vuole mostrare agli elettori.
Se l’area riformista verrà ridotta ai margini, il Pd rischia di perdere un pezzo di elettorato moderato, cattolico, liberale e amministrativo che negli anni ha contribuito a costruire la sua forza. Se invece Schlein riuscirà a tenere insieme le anime del partito, il pluralismo potrà diventare una risorsa e non una minaccia.
Per ora, però, il clima resta inquieto. Madia ha scelto di uscire. Zampa resta, ma chiede un Pd meno radicale e più plurale. Delrio aspetta di capire se ci siano ancora le condizioni. E nel frattempo, dentro la minoranza riformista, molti continuano a soffrire in silenzio.







