È la Mani Pulite della stampa italiana? La domanda, fino a pochi giorni fa, sarebbe sembrata una provocazione. Oggi, dopo l’esplosione dell’inchiesta della Procura di Napoli sui rapporti tra l’università telematica Pegaso e alcuni dei maggiori gruppi editoriali nazionali, assume un significato ben diverso. Direttori di giornale, ex direttori, amministratori delegati, concessionarie pubblicitarie e società di comunicazione compaiono in un’indagine che ipotizza un meccanismo tanto semplice quanto inquietante: utilizzare gli investimenti pubblicitari per influenzare il modo in cui i giornali raccontano una vicenda giudiziaria. In altre parole, secondo l’ipotesi investigativa, i soldi della pubblicità avrebbero potuto comprare qualcosa di molto più prezioso di una pagina: il silenzio.
Le accuse sono ancora tutte da dimostrare e nessuna iscrizione nel registro degli indagati equivale a una condanna. Ma la portata dell’inchiesta è difficile da ignorare, soprattutto perché coinvolge professionisti e aziende che occupano posizioni centrali nel sistema dell’informazione italiana. E il paradosso è evidente: questa volta sono proprio i giornali, abituati a raccontare le indagini su politici e imprenditori, a dover spiegare i propri rapporti con un importante investitore pubblicitario.
Pegaso, l’accusa che scuote i giornali: pubblicità per addolcire le notizie
Il cuore dell’inchiesta riguarda il presunto utilizzo degli investimenti pubblicitari per condizionare la copertura delle vicende giudiziarie dell’università telematica Pegaso. Secondo la Procura di Napoli, promesse di nuovi contratti, aumenti delle campagne e riattivazioni di accordi commerciali avrebbero potuto favorire un trattamento meno aggressivo delle notizie.
Gli investigatori ipotizzano che questi strumenti economici servissero a ritardare, attenuare o addirittura impedire la pubblicazione di informazioni considerate dannose per l’immagine dell’ateneo. Una ricostruzione che, se trovasse conferma, solleverebbe interrogativi profondi sull’indipendenza editoriale e sulla separazione tra interessi commerciali e scelte giornalistiche.
Il nuovo filone è emerso dopo le perquisizioni del 6 ottobre, mentre il giorno successivo sono diventati pubblici gli avvisi di garanzia. Tra i nomi coinvolti figurano Peter Gomez, Claudio Cerasa, Francesco Cancellato, Mario Orfeo e Andrea Malaguti, insieme a dirigenti e rappresentanti di importanti gruppi editoriali. Le singole posizioni sono differenti e dovranno essere valutate separatamente, senza trasformare un elenco di indagati in un elenco di colpevoli.
Dai presunti esami facilitati al sistema dei rapporti con l’editoria
Per comprendere il terremoto giudiziario bisogna tornare al primo filone dell’inchiesta, diventato pubblico nel giugno 2026. In quel caso gli investigatori avevano concentrato l’attenzione su oltre 4.200 iscrizioni universitarie considerate irregolari, ipotizzando un sistema capace di agevolare l’accesso e il conseguimento di titoli accademici.
Le verifiche riguardano il riconoscimento dei crediti, i tirocini, gli esami e le modalità di verbalizzazione delle prove. Tra gli elementi esaminati compaiono anche raccolte di domande e risposte che sarebbero state messe a disposizione degli studenti e programmi informatici utilizzabili per il controllo remoto dei computer.
Il secondo filone affronta invece una questione diversa: come sarebbe stata gestita la comunicazione pubblica delle vicende giudiziarie dell’università. Gli inquirenti stanno verificando se il rapporto tra Pegaso, le società pubblicitarie e alcuni protagonisti dell’editoria abbia oltrepassato i confini della normale attività commerciale.
La nuova gestione del gruppo universitario ha sostenuto di aver individuato internamente alcune irregolarità, di aver adottato provvedimenti nei confronti dei dipendenti coinvolti e di aver collaborato con gli investigatori. Anche questi elementi dovranno essere considerati nella ricostruzione delle diverse responsabilità.
Il ritorno di Luigi Bisignani e le pressioni sulla ministra Bernini
Nell’inchiesta compare anche un nome che attraversa da decenni alcune delle vicende più discusse dei rapporti tra politica, affari e potere: Luigi Bisignani. Secondo la ricostruzione investigativa, sarebbe stato individuato come possibile tramite per esercitare pressioni sulla ministra dell’Università Anna Maria Bernini.
L’obiettivo sarebbe stato ottenere una proroga delle modalità di svolgimento degli esami a distanza, dopo la stretta introdotta dal decreto ministeriale del dicembre 2024. La normativa prevedeva infatti il ritorno ordinario alle prove in presenza dall’anno accademico 2025-2026, limitando le eccezioni.
Il particolare più significativo è che né Bisignani né Bernini risultano indagati. Inoltre, dagli elementi emersi, non risulta che la ministra abbia assecondato le richieste. Le presunte pressioni costituiscono quindi un ulteriore capitolo da chiarire, ma non dimostrano un coinvolgimento illecito delle persone citate.
La nuova Mani Pulite? Il vero scandalo sarebbe scoprire chi decide le notizie
Il paragone con Mani Pulite è inevitabile per la quantità e la rilevanza dei nomi coinvolti, ma resta prematuro sul piano giudiziario. Tangentopoli portò alla luce un sistema di corruzione politica attraverso indagini, processi e sentenze. Nel caso Pegaso, invece, siamo ancora nella fase delle ipotesi investigative, con responsabilità personali da accertare e difese che contestano le ricostruzioni dell’accusa.
Peter Gomez e Cinzia Monteverdi hanno respinto l’ipotesi di contropartite illecite nei rapporti commerciali con il gruppo universitario. Anche Claudio Cerasa ha difeso la regolarità dei rapporti contestati. Le loro posizioni ricordano un principio fondamentale: acquistare pubblicità su un giornale non è un reato, così come non lo è intrattenere rapporti commerciali con un inserzionista coinvolto in un’inchiesta.
La questione cambia radicalmente se qualcuno promette vantaggi economici in cambio della manipolazione consapevole delle notizie. Un direttore deve poter decidere liberamente cosa pubblicare, senza che un contratto pubblicitario determini il trattamento riservato a un’inchiesta. È su questo confine che si concentra la parte più delicata dell’indagine.
Per questo la vicenda potrebbe lasciare conseguenze importanti anche se alcune contestazioni dovessero cadere. Il pubblico ha il diritto di sapere se le scelte editoriali dipendono dall’interesse giornalistico oppure dalle esigenze economiche di chi acquista pubblicità. La differenza riguarda la credibilità stessa dell’informazione.
Chiamarla già Mani Pulite sarebbe una forzatura. Ignorare la portata delle domande sollevate dall’inchiesta sarebbe però altrettanto sbagliato. Perché, se gli investigatori riuscissero a dimostrare l’esistenza di accordi per nascondere o addolcire notizie in cambio di investimenti pubblicitari, il problema non riguarderebbe soltanto i singoli protagonisti. Riguarderebbe il patto di fiducia tra i giornali e i loro lettori.







