Terremoto nell’informazione, pubblicità in cambio di «buona stampa» su UniPegaso: 22 indagati, coinvolti direttori e grandi gruppi editoriali

Terremoto nell’informazione, pubblicità in cambio di «buona stampa» su UniPegaso: 22 indagati, coinvolti direttori e grandi gruppi editoriali

Non è soltanto un’inchiesta sull’università telematica UniPegaso. Se le ipotesi formulate dalla Procura di Napoli dovessero trovare conferma, al centro della vicenda ci sarebbe uno dei rapporti più delicati e controversi dell’intero sistema dell’informazione italiana: quello tra soldi della pubblicità e libertà delle redazioni.

Sono 22 gli avvisi di garanzia notificati nell’ambito dell’indagine che coinvolge il gruppo UniPegaso-Multiversity e arriva fino ai vertici di alcuni importanti gruppi editoriali e testate nazionali. Nell’elenco compaiono amministratori, manager e diversi direttori o ex direttori di giornali. Le contestazioni hanno natura diversa e dovranno naturalmente superare il vaglio dell’inchiesta e degli eventuali successivi procedimenti giudiziari.

Il cuore dell’indagine, però, è già contenuto nelle parole riportate nel decreto di perquisizione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il gruppo avrebbe cercato di ottenere una stampa favorevole attraverso una rete di rapporti con gruppi editoriali, concessionarie pubblicitarie, direttori di testata e agenzie di stampa.

L’ipotesi dei pm: investimenti pubblicitari per controllare l’impatto delle notizie

Il meccanismo ipotizzato dalla Procura è semplice quanto, se confermato, devastante per la credibilità dell’informazione. Attraverso la «promessa, erogazione, riattivazione e incremento di investimenti pubblicitari», secondo gli investigatori si sarebbe cercato di intervenire sulla copertura giornalistica delle vicende giudiziarie riguardanti UniPegaso e Multiversity.

L’obiettivo indicato negli atti sarebbe stato quello di «condizionare, silenziare, attenuare, ritardare la pubblicazione» delle notizie sulle indagini riguardanti il gruppo, così da limitarne le conseguenze economiche e reputazionali.

Non necessariamente, dunque, far pubblicare una notizia falsa. L’ipotesi investigativa descrive qualcosa di molto più sottile: intervenire sui tempi, sul peso, sulla visibilità e sulla stessa opportunità di pubblicare una notizia vera. È esattamente qui che l’inchiesta assume una dimensione che supera di gran lunga la vicenda di una singola università.

Tra gli elementi contestati compare anche l’assicurazione di una «preventiva interlocuzione col gruppo Multiversity» sulle notizie che riguardavano la società. Anche questo aspetto dovrà essere valutato con estrema attenzione, perché chiedere una replica prima della pubblicazione costituisce normalmente una corretta pratica giornalistica. Ben diverso sarebbe, qualora venisse dimostrato, trasformare quella interlocuzione in uno strumento capace di incidere sulla decisione di pubblicare o meno una notizia in presenza di rapporti economici con l’editore.

Da Orfeo a Gomez, i nomi dell’inchiesta

L’elenco delle realtà editoriali citate negli atti attraversa una parte considerevole dell’informazione italiana. Compaiono gruppi e società collegati, a diverso titolo, a Repubblica e La Stampa, Corriere della Sera, Domani, Fanpage, Italpress, Il Foglio, Il Mattino, Il Messaggero, Il Gazzettino, Leggo, Libero, Il Sole 24 Ore, CityNews e Il Fatto Quotidiano.

Tra i direttori o ex direttori indagati figurano Mario Orfeo, nella sua precedente veste di direttore di Repubblica, Andrea Malaguti, ex direttore de La Stampa, Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, Claudio Cerasa, direttore del Foglio, e Peter Gomez, direttore del sito del Fatto Quotidiano e condirettore del quotidiano.

Nell’inchiesta compaiono inoltre numerosi esponenti delle società editoriali e delle concessionarie pubblicitarie. Proprio questa presenza rende particolarmente significativo il filone investigativo: i pm stanno cercando di ricostruire non soltanto eventuali comportamenti individuali, ma il sistema di rapporti tra chi acquistava pubblicità, chi la vendeva e chi aveva responsabilità sulla produzione delle notizie.

Per Peter Gomez e Cinzia Monteverdi, presidente e amministratrice delegata di Seif, la società editrice del Fatto Quotidiano, l’informazione di garanzia riguarda l’ipotesi di concorso in corruzione tra privati.

Gomez: «Non ho mai intascato un euro»

Proprio il Fatto Quotidiano, che ha pubblicato la notizia dell’inchiesta pur avendo propri vertici coinvolti, ha reso pubbliche anche le risposte di Gomez e della società editrice.

Gomez ha scritto ai lettori sostenendo di non aver «mai intascato un euro» né ricevuto doni, regali o promesse. Ha confermato l’esistenza di rapporti commerciali con Multiversity, investitore pubblicitario del giornale, e la collaborazione del gruppo ad alcuni corsi della Scuola del Fatto. Respinge però l’ipotesi che questi rapporti abbiano condizionato le scelte giornalistiche.

Secondo il direttore, le interlocuzioni avute in occasione delle inchieste su Pegaso servivano a raccogliere spiegazioni e garantire alla società interessata dalle notizie la possibilità di fornire la propria versione. Gomez riconosce il diritto e il dovere della magistratura di verificare i fatti e si dice convinto di poter dimostrare la correttezza del proprio comportamento.

Anche Seif ha confermato la notifica dell’informazione di garanzia a Gomez e Monteverdi. La società ha assicurato piena collaborazione alla magistratura e rivendicato la correttezza e la trasparenza del proprio operato.

Il secondo fronte dell’inchiesta e le presunte pressioni sulla ministra Bernini

Il capitolo relativo ai media non è l’unico fronte aperto dalla Procura di Napoli. Gli investigatori stanno approfondendo anche presunte pressioni esercitate dal presidente di UniPegaso-Multiversity, Fabio Domenico Vaccarono, sulla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini.

Secondo l’ipotesi investigativa, l’interlocuzione sarebbe avvenuta attraverso Luigi Bisignani e avrebbe avuto come obiettivo la proroga della disciplina eccezionale che consentiva lo svolgimento degli esami a distanza.

Bernini e Bisignani non risultano indagati. Anzi, dagli elementi emersi finora non risulta che la ministra abbia assecondato le richieste. La posizione di Bernini deve quindi restare nettamente distinta da quella delle persone raggiunte dagli avvisi di garanzia.

La questione che va oltre UniPegaso

Al netto delle responsabilità penali, tutte ancora da dimostrare, l’inchiesta mette sul tavolo una questione che il giornalismo conosce da sempre ma raramente vede entrare in un fascicolo giudiziario con questa chiarezza: quanto può pesare un grande investitore pubblicitario sulle scelte di un giornale?

La pubblicità rappresenta una fonte di finanziamento legittima e indispensabile per gran parte dell’editoria. Proprio per questo dovrebbe esistere una barriera invalicabile tra chi acquista spazi commerciali e chi decide quali notizie pubblicare. Un inserzionista compra pagine, banner, spot e visibilità pubblicitaria. Non compra il silenzio di una redazione.

È questo, prima ancora delle singole responsabilità, il punto più esplosivo dell’inchiesta napoletana. La Procura dovrà dimostrare se quella barriera sia stata effettivamente superata e, soprattutto, da chi. Gli indagati avranno tutto il diritto di contestare la ricostruzione e dimostrare che normali rapporti commerciali e normali interlocuzioni giornalistiche sono stati interpretati diversamente dagli investigatori.

Ma se emergesse che la quantità di pubblicità acquistata poteva incidere sulla quantità, sui tempi o sul tono delle notizie pubblicate, il problema non riguarderebbe soltanto UniPegaso e i 22 indagati. Riguarderebbe direttamente il patto di fiducia sul quale si regge un giornale: quello con i suoi lettori.

Perché un lettore può accettare che accanto a un articolo compaia la pubblicità di un’azienda. Ciò che non può sapere, e soprattutto non dovrebbe mai essere costretto a chiedersi, è se quell’azienda abbia comprato anche ciò che nell’articolo non c’è.