Garlasco, Garofano denuncia minacce di morte e difende le indagini del Ris: «Vogliono farmi passare per un criminale che ha incastrato Stasi»

Luciano Garofano

«Sembro improvvisamente il più grande criminale italiano». Luciano Garofano, ex comandante del Ris di Parma, denuncia di essere diventato il bersaglio di una campagna di attacchi personali dopo le nuove rivelazioni sulle indagini per l’omicidio di Chiara Poggi. Il generale parla di minacce di morte, migliaia di insulti e accuse che, a suo giudizio, stanno trasformando il lavoro degli investigatori in una presunta operazione per incastrare Alberto Stasi.

Le dichiarazioni sono arrivate durante un incontro al Rotary Club di Parma, organizzato all’Antica Tenuta Santa Teresa con il titolo Le false verità. Davanti al pubblico, Garofano ha affrontato le controversie che coinvolgono il reparto scientifico da lui diretto all’epoca del delitto del 13 agosto 2007, respingendo le contestazioni sulla gestione delle analisi e rivendicando la correttezza degli accertamenti.

«A fronte di una campagna mediatica feroce, sembro improvvisamente il più grande criminale italiano», ha affermato, secondo quanto riportato dalla Gazzetta di Parma. Il generale sostiene di essere finito sotto attacco per «aver fatto il nostro dovere, seguendo il miglior percorso scientifico allora possibile». La sua difesa riguarda in particolare le accuse di aver occultato risultati investigativi che avrebbero potuto indebolire la ricostruzione accusatoria nei confronti di Stasi.

Il Dna sui pedali della bicicletta: «Se volevamo nascondere qualcosa, lo avremmo distrutto»

Al centro delle polemiche ci sono le analisi delle tracce biologiche sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi. I nuovi accertamenti della Procura di Pavia hanno riportato l’attenzione su alcuni test negativi conservati nei documenti del Ris di Parma, i cui risultati non sarebbero stati trasmessi ai magistrati nel corso del procedimento originario.

Una circostanza che ha alimentato interrogativi sulla completezza degli atti e sulle ragioni per cui quelle analisi non siano state portate a conoscenza dell’autorità giudiziaria. Garofano respinge con decisione l’ipotesi di un occultamento volontario.

«Abbiamo consegnato tutta la documentazione. Se avessimo voluto nascondere qualcosa, lo avremmo distrutto, non lo avremmo fatto trovare», ha dichiarato. L’ex comandante del Ris ritiene che proprio il ritrovamento dei documenti negli archivi del reparto contraddica l’idea di una manovra deliberata per sottrarli alle verifiche.

«Invece si usa questo materiale per farci passare da delinquenti che volevano incastrare Stasi», ha aggiunto. La spiegazione di Garofano rappresenta la sua risposta alle contestazioni emerse nelle nuove indagini. Resta aperta la questione della mancata trasmissione dei risultati negativi e della loro rilevanza nella valutazione complessiva degli accertamenti scientifici.

L’interrogatorio sulla riunione del 19 settembre 2007

Il generale ha raccontato anche un episodio relativo agli approfondimenti investigativi sulla gestione delle analisi. Gli sarebbe stato chiesto di ricostruire nei dettagli una riunione avvenuta il 19 settembre 2007, quasi diciannove anni prima.

«Mi hanno chiesto i dettagli di una riunione del 19 settembre 2007, senza mostrarmi un foglio», ha riferito Garofano. Poi ha rivolto una domanda al pubblico: «Se chiedessi a ognuno di voi cosa stavate facendo diciannove anni fa nei minimi particolari, cosa rispondereste?».

Il riferimento serve a contestare la possibilità di ricostruire con precisione, sulla base della sola memoria personale, le circostanze di un incontro tanto lontano nel tempo. Garofano ha inoltre respinto l’idea che il suo ruolo nelle indagini possa aver determinato da solo l’esito giudiziario della vicenda.

«Stasi è stato condannato dopo cinque processi. Che potere mi si attribuisce?», ha osservato, richiamando il percorso processuale concluso con la condanna definitiva dell’ex fidanzato di Chiara Poggi.

«La revisione della condanna di Stasi è un’operazione impossibile»

L’ex comandante del Ris si è espresso anche sulla prospettiva di una revisione della condanna di Alberto Stasi, ritenendo che le iniziative della difesa non abbiano possibilità di successo. «La difesa cerca una revisione che a mio avviso è impossibile», ha dichiarato.

Garofano ha poi criticato il modo in cui le nuove contestazioni vengono discusse pubblicamente, sostenendo che la controversia giudiziaria sia stata trasformata in una campagna finalizzata a mettere in discussione la colpevolezza di Stasi.

«Il vero pericolo è il tribunale dei social e dei talk show, dove non interessa la verità, ma solo instillare il dubbio per dimostrare una tesi. Vogliono santificare Stasi?», ha domandato.

Il generale ha difeso anche la scelta iniziale degli investigatori di concentrare l’attenzione sul fidanzato della vittima, sostenendo che le circostanze del delitto rendessero necessario approfondire soprattutto i rapporti personali più stretti di Chiara Poggi.

«Lui era il fidanzato, poche persone abitavano a Garlasco, la vittima ha aperto o chiuso a una persona conosciuta. Ma su chi si dovevano concentrare gli indizi?», ha affermato.

La ricostruzione di Garofano è che l’attenzione rivolta a Stasi non fosse il risultato di un pregiudizio investigativo, ma delle prime valutazioni sulla scena del crimine e sulle persone che potevano avere accesso all’abitazione.

Le querele e la difesa del lavoro del Ris di Parma

Garofano ha annunciato di aver intrapreso iniziative legali contro gli autori degli attacchi più gravi, ma ha ammesso che la pressione delle ultime settimane sta diventando difficile da sostenere. «Mi sto difendendo querelando chi mi insulta e mi minaccia di morte, ma non so fino a quanto potrò resistere. Spero di farcela, ma non so quanto potrò andare avanti così», ha confessato.

Il generale ha quindi rivendicato il proprio percorso professionale nell’Arma dei Carabinieri e l’esperienza maturata alla guida del reparto investigazioni scientifiche di Parma. «Mi reputo fortunato di aver fatto questa carriera perché ho potuto unire due anime: quella del carabiniere e dello scienziato», ha spiegato.

Le sue dichiarazioni arrivano mentre la Procura di Pavia continua a esaminare gli elementi emersi dalle nuove indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. Per Garofano, il punto è difendere la correttezza del lavoro svolto nel 2007; per chi contesta quegli accertamenti, resta da chiarire perché alcuni risultati negativi siano rimasti fuori dalla documentazione processuale.