A quasi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la voce di Elisabetta Ligabò torna a farsi sentire pubblicamente. La madre di Alberto Stasi, condannato in via definitiva per il delitto di Garlasco e detenuto da dieci anni, ha deciso di raccontare il proprio stato d’animo in una lunga intervista, proprio mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia continua ad alimentare interrogativi e polemiche.
Le nuove indagini hanno riportato il caso al centro dell’attenzione nazionale. Andrea Sempio è oggi indagato e gli investigatori stanno lavorando su una serie di elementi che ritengono meritevoli di approfondimento. Un quadro che ha riacceso le speranze della famiglia Stasi, che non ha mai smesso di sostenere l’innocenza di Alberto.
«Se avessi avuto dubbi lo avrei portato io dai carabinieri»
Elisabetta Ligabò racconta di non aver mai vacillato nelle proprie convinzioni. «Sono elementi forti. Sì, a questo punto, certo che ci credo! Spero fin dal 2007. Non potevo accettare quello che stava succedendo ad Alberto», spiega riferendosi agli sviluppi investigativi degli ultimi mesi.
La donna ricorda anche la posizione condivisa con il marito, scomparso nel 2013, pochi giorni dopo l’annullamento dell’assoluzione del figlio. «Se solo avessimo avuto, sia io sia mio marito, il minimo sospetto che fosse stato lui, io personalmente lo avrei preso e portato dai carabinieri».
Parole che sintetizzano una convinzione rimasta immutata in quasi vent’anni di battaglie giudiziarie, assoluzioni, condanne e ricorsi. Una convinzione che oggi, alla luce della nuova inchiesta, appare rafforzata.
Un anno vissuto tra attese e speranze
La madre di Stasi definisce l’ultimo anno come un periodo vissuto «con trepidazione». Ogni sviluppo dell’indagine viene seguito con attenzione, nella speranza che possa emergere una verità diversa da quella sancita dalle sentenze definitive.
Ligabò non nasconde l’amarezza per le critiche rivolte alla Procura di Pavia e agli investigatori impegnati nella nuova indagine. «È una cosa vergognosa, dal mio punto di vista. Imbarazzante. Evidentemente non vogliono che si venga a sapere come sono andate le cose».
Pur evitando di commentare le posizioni assunte dalla famiglia Poggi o dagli stessi Sempio, la donna preferisce concentrarsi sul rapporto con il figlio. «Piano piano siamo arrivati ad oggi, con la possibilità di vederci e di tornare a frequentarci di più. Vuol dire molto. Ma no, il rapporto non è cambiato, e lui è sempre lo stesso. Certo che la vita ci ha messo a dura prova».
Nel frattempo, racconta di aver ricevuto numerose manifestazioni di affetto da persone comuni. Incontri casuali, parole di incoraggiamento e abbracci ricevuti per strada che, dice, l’hanno aiutata a non perdere la speranza.
Il ricordo di Chiara e la visita al cimitero
Uno dei passaggi più toccanti dell’intervista riguarda il ricordo di Chiara Poggi. Elisabetta Ligabò racconta di averla vista per l’ultima volta poche settimane prima dell’omicidio.
«Aveva una gonnellina rossa e una maglietta bianca. Sorridente, felice di andare a trovare Alberto».
Un’immagine rimasta impressa nella memoria della donna, che sostiene di non aver mai smesso di pensare alla ragazza uccisa il 13 agosto 2007. «Chiara è sempre nei miei pensieri e nelle mie preghiere. E so che lei da lassù ci sta proteggendo».
Poi arriva la rivelazione più intensa dell’intervista. Alla domanda su quale sarà la prima cosa che farà quando il figlio tornerà libero, la risposta è immediata: «Penso che andremo al cimitero da Chiara».
Un gesto simbolico che racchiude quasi due decenni di dolore, attese e convinzioni mai abbandonate. Intanto la Procura generale di Milano sta esaminando gli atti trasmessi da Pavia e resta aperta la possibilità che venga avviato il percorso verso una revisione della condanna. Una prospettiva che la famiglia Stasi guarda con crescente fiducia, sostenuta anche dal lavoro degli investigatori e dei magistrati impegnati nella nuova inchiesta. Per Elisabetta Ligabò, infatti, persone come il procuratore Fabio Napoleone, il comandante Civardi e i carabinieri che stanno seguendo il caso rappresentano oggi il motivo principale per continuare a credere che la verità definitiva non sia stata ancora scritta.







