Garlasco, Nuzzi difende le gemelle Cappa: «Sono state triturate e massacrate senza essere mai state indagate»

Le gemelle Cappa

Nel racconto infinito del delitto di Garlasco c’è una differenza che rischia continuamente di scomparire: quella tra essere nominati, sospettati sui social o nelle trasmissioni televisive ed essere realmente coinvolti in un’indagine. Gianluigi Nuzzi rimette al centro proprio questo confine parlando delle gemelle Cappa, cugine di Chiara Poggi, tornate ancora una volta al centro dell’attenzione dopo le iniziative giudiziarie intraprese da Stefania Cappa.

Il conduttore di Quarto Grado prende una posizione articolata. Da una parte difende senza esitazioni Milo Infante, querelato da Stefania Cappa per ricettazione dopo aver divulgato il contenuto del suo esposto. Dall’altra rifiuta l’idea che le iniziative legali della cugina di Chiara possano essere liquidate senza considerare ciò che la famiglia ha subito in quasi vent’anni di esposizione mediatica. E usa parole durissime: «Sopravvivere allo tsunami di m… che questa donna ha dovuto subire non è facile».

«Le Cappa sono state triturate e massacrate»

Nuzzi contesta soprattutto la trasformazione delle gemelle in personaggi permanenti del caso Garlasco nonostante un dato fondamentale: Stefania e Paola Cappa non sono mai state indagate per l’omicidio della loro cugina. «A farlo sono persone che spesso sono senza alcuna qualifica, ieri erano esperti di vaccini, l’altro ieri di cucina italiana, oggi sono criminologi ed esperti di scena del crimine», attacca il giornalista riferendosi alla proliferazione di ricostruzioni e teorie sul web.

Poi affonda: «Questi mettono le Cappa, la mamma, il fratello della vittima al centro, trovo tutto questo disgustoso. Sono state triturate, massacrate». Nuzzi richiama anche una delle ricostruzioni più suggestive circolate negli anni: quella secondo cui una delle gemelle sarebbe stata vista in bicicletta con un oggetto che qualcuno ha successivamente immaginato potesse essere l’arma del delitto, poi gettata in un corso d’acqua. Una pista che non ha portato a un coinvolgimento giudiziario delle due donne.

Il punto, secondo Nuzzi, non sarebbe quindi la paura di Stefania Cappa di finire formalmente sotto indagine, ma il peso delle conseguenze pubbliche di ogni nuova insinuazione: «Lei non ha paura di essere coinvolta, ma delle ripercussioni mediatiche».

Nuzzi difende Infante: «Un giornalista che dà una notizia merita una medaglia»

Questa difesa delle Cappa non significa però condividere la querela per ricettazione presentata contro Milo Infante. Su questo Nuzzi è altrettanto netto: «Il reato di ricettazione ipotizzato a carico di un giornalista che dà una notizia è qualcosa che non si può né leggere, né sentire, né ripetere».

Il conduttore ricorda di essere stato personalmente indagato in passato per ricettazione e successivamente prosciolto, dopo un procedimento arrivato fino in Cassazione. Da quell’esperienza ricava una posizione radicale sul lavoro giornalistico: «Per me chi dà una notizia ha una medaglia, non perde i galloni».

Infante aveva mostrato il contenuto dell’esposto con il quale Stefania Cappa ha chiamato in causa l’avvocato Antonio De Rensis, legale di Alberto Stasi, il giornalista de Le Iene Alessandro De Giuseppe e l’ex comandante della stazione dei Carabinieri di Garlasco Francesco Marchetto. Per Nuzzi, però, la contestazione al giornalista e il giudizio sull’esposto originario sono due questioni differenti.

L’esposto contro De Rensis: «Bisogna capire se ha un fondamento»

È proprio sull’iniziativa giudiziaria di Stefania Cappa che il ragionamento diventa più problematico. Giuseppe Brindisi pone una domanda precisa: perché la cugina di Chiara avrebbe contattato De Rensis pochi giorni dopo aver saputo del suo ingresso nella difesa di Alberto Stasi, invitandolo a un convegno, se già riteneva di essere vittima di una manovra?

Nuzzi non elude la contraddizione: «Mi fa specie che un avvocato, che è soprattutto la cugina della vittima, arrivi a denunciare un collega». Ma invita anche a non concentrare l’intera discussione su quella telefonata dimenticando ciò che Stefania Cappa ha depositato insieme alla denuncia. «Non si parla dei contenuti, dell’attività dell’investigatore», osserva, sottolineando che saranno proprio gli elementi allegati all’esposto a stabilire se le accuse abbiano consistenza.

La conclusione, infatti, resta aperta: «Cerchiamo di capire se la denuncia abbia un fondamento o se l’avvocato De Rensis è parte lesa». Nuzzi ricorda inoltre che tra la famiglia Cappa e persone legate alla precedente difesa di Stasi sarebbero esistiti negli anni rapporti professionali e consuetudini che rendono necessario ricostruire con precisione il contesto prima di attribuire significati definitivi ai singoli contatti.

Il rischio è trasformare tutti in colpevoli prima delle indagini

Il paradosso della vicenda emerge proprio qui. Stefania Cappa denuncia di essere stata trascinata dentro una costruzione mediatica e investigativa che considera artificiosa; De Rensis, De Giuseppe e Marchetto devono a loro volta confrontarsi con accuse delle quali deve ancora essere verificato il fondamento; Infante viene querelato dopo aver divulgato il contenuto dell’esposto.

«Ci sono degli allegati, ci sono degli audio, io al momento non so quanto possano valere, vediamo», osserva Nuzzi. Ed è probabilmente il passaggio più importante del suo intervento: prima di stabilire chi abbia ragione bisogna capire cosa dimostrino realmente gli elementi consegnati alla magistratura.

Nel frattempo, però, la macchina mediatica continua a correre molto più velocemente delle verifiche giudiziarie. Ed è proprio questo che Nuzzi considera pericoloso: «Questi fascicoli rimangono troppo lì e la reputazione delle Cappa, di De Rensis, del collega de Le Iene rimangono in un purgatorio che fa del male a tutti».

Nel caso Garlasco, dopo quasi vent’anni, il rischio è continuare a trasformare persone mai indagate in sospettati pubblici e persone denunciate in colpevoli prima ancora che sia stato verificato il contenuto delle accuse. Le gemelle Cappa ne sono uno degli esempi più evidenti: protagoniste di migliaia di ricostruzioni, ma mai indagate per l’omicidio di Chiara Poggi.