I dispositivi informatici sequestrati a casa Di Vita hanno finalmente parlato, svelando relazioni e contatti rimasti a lungo nell’ombra. A otto mesi dal duplice omicidio di Pietracatella che ha sconvolto l’opinione pubblica, il cerchio delle indagini condotte dalla Procura di Larino e dalla Squadra Mobile di Campobasso si sta stringendo attorno a sei persone tra familiari, amici e figure di spicco della piccola comunità molisana.
Tra i profili al centro dell’attenzione ci sono Gianni Di Vita, ex sindaco del paese e sopravvissuto insieme alla figlia maggiore Alice, ma anche Monia, insegnante di matematica legata a Gianni da un rapporto speciale, suo marito Marco, l’amica che ha rivelato la crisi coniugale e il parroco del paese, don Stefano.
L’ombra del movente passionale
Le indagini contano di compiere il passo definitivo grazie alle perizie del Robert Koch Institute di Berlino, chiamate a chiarire come la ricina sia penetrata nell’abitazione alla vigilia di Natale. Individuato il vettore dell’avvelenamento, scatteranno le prime iscrizioni ufficiali nel registro degli indagati.
La pista principale resta saldamente ancorata al movente sentimentale: la decisione della vittima Antonella Di Ielsi di separarsi dal marito Gianni, una crisi fino a quel momento taciuta da una comunità arroccata in imbarazzanti silenzi e reticenze, che per mesi ha provato a far passare la tragedia per una tragica intossicazione accidentale.
Nuovi interrogatori
La settimana che si apre lunedì 31 agosto si preannuncia decisiva con l’avvio di una nuova serie di audizioni in Questura. Saranno richiamati per la terza volta sia il parroco don Stefano sia Marco, il tecnico di laboratorio dell’istituto agrario.
Gli inquirenti intendono contestare le evidenti menzogne emerserse durante i recenti confronti, in particolare riguardo ai frequenti contatti avuti tra Marco e la vittima nelle settimane precedenti l’avvelenamento e al ruolo di mediazione svolto dal sacerdote tra i vari protagonisti della vicenda.
Il mistero della vittima designata
Resta ancora da chiarire uno degli interrogativi centrali dell’inchiesta: chi doveva morire? Gli investigatori devono stabilire se l’obiettivo dell’avvelenamento fosse Antonella Di Ielsi e se la figlia sedicenne Sara sia rimasta vittima della ricina soltanto perché si trovava con la madre. Un punto fondamentale per ricostruire la dinamica del duplice omicidio e arrivare al responsabile.
Un altro elemento considerato significativo riguarda Gianni Di Vita. Gli accertamenti hanno stabilito che l’ex sindaco non ha ingerito ricina, nonostante abbia sempre riferito di aver sofferto di disturbi gastrointestinali nelle stesse ore in cui la moglie e la figlia stavano morendo.
Il confronto di sei ore tra Gianni e Monia
Particolare attenzione viene riservata anche al lungo confronto avvenuto nei giorni scorsi tra Gianni Di Vita e Monia. I due sono rimasti per circa sei ore negli uffici della Questura e, secondo quanto emerge, su una circostanza ritenuta fondamentale per le indagini uno dei due avrebbe mentito.
Gli investigatori stanno cercando inoltre di ricostruire i rapporti tra Monia e Antonella. Alcune amiche della vittima avrebbero riferito soltanto recentemente dell’esistenza di cattivi rapporti tra le due donne. Proprio di questa situazione potrebbero aver parlato Antonella e Marco nei numerosi contatti avuti nelle settimane precedenti l’avvelenamento.
Don Stefano e quel colloquio con Marco
Anche la posizione del parroco continua ad attirare l’attenzione degli investigatori. Don Stefano era confessore e amico di Antonella, ma aveva anche uno stretto rapporto con Marco. Il sacerdote potrebbe quindi essere a conoscenza di circostanze importanti sulle tensioni e sui rapporti personali che precedettero il duplice omicidio, anche se parte di quanto appreso potrebbe essere coperto dal segreto della confessione.
Un particolare ha ulteriormente attirato l’attenzione: dopo il lungo confronto in Questura tra Gianni e Monia, don Stefano sarebbe stato visto parlare a lungo proprio con Marco.
La svolta dopo Ferragosto
L’accelerazione dell’inchiesta è cominciata subito dopo Ferragosto, quando gli investigatori, dopo aver acquisito nuovi elementi dall’esame di telefoni, computer e altri supporti informatici sequestrati nell’abitazione dei Di Vita, hanno iniziato a richiamare i protagonisti della vicenda.
Prima Alice, poi il padre Gianni e quindi, per la terza volta, Monia. Un dettaglio non è passato inosservato: quando era stata interrogata il 28 maggio, l’insegnante si era presentata in Questura tenendo per mano il marito Marco. La scorsa settimana, invece, è arrivata da sola per il lungo confronto con Gianni. Al termine delle sei ore di interrogatorio, i due hanno lasciato la Questura separatamente: lui dal cancello principale, lei da un’uscita secondaria.







