Ci sono momenti nei quali la prudenza diplomatica smette di essere prudenza e diventa vigliaccheria. La decisione della Serbia di tributare funerali di Stato e onori militari a Ratko Mladic è uno di questi. Non stiamo parlando di un generale discusso, di un comandante controverso travolto dalla storia o di un uomo sul quale esistano interpretazioni differenti. Stiamo parlando del boia di Srebrenica, del «macellaio dei Balcani», di un criminale di guerra morto nel carcere dell’Aja mentre scontava una condanna definitiva all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Un uomo sotto il cui comando più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono assassinati, mentre la popolazione civile veniva sottoposta a deportazioni, torture, violenze sessuali e una ferocia della quale i processi hanno ricostruito dimensioni e responsabilità.
Adesso Belgrado vuole accogliere la sua salma con le uniformi, le bandiere e gli onori riservati a coloro che uno Stato considera degni della propria riconoscenza. «Tutti gli onori militari e di Stato che gli spettano», ha annunciato il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic, spiegando che Mladic «è un generale e i protocolli sono noti». Il problema è precisamente questo: sapere chi fosse Mladic e decidere ugualmente che gli spettino gli onori dello Stato. Perché un funerale ufficiale non è una formalità burocratica e nemmeno una semplice concessione alla famiglia. È un atto politico attraverso il quale uno Stato stabilisce quali uomini intende riconoscere come parte onorevole della propria memoria nazionale.
Srebrenica non può essere sepolta insieme al suo boia
Per capire fino in fondo l’oscenità di questa decisione bisogna ricordare cosa significhi pronunciare il nome di Srebrenica. Nel luglio del 1995 le forze serbo-bosniache comandate da Mladic conquistarono l’enclave che le Nazioni Unite avevano dichiarato area protetta. Più di ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi furono separati dalle loro famiglie, catturati, rinchiusi in scuole, capannoni e magazzini, trasportati nei luoghi delle esecuzioni e assassinati sistematicamente. Tra loro c’erano minorenni. Le testimonianze raccolte nei procedimenti giudiziari hanno documentato violenze sessuali contro donne, ragazze e bambine, brutalità contro civili inermi e anziani, pestaggi, torture, umiliazioni e uccisioni di prigionieri.
Alla strage seguì il tentativo di cancellarne le tracce. Migliaia di cadaveri furono gettati nelle fosse comuni e, quando divenne necessario nascondere le dimensioni dello sterminio, molti corpi vennero riesumati con mezzi meccanici e trasferiti in sepolture secondarie. Durante quelle operazioni numerosi cadaveri furono smembrati, con il risultato che parti appartenenti alla stessa vittima sono state ritrovate anni dopo in fosse differenti. Famiglie intere hanno aspettato per anni prima di poter identificare e seppellire ciò che restava dei propri figli, mariti, padri e fratelli. Non sono racconti costruiti dai nemici della Serbia e non appartengono alla propaganda di guerra: sono fatti ricostruiti dalla giustizia internazionale e confluiti nelle sentenze che hanno portato Mladic all’ergastolo.
E Srebrenica rappresenta soltanto una parte dei crimini per i quali il «macellaio dei Balcani» è stato condannato. Per quasi quattro anni Sarajevo fu sottoposta all’assedio delle forze serbo-bosniache. Granate contro aree frequentate dalla popolazione, cecchini che prendevano di mira i civili, uomini, donne e bambini costretti a rischiare la vita per attraversare una strada, trovare acqua o procurarsi qualcosa da mangiare. La giustizia internazionale ha riconosciuto l’esistenza di una campagna destinata a diffondere il terrore tra la popolazione civile. Mladic comandava quell’esercito. Questo è il generale al quale la Serbia ritiene che «spettino» gli onori militari.
Belgrado sta trasformando un genocida in un martire
Sarebbe già abbastanza grave se tutto si limitasse alla cerimonia funebre. Il problema è che intorno alla morte di Mladic si sta formando una narrazione molto più inquietante, nella quale il criminale condannato dalla giustizia internazionale viene progressivamente trasformato in un patriota perseguitato. Una parte della stampa nazionalista e filogovernativa lo ha celebrato come «comandante eterno dell’esercito della Republika Srpska». Milorad Dodik ha definito la sua morte «un omicidio», mentre Aleksandar Vulin, ex vicepremier e una delle voci più radicali del nazionalismo serbo, è arrivato a chiedere il lutto nazionale sostenendo che «da Gavrilo Princip a Ratko Mladic, i migliori serbi vengono uccisi in catene».
Persino negli stadi il boia di Srebrenica viene trasformato in un eroe. Durante la partita di Europa League tra Stella Rossa e Viktoria Plzen è comparso lo striscione «Generale, gloria eterna e grazie», accompagnato da cori in favore di Mladic. Il Memoriale di Srebrenica ha denunciato l’episodio alla Uefa chiedendo l’esclusione permanente del club dalle competizioni europee. Tutto questo racconta un fenomeno che sarebbe irresponsabile liquidare come nostalgia di qualche frangia estremista: quando la celebrazione arriva nelle istituzioni, nella politica, nei media e negli stadi, il revisionismo smette di vivere ai margini e comincia a diventare cultura pubblica.
La frase più importante pronunciata dopo la morte di Mladic è arrivata da Emir Suljagic, direttore del Memoriale di Srebrenica, che ha ricordato come la sua morte «non cambia le sentenze» e «non svuota le fosse comuni». È esattamente questo che nessuna retorica nazionalista potrà cancellare. Si possono organizzare funerali solenni, raccontare ai ragazzi che Mladic fu un patriota, descrivere il Tribunale dell’Aja come il braccio di una giustizia ostile ai serbi e trasformare il condannato in una vittima. Poi rimangono le fosse comuni, i resti umani, le identificazioni attraverso il Dna, le testimonianze delle donne violentate, le famiglie distrutte e le sentenze definitive.
Una Serbia che celebra Mladic non è pronta per l’Unione europea
È qui che la questione smette di riguardare soltanto Belgrado e investe direttamente Bruxelles. La Serbia negozia l’ingresso nell’Unione europea dal 2014 e la Commissione ha già denunciato in passato la glorificazione dei criminali di guerra condannati, il sostegno pubblico offerto loro da politici e mezzi d’informazione e la negazione di crimini accertati, compreso il genocidio di Srebrenica. Evidentemente le «preoccupazioni» europee non sono servite a molto, se oggi uno dei principali responsabili di quel genocidio può essere accompagnato alla tomba con gli onori dello Stato.
La domanda che l’Unione dovrebbe porsi non richiede sofisticate acrobazie diplomatiche: può aspirare a diventare membro dell’Europa politica uno Stato che celebra ufficialmente un uomo condannato per genocidio? La risposta riguarda la credibilità stessa dell’Unione. L’Europa contemporanea ha costruito una parte essenziale della propria identità sul rifiuto dei nazionalismi che trasformano intere popolazioni in nemici da eliminare e sulla promessa che i massacri compiuti sul suo territorio non sarebbero stati dimenticati. Se questi principi hanno ancora un significato, la celebrazione di Mladic non può essere trattata come una spiacevole questione interna serba.
Nessuno può attribuire al popolo serbo nel suo complesso la responsabilità dei crimini commessi da Mladic e dai suoi uomini. Sarebbe ingiusto e storicamente assurdo. Proprio per questo è ancora più grave che siano le istituzioni dello Stato a scegliere di rendere onore a un condannato per genocidio. Mladic non rappresenta la Serbia, ma il governo serbo, organizzandone il funerale con gli onori militari, decide deliberatamente di trasformarlo in un simbolo pubblico. È una responsabilità politica precisa e come tale deve avere conseguenze politiche.
Gli onori al boia sono un insulto alle sue vittime
Bruxelles potrebbe reagire con il solito repertorio di dichiarazioni: esprimere profonda preoccupazione, invitare Belgrado a confrontarsi con il proprio passato, ricordare l’importanza della riconciliazione nei Balcani occidentali. Sarebbe troppo poco. Davanti a un funerale di Stato per un condannato per genocidio, l’Europa dovrebbe avere finalmente il coraggio di spiegare che l’adesione all’Unione non è un diritto acquisito e che esistono valori incompatibili con la glorificazione dei criminali di guerra.
Ratko Mladic verrà riportato in patria e qualcuno pronuncerà parole come generale, sacrificio, patria e onore. La storia ha lasciato altre parole, molto meno comode: genocidio, Srebrenica, Sarajevo, esecuzioni, stupri, deportazioni, torture, fosse comuni. Ha lasciato più di ottomila uomini e ragazzi assassinati, donne e bambine vittime di violenze sessuali, civili terrorizzati e famiglie che hanno atteso anni per recuperare frammenti dei corpi dei propri cari.
Ratko Mladic era il boia di Srebrenica e il macellaio dei Balcani. È morto in carcere da criminale di guerra condannato definitivamente all’ergastolo per genocidio. Belgrado può schierare soldati davanti alla sua bara e tributargli tutti gli onori che vuole, ma non potrà trasformare una guardia d’onore in un’assoluzione. E se l’Unione europea assisterà a questa vergogna senza mettere seriamente in discussione il percorso europeo della Serbia, dovrà smettere almeno di fingere che la memoria di Srebrenica costituisca uno dei suoi valori non negoziabili.







