Il problema del campo largo non è soltanto scegliere tra Elly Schlein e Giuseppe Conte. È capire cosa accadrebbe il giorno dopo la scelta. Nel Pd cresce infatti il timore che le primarie per individuare il candidato premier del centrosinistra possano produrre una frattura difficilmente ricomponibile: se vincesse Conte, una parte dell’elettorato dem potrebbe non seguirlo; se vincesse Schlein, potrebbe accadere lo stesso con una parte degli elettori del Movimento 5 Stelle.
È il paradosso sintetizzato da una battuta attribuita, ma in realtà apocrifa, a Dario Franceschini: «Le primarie rischiano di determinare due sconfitti. Uno perderà le primarie e l’altro le elezioni».
Il tema attraversa ormai le diverse anime della coalizione. Angelo Bonelli avverte che una consultazione tra i leader potrebbe diventare «divisiva, lacerante, all’ultimo voto» e pone la domanda decisiva: «E chi perde, accetta il risultato?».
Nel Pd cresce il fronte che vuole evitare le primarie
Secondo la ricostruzione di Carmelo Caruso sul Foglio, diversi dirigenti del Pd starebbero cercando una strada che consenta di evitare lo scontro frontale tra Schlein e Conte. Nel dibattito compaiono, con posizioni e sfumature differenti, Dario Franceschini, Andrea Orlando, Roberto Speranza e Lorenzo Guerini.
La questione riguarda direttamente la leadership della segretaria. Schlein dispone di una maggioranza interna solida, ma la moltiplicazione degli interventi contrari alle primarie rischia di trasformare la scelta del candidato premier in una discussione sulla sua stessa guida del partito.
La risposta della segretaria è stata netta. Alle discussioni sulla futura leadership del campo largo ha replicato definendo le interviste sulle primarie «solo esercizi intellettuali», rivendicando per sé il compito di indicare la linea politica del Pd.
Dietro la battaglia sul metodo si nasconde però quella sul nome. Una parte del partito ritiene che né Schlein né Conte rappresentino la soluzione ideale e guarda alla possibilità di individuare una figura diversa. Ma convincere entrambi a rinunciare spontaneamente alla candidatura appare tutt’altro che semplice.
Guerini guarda alla legge elettorale: «Siete sicuri che passerà?»
A indicare una possibile via d’uscita è Lorenzo Guerini, leader della componente riformista del Pd, con una domanda: «Siete sicuri che la legge elettorale verrà approvata?».
Il ragionamento è politico prima ancora che tecnico. Se la riforma elettorale che prevede l’indicazione del candidato alla guida del governo non arrivasse al traguardo, verrebbe meno una delle ragioni principali per organizzare le primarie del campo largo.
Una parte dei dirigenti dem scommetterebbe quindi sulle divisioni all’interno della maggioranza. In particolare, secondo la ricostruzione del Foglio, settori della Lega potrebbero non avere interesse ad abbandonare l’attuale sistema, soprattutto nelle regioni settentrionali dove il centrodestra può contare sulla forza dei collegi uninominali.
Nel ragionamento entrano i governatori Luca Zaia, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga e il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo. L’ipotesi è che una parte del Carroccio possa considerare più conveniente conservare le regole attuali piuttosto che sostenere una riforma capace di modificare gli equilibri interni alla coalizione.
Guerini aggiunge un altro elemento: Lega e Forza Italia, considerate insieme, avrebbero un peso elettorale che renderebbe potenzialmente competitivo il campo largo con il nuovo sistema. Da qui il paradosso di un’opposizione che guarda alle tensioni nella maggioranza per risolvere il proprio problema di leadership.
Conte si tiene fuori dalla mischia, Schlein difende la leadership
Anche Giuseppe Conte evita per ora di trasformare pubblicamente la questione in una candidatura personale. Dal Movimento 5 Stelle viene ribadito che l’ex presidente del Consiglio avrebbe come obiettivo prioritario la costruzione dell’alternativa a Meloni e non la propria investitura.
Ma nel Pd questa posizione viene osservata con diffidenza. Conte potrebbe infatti presentarsi come il leader disposto al passo indietro nell’interesse della coalizione, scaricando indirettamente su Schlein la responsabilità di un eventuale scontro.
Nel frattempo Goffredo Bettini continua a lavorare sul rapporto tra Pd e Movimento 5 Stelle e sulla costruzione di un’alleanza stabile. Anche l’intervento di Roberto Speranza viene letto, nella ricostruzione del Foglio, dentro un movimento più ampio che punta a evitare una sfida secca tra i due leader.
Il vero problema è cosa succede dopo il voto
Il nodo resta quello indicato da Bonelli: non basta organizzare le primarie, bisogna essere certi che chi perde riconosca pienamente la leadership del vincitore e riesca soprattutto a portargli i propri elettori.
Ed è proprio questo che nel campo largo nessuno può garantire. Pd e Movimento 5 Stelle possono convergere su numerose battaglie e presentarsi insieme alle elezioni, ma conservano storie, culture politiche ed elettorati differenti. Una sfida diretta Schlein-Conte rischierebbe di accentuare quelle differenze proprio nel momento in cui la coalizione dovrebbe presentarsi come alternativa unitaria al centrodestra.
Per questo nel centrosinistra si moltiplicano le ipotesi: evitare le primarie, trovare un terzo candidato, aspettare la legge elettorale oppure sperare che sia la stessa maggioranza a far saltare la riforma.
La domanda decisiva, però, rimane senza risposta: non chi sia in grado di vincere le primarie del campo largo, ma se chi le perde sarà davvero disposto a lavorare perché l’altro possa vincere le elezioni.







