Mario Adinolfi ai domiciliari: «Mi dichiaro prigioniero politico». E attacca la giustizia sul caso Tony Boy

Mario Adinolfi

«Mi dichiaro prigioniero politico». Mario Adinolfi attacca la giustizia italiana e denuncia quella che considera una disparità di trattamento rispetto ad altri indagati sottoposti agli arresti domiciliari. Il giornalista e politico, raggiunto dalla misura cautelare nell’ambito di un’inchiesta per truffa aggravata, affida a Facebook un lungo sfogo nel quale mette a confronto la propria situazione con quella del trapper Tony Boy.

Adinolfi sostiene soprattutto che gli sia stata negata la possibilità di lasciare temporaneamente l’abitazione per esigenze religiose. «Io da due mesi chiedo solo di potermi andare a confessare in parrocchia a meno di 500 metri da casa mia e vorrei un’ora la domenica fuori di casa per la messa», scrive. Richieste che, secondo quanto riferisce, non sarebbero state accolte. Da qui l’accusa di aver subito un trattamento ingiustificatamente severo e la decisione di definirsi «prigioniero politico».

Adinolfi paragona il suo caso a quello di Tony Boy

Il cuore della polemica è il confronto con Tony Boy. Adinolfi ricostruisce le due vicende sottolineandone quelle che considera profonde differenze. «Il “cantante” trapper Tony Boy ha subito come me una perquisizione approfondita dell’appartamento», scrive, sostenendo che durante il controllo il rapper avrebbe filmato e insultato gli agenti. Adinolfi afferma poi che nella propria abitazione sarebbero stati sequestrati «due foglietti di carta e un bancomat», mentre nell’altro caso sarebbero stati trovati stupefacenti, un bilancino di precisione e una pistola con matricola abrasa.

Tony Boy, prosegue Adinolfi, sarebbe stato arrestato e successivamente posto agli arresti domiciliari «senza braccialetto elettronico». Adinolfi cita inoltre la valutazione della pm secondo la quale il trapper sarebbe «un soggetto dalla elevatissima pericolosità in contatto con ambienti criminali di spessore», contrapponendola alla decisione del gip di non disporre la custodia in carcere.

«Lui può chiedere di andare ai concerti, io non posso andare a messa»

È proprio sulla possibilità di ottenere autorizzazioni temporanee che Adinolfi costruisce la parte più dura del suo attacco. Secondo quanto riferisce, Tony Boy potrebbe chiedere di volta in volta il permesso di lasciare l’abitazione per rispettare i propri impegni professionali e partecipare ai concerti. Lui, invece, sostiene di non aver ottenuto neppure l’autorizzazione per recarsi nella parrocchia situata a poche centinaia di metri dalla propria abitazione.

«Mi hanno negato ogni autorizzazione ledendo un diritto costituzionale, privandomi di un bisogno che per me equivale a respirare», afferma Adinolfi, che interpreta queste decisioni come la prova della «natura persecutoria» degli atti nei suoi confronti. Si tratta naturalmente della posizione espressa dallo stesso Adinolfi: situazioni giudiziarie differenti possono comportare misure e autorizzazioni diverse sulla base delle valutazioni compiute dall’autorità giudiziaria nei singoli procedimenti.

«Fossi Ranucci avrei fiducia nella giustizia»

Nel suo intervento Adinolfi allarga poi l’attacco al funzionamento complessivo della giustizia italiana e chiama in causa anche Sigfrido Ranucci. «Dicono che devo avere fiducia nella giustizia italiana. Fossi Ranucci, ne avrei motivo. Ma io riconosco ormai solo quella di Dio», scrive.

Il riferimento arriva dopo settimane di polemiche politiche e giudiziarie che hanno coinvolto il conduttore di Report. Adinolfi utilizza il paragone per sostenere la propria tesi di una giustizia capace, a suo giudizio, di adottare criteri differenti a seconda delle persone coinvolte. Ancora più esplicita la conclusione del messaggio: «Dopo un’estate così con decine di casi di gente con reati, persino omicidi, infinitamente più gravi di quelli che contestano a me che restano liberi in attesa di giudizio, io mi dichiaro prigioniero politico».

Una definizione pesantissima, che resta una rivendicazione politica e personale di Adinolfi e non modifica naturalmente la natura della misura cautelare disposta nei suoi confronti. Il terreno sul quale ha scelto di portare lo scontro è però ormai esplicito: non soltanto la contestazione delle accuse, ma la denuncia pubblica del trattamento che sostiene di ricevere dalla giustizia italiana.