Non è comparso un nuovo Dna, non è stata trovata l’arma del delitto e nessuna nuova impronta ha improvvisamente risolto il mistero di Garlasco. Eppure attorno all’omicidio di Chiara Poggi si è aperto un nuovo fronte giudiziario che ormai corre quasi parallelamente all’indagine principale. Esposti, intercettazioni, registrazioni, investigatori privati, querele contro giornalisti e scontri tra protagonisti televisivi stanno costruendo una seconda vicenda dentro quella cominciata il 13 agosto 2007 nella villetta di via Pascoli.
Il paradosso è che mentre la Procura di Pavia continua a lavorare sull’unico nuovo indagato, Andrea Sempio, e la difesa di Alberto Stasi prepara la richiesta di revisione della condanna definitiva, una parte crescente dell’attenzione si è spostata altrove: su chi abbia raccontato Garlasco, su quali documenti siano arrivati ai giornalisti e sulla presunta esistenza di strategie mediatiche finalizzate a orientare l’opinione pubblica. A mettere in fila i diversi fronti è Panorama, che parla di una vera «guerra delle carte».
L’esposto Cappa e l’accusa di una «regia mediatica»
Al centro del nuovo terremoto c’è l’esposto di 24 pagine depositato il 22 aprile da Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi, alla Procura di Milano.
Il documento non indica un nuovo possibile assassino. La tesi è completamente diversa: secondo quanto sostenuto nell’atto, attorno alla riapertura del caso sarebbe stata costruita una presunta «regia mediatica» finalizzata a sostenere l’innocenza di Alberto Stasi e contemporaneamente a spostare l’attenzione verso persone estranee all’omicidio, compresa la famiglia Cappa.
Nell’esposto vengono indicati Antonio De Rensis, avvocato di Stasi, Alessandro De Giuseppe, inviato de Le Iene, e Francesco Marchetto, ex comandante della stazione dei Carabinieri di Garlasco. Il documento conterrebbe ricostruzioni, registrazioni audio e il risultato dell’attività di un investigatore privato.
Le accuse devono naturalmente essere verificate dalla magistratura e non rappresentano l’accertamento di alcuna responsabilità. La Procura di Milano, tuttavia, aveva già aperto fascicoli legati alle denunce della famiglia e De Rensis, De Giuseppe e Marchetto risultavano indagati per diffamazione nell’ambito di uno dei procedimenti.
De Rensis ribalta l’accusa: «Uno dei più grandi autogol»
Antonio De Rensis ha respinto completamente la ricostruzione e ha definito l’esposto «uno dei più grandi autogol» mai visti.
Uno dei punti sui quali insiste il difensore di Stasi riguarda proprio i rapporti con Stefania Cappa. Secondo il legale, dopo il suo ingresso nel collegio difensivo dell’ex bocconiano, la stessa Cappa lo avrebbe contattato proponendogli di partecipare ad alcuni convegni sportivi.
Una circostanza che De Rensis considera difficilmente conciliabile con la tesi secondo la quale già in quel periodo sarebbe stato protagonista di una strategia contro la famiglia. Ed è qui che la vicenda comincia a moltiplicarsi: perché la pubblicazione dell’esposto non ha soltanto provocato la reazione delle persone chiamate in causa. Ha generato un’altra denuncia.
Stefania Cappa denuncia Milo Infante per ricettazione
Dopo aver mostrato in televisione il contenuto dell’atto, Milo Infante è stato denunciato per ricettazione da Stefania Cappa. Secondo quanto riferito dal legale della donna, la questione riguarda la provenienza e la successiva diffusione di un documento collegato a un’indagine ancora in corso. Sarà la Procura di Milano a stabilire se nella condotta del giornalista esista effettivamente un profilo penalmente rilevante.
Infante considera invece la contestazione un attacco al proprio lavoro giornalistico. Ha informato il direttore generale dell’Informazione Mediaset Mauro Crippa, ha rivendicato la scelta di pubblicare una notizia che riteneva di interesse pubblico e ha chiesto di essere ascoltato dalla Procura.
A difenderlo sarà la moglie Sara Venturi, avvocato penalista. «Mi sembra giusto che sia una battaglia di famiglia», ha spiegato il conduttore. Il risultato è quasi paradossale: un esposto nato per denunciare la presunta costruzione mediatica del caso Garlasco è diventato esso stesso uno dei principali casi mediatici e giudiziari legati a Garlasco.
Le «cento querele» e l’inchiesta parallela sull’inchiesta
Dietro lo scontro con Infante c’è un fenomeno ancora più ampio. Negli ultimi mesi dalla famiglia Cappa sono partite numerose iniziative giudiziarie nei confronti di giornalisti, blogger, youtuber e altri soggetti intervenuti pubblicamente sull’omicidio. In televisione si è arrivati a parlare sinteticamente di «cento querele», mentre dalla Procura di Milano era già emersa l’esistenza di decine di procedimenti collegati all’enorme esposizione mediatica del caso.
Garlasco rischia così di avere ormai due storie giudiziarie differenti. La prima riguarda ancora la domanda fondamentale: chi ha ucciso Chiara Poggi? La seconda riguarda ciò che è stato detto, scritto, pubblicato e insinuato durante la nuova stagione dell’inchiesta. Ed è proprio questo secondo livello a produrre continuamente nuovi fascicoli.
Bruzzone contro Infante: lo scontro finisce davanti ai giudici
L’esposto Cappa ha fatto esplodere anche la frattura tra Roberta Bruzzone e Milo Infante. Nel documento compare infatti una ricostruzione riferita dalla criminologa relativa ad alcune presunte affermazioni che Antonio De Rensis avrebbe pronunciato su Stefania Cappa durante una registrazione televisiva.
Infante ha dichiarato di non aver mai sentito nulla del genere. Bruzzone sostiene invece di poter documentare ciò che ha riferito e ha annunciato: «Appena torno in Italia farò i miei passi». Infante si è detto a sua volta pronto al confronto davanti a un giudice.
È forse l’immagine più efficace del nuovo Garlasco: quasi ogni ricostruzione genera una smentita, ogni smentita una replica e ogni replica rischia di trasformarsi in una nuova iniziativa giudiziaria.
Intanto Stasi prepara davvero la richiesta di revisione
Mentre televisioni, avvocati e consulenti combattono questa guerra parallela, lontano dalle telecamere si prepara però una partita potenzialmente molto più importante.
La difesa di Alberto Stasi sta lavorando alla richiesta di revisione della condanna definitiva. De Rensis ha confermato che l’istanza arriverà e l’avvocato Giada Bocellari starebbe concentrando gran parte del lavoro proprio sulla sua preparazione.
La nuova inchiesta pavese ha infatti modificato radicalmente il quadro rispetto agli anni nei quali Stasi venne processato e condannato. Andrea Sempio è nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi e la Procura di Pavia ha trasmesso gli atti alla Procura generale di Milano perché possa valutare autonomamente l’eventuale iniziativa sulla revisione.
Quando la difesa depositerà la propria richiesta, toccherà alla Corte d’Appello di Brescia stabilire se i nuovi elementi abbiano caratteristiche tali da consentire la riapertura del giudicato. Per il momento un punto deve restare fermo: Stasi è ancora definitivamente condannato e Sempio è indagato, non condannato.
Sempio, la Procura deve ancora decidere
Anche la posizione di Andrea Sempio rischia infatti di scomparire dietro il rumore delle polemiche. Sempio rimane l’unico indagato nella nuova inchiesta della Procura di Pavia e continua a dichiararsi innocente. Dopo l’avviso di conclusione delle indagini notificato il 7 maggio, i magistrati hanno disposto ulteriori accertamenti anche alla luce delle consulenze depositate dalla difesa.
Non è stata ancora formulata una richiesta di rinvio a giudizio. I termini delle indagini risultano fissati al 28 settembre 2026. Ed è questa, insieme alla possibile revisione per Stasi, la partita giudiziaria destinata realmente a incidere sul delitto di Chiara Poggi.
Tutto il resto racconta qualcosa di diverso ma ormai altrettanto impressionante: Garlasco è diventato anche una battaglia per il controllo del racconto di Garlasco. Chi ha diffuso una notizia, chi ha consegnato un documento, chi ha registrato una conversazione, chi ha avanzato un sospetto e chi sostiene di essere stato trascinato ingiustamente dentro la storia.
Diciannove anni dopo il delitto, le carte continuano quindi a moltiplicarsi. Ma occorre distinguere quelle che riguardano l’omicidio da quelle che raccontano la guerra nata attorno all’omicidio. Perché esposti, querele e scontri televisivi possono aprire nuovi procedimenti e incidere sulla reputazione delle persone coinvolte, ma non costituiscono di per sé una nuova verità sulla morte di Chiara Poggi.







