L’amministrazione Donald Trump sospende a livello globale le domande per i visti di immigrazione, mentre una delle più prestigiose università americane comincia a ragionare concretamente sulla possibilità di portare parte delle proprie attività fuori dagli Stati Uniti. Due vicende distinte, ma accomunate dalle conseguenze della stretta sull’immigrazione e sui visti avviata dalla Casa Bianca.
Le persone che avevano già presentato domanda per un visto di immigrazione e disponevano di un colloquio programmato presso ambasciate e consolati statunitensi hanno ricevuto comunicazioni con il rinvio degli appuntamenti.
La motivazione ufficiale fornita dal Dipartimento di Stato è la necessità di sottoporre i funzionari consolari a una «formazione approfondita», con l’obiettivo dichiarato di uniformare e rendere più rigorosa la valutazione dei richiedenti.
Stop globale ai colloqui per i visti di immigrazione
Il Dipartimento di Stato ha spiegato di avere avviato un’«iniziativa di formazione globale» per assicurarsi che tutti i funzionari consolari siano preparati a «valutare ogni richiedente visto in modo completo e uniforme».
Uno degli elementi sui quali dovrebbe concentrarsi la nuova procedura riguarda la possibilità che il richiedente possa in futuro necessitare di assistenza negli Stati Uniti, un criterio destinato ad aumentare ulteriormente la selettività nell’accesso al Paese.
La sospensione si inserisce nella politica sull’immigrazione portata avanti dall’amministrazione Trump, che ha già imposto nuovi limiti sui visti e sulle green card e ridotto drasticamente i programmi di ricollocamento dei rifugiati.
La decisione arriva inoltre dopo che un giudice federale ha annullato il divieto imposto dalla Casa Bianca alle domande di immigrazione provenienti da 75 Paesi. Il nuovo stop globale apre quindi un altro fronte nella battaglia politica e giudiziaria sull’accesso agli Stati Uniti.
Harvard pensa a lezioni in Europa e Canada
Le conseguenze delle restrizioni non riguardano soltanto l’immigrazione permanente. Anche il sistema universitario americano deve fare i conti con una politica molto più severa sui visti, soprattutto per gli studenti stranieri.
Il caso più significativo è quello di Harvard. Secondo il Financial Times, la Harvard Business School ha valutato la possibilità di organizzare lezioni per gli studenti Mba in Europa e Canada, dopo le minacce dell’amministrazione Trump di bloccare il rilascio dei visti agli studenti internazionali intenzionati a frequentare l’università.
Il progetto potrebbe andare ancora oltre. Mariano-Florentino Cuéllar, componente dell’organo di governo dell’ateneo, ha spiegato che Harvard sta approfondendo l’ipotesi di aprire alcune sedi distaccate all’estero. «Harvard è fondamentalmente un’istituzione americana, ma è anche un’università con un ruolo e relazioni a livello globale», ha spiegato Cuéllar.
Contatti con università in Portogallo, Svizzera, Regno Unito e Canada
Harvard avrebbe già avviato colloqui con diversi potenziali partner internazionali. Tra questi figurano la Nova School of Business and Economics in Portogallo, l’Imd di Losanna, la London Business School e l’Università di Toronto.
David Bach, presidente dell’Imd, ha confermato l’esistenza di discussioni preliminari sulla possibilità di ospitare in Svizzera una classe del primo anno dell’Mba di Harvard, con docenti provenienti dall’università americana e un eventuale contributo dell’istituto elvetico.
Non sarebbe una novità assoluta per il sistema accademico statunitense: altre università, tra cui la Chicago Booth School of Business, hanno già aperto sedi o sviluppato collaborazioni internazionali. Nel caso di Harvard, tuttavia, il progetto assume un significato politico particolare per il durissimo scontro che contrappone l’ateneo alla Casa Bianca.
Lo scontro tra Trump e Harvard supera i confini americani
Harvard è da tempo impegnata in un braccio di ferro con l’amministrazione Trump sui finanziamenti federali, sull’autonomia dell’università e sulla possibilità di accogliere studenti provenienti dall’estero.
La prospettiva di trasferire alcune lezioni o addirittura creare sedi internazionali rappresenterebbe una risposta concreta alle difficoltà provocate dalle restrizioni: se gli studenti non riescono ad arrivare facilmente negli Stati Uniti, potrebbe essere Harvard ad andare verso gli studenti.
La sospensione globale delle procedure per i visti di immigrazione e i progetti internazionali dell’università mostrano così due conseguenze della stessa trasformazione. Da una parte Washington alza progressivamente le barriere d’ingresso; dall’altra istituzioni che hanno costruito parte della propria forza sulla capacità americana di attirare studenti, ricercatori e professionisti da tutto il mondo cominciano a cercare soluzioni fuori dai confini degli Stati Uniti.







