Una nuova e drammatica ipotesi si fa strada nelle indagini sul delitto di Pietracatella, dove tra il 27 e il 28 dicembre scorsi Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita sono morte per avvelenamento da ricina. Secondo quanto emerso durante la trasmissione Morning News, il vero obiettivo di chi ha agito potrebbe non essere stato il duo composto da madre e figlia, bensì Gianni Di Vita: marito, padre delle vittime ed ex primo cittadino del paese molisano.
Al momento si tratta esclusivamente di una pista investigativa al vaglio della Squadra Mobile di Campobasso e della Procura di Larino, che stanno scavando a fondo nei rapporti personali e professionali del commercialista, figura molto nota in tutta la comunità.
Il punto sulle indagini
Nei giorni scorsi, Di Vita è stato ascoltato nuovamente in Questura a Campobasso insieme a un’amica di lunga data. L’obiettivo degli inquirenti è stato quello di chiarire alcuni passaggi e discrepanze emersi dai rispettivi verbali.
Sul fronte medico-legale, l’autopsia ha confermato il decesso delle due donne per avvelenamento da tossina botanica, mentre si attendono gli esiti ufficiali e definitivi sugli altri componenti del nucleo familiare.
Le analisi tossicologiche
Le analisi tossicologiche condotte dal Robert Koch Institute di Berlino avrebbero finora dato esito negativo alla ricina sia per l’ex sindaco sia per l’altra figlia, Alice. La Procura ha tuttavia precisato che si tratta di accertamenti complessi e che non sono ancora giunte comunicazioni formali e definitive sulla presenza o assenza di anticorpi.
Nel frattempo, proseguono i rilievi sui reperti alimentari e sul materiale sequestrato lo scorso 31 luglio nella casa di famiglia e negli altri luoghi chiave dell’inchiesta. Gli esperti tedeschi lavorano a stretto contatto con la polizia italiana per individuare le modalità con cui la sostanza letale è stata somministrata. L’inchiesta resta aperta a 360 gradi e nessuna responsabilità è stata ancora formalmente contestata.







