Quattro ore negli uffici della Squadra mobile. E non è la prima volta. La professoressa di matematica amica di Gianni Di Vita è tornata davanti agli investigatori che indagano sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara Di Vita, uccise dalla ricina dopo la misteriosa cena del 23 dicembre 2025 nella casa di Pietracatella.
La donna, ascoltata come persona informata sui fatti, è entrata in Questura a Campobasso intorno alle 8 ed è uscita poco prima di mezzogiorno. Una nuova convocazione che arriva a meno di un mese dal lungo confronto del 20 agosto, quando gli investigatori sentirono contemporaneamente lei e Gianni Di Vita per circa sei ore.
Al centro di quel passaggio c’erano divergenze nelle dichiarazioni raccolte durante l’inchiesta. Ed è proprio sulle testimonianze che gli investigatori stanno tornando in queste ore.
L’amica di Gianni Di Vita sentita per quattro ore
La professoressa non è l’unica persona nuovamente convocata. Gli investigatori hanno ascoltato a lungo anche un’altra cugina dell’ex sindaco e nei giorni precedenti avevano sentito per circa tre ore Laura Di Vita, cugina di Gianni.
Altri colloqui sono previsti nei prossimi giorni. La Squadra mobile vuole verificare versioni contrastanti su circostanze considerate importanti per ricostruire quanto accadde prima e dopo la cena di Natale.
Particolare attenzione resta sul confronto del 20 agosto tra l’insegnante e Gianni Di Vita. Gli investigatori lo organizzarono dopo l’arrivo dei risultati degli accertamenti scientifici effettuati sul commercialista.
Gianni disse di essersi sentito male, ma la ricina era solo nelle vittime
Gianni Di Vita aveva raccontato di avere accusato nausea, vomito e disturbi gastrointestinali negli stessi giorni in cui si sentirono male la moglie Antonella e la figlia Sara. Gli esami hanno però trovato la ricina soltanto nelle due vittime.
Gli specialisti tedeschi hanno successivamente escluso anche un’esposizione pregressa del commercialista alla tossina. Nel suo organismo non sono emersi gli anticorpi che avrebbero potuto indicare un precedente contatto con la ricina.
La figlia maggiore Alice, 19 anni, quella sera non partecipò invece alla cena: era uscita a mangiare una pizza con gli amici.
Antonella e Sara tornarono più volte al pronto soccorso mentre le loro condizioni peggioravano. Inizialmente i medici pensarono a una gastroenterite o a un’intossicazione alimentare. Sara morì il 27 dicembre, Antonella la mattina successiva.
La cena del 23 dicembre e il mistero della ricina
Quella cena resta il punto di partenza del giallo. Sulla tavola della famiglia Di Vita c’erano, tra gli altri alimenti, cozze avanzate da un pranzo, salumi e una giardiniera di verdure.
Per settimane nessuno riuscì a spiegare la morte di madre e figlia. La svolta arrivò con gli esami tossicologici: dopo aver cercato circa 1.500 sostanze, gli specialisti individuarono nel sangue delle due donne la ricina, potentissima tossina contenuta nei semi del Ricinus communis.
L’inchiesta cambiò completamente scenario. L’ipotesi dell’intossicazione alimentare lasciò il posto a un’indagine per duplice omicidio premeditato.
Da allora gli investigatori hanno ricostruito i pasti consumati dalla famiglia, gli alimenti presenti in casa, i regali ricevuti, i rapporti personali e i movimenti dei giorni precedenti. Hanno acquisito dispositivi elettronici e ascoltato decine di persone.
Le versioni che non coincidono e le nuove convocazioni
Adesso l’inchiesta torna sulle parole dei testimoni. Il nuovo interrogatorio di quasi quattro ore della professoressa e gli altri colloqui indicano che gli investigatori stanno cercando di sciogliere le contraddizioni rimaste nelle deposizioni raccolte durante questi mesi.
Il punto decisivo resta capire come la ricina sia arrivata nella casa di Pietracatella e perché ad assumerla siano state Antonella e Sara, mentre gli accertamenti hanno escluso l’esposizione di Gianni.
A quasi nove mesi dal duplice delitto, il mistero resta dunque concentrato attorno a quella tavola apparecchiata pochi giorni prima di Natale. Ma il nuovo giro di interrogatori mostra che gli investigatori stanno tornando su testimonianze e dettagli già raccolti, mettendoli nuovamente a confronto.
E soprattutto su una domanda che continua a dominare l’inchiesta: chi portò la ricina nella casa dei Di Vita?







