Pietracatella, svolta nel giallo della ricina. Locatelli: «Fino a prova contraria è accidentale». Ma spunta il nodo delle dosi

Omicidio o terribile incidente domestico? Nel giallo di Pietracatella torna prepotentemente in campo una seconda ipotesi sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, madre e figlia uccise da un’intossicazione da ricina. E questa volta a sostenerne apertamente la plausibilità è proprio l’esperto che contribuì a scoprire l’avvelenamento.

Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, mette infatti un punto fermo: allo stato attuale degli accertamenti non esisterebbero elementi sufficienti per stabilire che la ricina sia stata somministrata volontariamente. «Fino a prova contraria è accidentale», è in sostanza la posizione espressa dall’esperto. Una dichiarazione pesante in un’inchiesta nella quale gli investigatori stanno cercando di capire non soltanto cosa abbia ucciso le due donne, ormai individuato nella potentissima tossina, ma soprattutto come la ricina sia entrata nei loro organismi e da dove provenisse.

Locatelli: i semi di ricino potrebbero essere finiti nel cibo

Il punto di partenza è scientifico. Le analisi avrebbero individuato nei due organismi quantità significative di ricina, ma gli accertamenti disponibili non consentirebbero ancora di ricostruire il percorso seguito dalla sostanza. Locatelli richiama sette precedenti di intossicazione accidentale e indica uno scenario possibile: i semi di ricino potrebbero essere scambiati per prodotti commestibili e successivamente utilizzati nella preparazione di alimenti.

L’esperto cita anche esempi concreti, come salse o frittate. È una possibilità che, se trovasse conferma nelle analisi, cambierebbe radicalmente la lettura della tragedia di Pietracatella. L’intossicazione delle due donne potrebbe infatti essere stata provocata da un alimento contaminato senza che dietro la loro morte ci fosse necessariamente una mano assassina. Ma proprio qui compare un elemento che apre un nuovo interrogativo.

Il paradosso della quantità di ricina

A sollevare il problema è Vittorino Facciolla, avvocato di Alice e Gianni Di Vita. «Tutto è possibile», osserva il legale, che però richiama l’attenzione proprio sulla quantità della sostanza tossica individuata nei corpi. Il dato, secondo Facciolla e sempre utilizzando il condizionale in attesa degli accertamenti definitivi, potrebbe essere poco compatibile con un’assunzione accidentale.

Ed è questo uno dei nodi più interessanti del caso. Da una parte Locatelli sostiene che, in assenza di prove contrarie, lo scenario accidentale debba rimanere pienamente sul tavolo. Dall’altra le quantità riscontrate potrebbero porre il problema di capire quale alimento avrebbe potuto contenere una dose sufficiente a provocare un’intossicazione tanto grave in entrambe le donne. La domanda diventa quindi ancora più precisa: dove si trovava la ricina prima di entrare nei loro organismi?

I reperti spediti in Germania possono cambiare l’inchiesta

Una risposta potrebbe arrivare dal Robert Koch Institute di Berlino, dove sono stati inviati campioni di alimenti e altri reperti sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento. Gli accertamenti degli specialisti tedeschi assumono così un’importanza fondamentale.

Individuare tracce della tossina su uno specifico alimento o reperto potrebbe consentire agli investigatori di ricostruire il vettore attraverso il quale Antonella e Sara entrarono in contatto con la ricina. A quel punto diventerebbe possibile affrontare la domanda successiva: quella contaminazione fu casuale oppure qualcuno introdusse deliberatamente la sostanza? Per il momento entrambe le possibilità devono essere confrontate con gli elementi scientifici e investigativi. L’inchiesta continua infatti a muoversi anche sull’ipotesi del duplice omicidio, mentre mancano ancora i risultati definitivi degli accertamenti sui reperti.

L’infermiere di Sara torna davanti agli investigatori

Parallelamente alle analisi scientifiche continua il lavoro sulle testimonianze. Negli uffici della Questura di Campobasso è stato nuovamente ascoltato Giampiero Mastrogiorgio, infermiere e amico della famiglia Di Vita. Fu lui a praticare delle flebo a Sara nella sua abitazione, tra il secondo e il terzo accesso della giovane in ospedale durante le ore dei malori.

L’audizione è durata poco meno di due ore. All’uscita dalla Questura Mastrogiorgio ha risposto anche alle domande dei cronisti che gli chiedevano se ritenesse di avere fatto tutto quanto era possibile per aiutare Sara. «Certo, per etica e dovere professionale. Faccio l’infermiere per passione», ha risposto. Poi, prima di allontanarsi: «Sto bene». Quella dell’infermiere è soltanto l’ultima di una serie di convocazioni che negli ultimi giorni hanno riportato diverse persone davanti agli investigatori.

Sono state ascoltate Laura e Loredana, cugine di Gianni Di Vita, e Monia, professoressa e amica della famiglia. Alcune testimonianze sono state raccolte più volte, segnale che gli investigatori stanno verificando e incrociando nuovamente la ricostruzione di quelle ore.

Omicidio o incidente, la risposta è nascosta nella ricina

È dunque la ricina a custodire ancora il segreto fondamentale del giallo. Che sia stata quella sostanza a provocare la morte delle due donne rappresenta ormai il punto di partenza dell’indagine. Resta invece da stabilire come sia arrivata nella casa della famiglia Di Vita, attraverso quale alimento o altro vettore sia stata assunta e soprattutto perché.

La frase di Locatelli riapre con forza una possibilità che rischiava di finire in secondo piano: «Fino a prova contraria è accidentale». Ma le «quantità significative» riscontrate nei corpi di Antonella e Sara pongono un’altra domanda alla quale soltanto gli accertamenti scientifici potranno rispondere. Ed è proprio su questo confine sottilissimo che si gioca adesso il giallo di Pietracatella: una contaminazione tragicamente casuale oppure qualcuno ha utilizzato la ricina per uccidere madre e figlia?