Prima c’era stato il silenzio. Poi l’archiviazione. Poi ancora il rumore, quello inevitabile dei talk, dei social, delle accuse incrociate e delle guerre mediatiche. Adesso il caso che coinvolge Ignazio La Russa e suo figlio Leonardo Apache La Russa torna improvvisamente al centro della televisione italiana grazie a Report. E a rendere il tutto ancora più surreale è il fatto che, sullo sfondo, spunti una specie di alleanza impossibile tra Sigfrido Ranucci e Fabrizio Corona. O meglio: una guerra per rivendicare chi quella storia l’aveva raccontata prima e chi, invece, starebbe facendo “informazione per conto di qualcun altro”.
La nuova puntata di Report ha riaperto il dossier sulla famiglia La Russa partendo proprio dalla vicenda più delicata: l’inchiesta per il presunto stupro denunciato da una ragazza nei confronti di Leonardo Apache La Russa e poi archiviata dalla Procura. Una decisione giudiziaria che non ha chiuso affatto il caso sul piano mediatico e politico. Anzi. Perché proprio la ragazza, intervistata dalla trasmissione di Rai3, ha raccontato nuovamente la sua versione dei fatti, spiegando di essersi trasferita all’estero dopo essersi sentita isolata a Milano e annunciando il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’archiviazione.
Report riapre il caso Apache
Il cuore del servizio non è tanto la ricostruzione giuridica quanto il clima che avrebbe circondato la vicenda. Report insiste soprattutto su un punto: il peso politico e simbolico della figura di Ignazio La Russa dentro una storia che ufficialmente avrebbe dovuto restare privata. Secondo il racconto della giovane, quella notte del 2023 sarebbe iniziata tra alcol, cocaina e un cocktail offertole da Leonardo Apache La Russa, prima del vuoto totale e del risveglio nella casa del Presidente del Senato.
La ragazza sostiene di non ricordare cosa sia accaduto in mezzo. I magistrati, invece, hanno ritenuto che si trattasse di un rapporto consenziente, archiviando il procedimento. Anche i test relativi alla presenza di GHB, la cosiddetta “droga dello stupro”, avevano dato esito negativo, pur in presenza — secondo quanto raccontato dalla stessa giovane — di “livelli leggermente più alti” nei campioni analizzati.
Uno dei passaggi più pesanti del servizio riguarda però il ritardo della denuncia. La ragazza racconta che inizialmente avrebbe scelto di non rivolgersi alle autorità anche perché, secondo la sua versione, medici e psicologa le avrebbero sconsigliato di procedere, sottolineando il peso politico della famiglia La Russa. Un elemento che Report usa per allargare il discorso dal singolo caso al rapporto tra potere, percezione pubblica e pressione ambientale.
La Russa e il “religioso silenzio”
Nel servizio di Rai3 compare anche la versione di Ignazio La Russa. Il Presidente del Senato sostiene di essersi imposto un “religioso silenzio” per quasi tre anni dall’apertura della vicenda giudiziaria. Una frase che però inevitabilmente si scontra con le polemiche nate già all’inizio del caso, quando le parole pubbliche del padre avevano finito per trasformare una storia privata in uno scontro politico e mediatico gigantesco.
Ed è proprio qui che il servizio di Report affonda il colpo: nel momento in cui la seconda carica dello Stato interviene pubblicamente per difendere il figlio, il confine tra sfera privata e ruolo istituzionale inevitabilmente si rompe. Da quel momento la storia smette di appartenere soltanto alle cronache giudiziarie e diventa una questione pubblica.
Corona rivendica Falsissimo?
Ma il dettaglio più grottesco di tutta la vicenda arriva fuori da Report. Perché a commentare il servizio è stato proprio Fabrizio Corona, che da mesi rivendica di avere affrontato il caso La Russa prima di tutti attraverso Falsissimo. E ovviamente non poteva lasciarsi scappare l’occasione per trasformare anche Ranucci in un bersaglio.
Secondo Corona, Report avrebbe ripreso temi già affrontati nella sua trasmissione. Ma soprattutto avrebbe raccontato la vicenda in modo incompleto. “Report copia Falsissimo ma non fa informazione corretta”, ha scritto sui social.
Poi il colpo vero, quello che riassume perfettamente il suo modo di raccontarsi come anti-sistema permanente: “La differenza tra noi e Report è che loro fanno informazione per attaccare un potere per conto di un altro potere. Noi invece attacchiamo il potere facendo informazione”.
Una frase che sembra uscita da un cortocircuito televisivo italiano perfetto. Da una parte il programma simbolo del giornalismo investigativo Rai. Dall’altra il format scandalistico di Corona. Entrambi impegnati a raccontare lo stesso caso, ma contemporaneamente in guerra per rivendicare autenticità, indipendenza e primogenitura narrativa.
Il paragone con il caso Grillo
Nel suo intervento Corona tira dentro anche un altro nome pesantissimo: quello di Beppe Grillo e del processo che coinvolge suo figlio Ciro. Secondo l’ex re dei paparazzi, ci sarebbe un evidente “doppiopesismo” mediatico e giudiziario nei casi che riguardano figli di personaggi politici potenti.
Un tema esplosivo, perché tocca direttamente la percezione pubblica della giustizia, dell’informazione e dei rapporti tra potere e racconto mediatico. Ed è anche il motivo per cui ogni sviluppo di queste vicende finisce inevitabilmente per trasformarsi in un campo di battaglia politico prima ancora che giudiziario.
La verità processuale e quella televisiva
Intanto resta la verità giudiziaria, almeno per ora. La richiesta di archiviazione della Procura parla chiaramente di comportamenti “connotati da profonda superficialità e scarso rispetto della persona offesa”, ma non tali da assumere rilevanza penale.
Una formula pesante sul piano morale ma insufficiente, secondo i magistrati, a sostenere un’accusa in tribunale. Ed è proprio questa distanza tra giudizio penale e percezione pubblica a rendere il caso così esplosivo. Perché nell’Italia dei talk show permanenti, delle stories Instagram e delle trasmissioni d’inchiesta trasformate in eventi social, un’archiviazione non coincide mai davvero con la fine della storia.
La politica continua a leggerla come un attacco. I media continuano a trattarla come un simbolo. I social la trasformano in una guerra ideologica infinita. E il rischio è che ogni elemento venga usato non tanto per cercare verità, quanto per alimentare tifoserie.
Il cortocircuito perfetto della tv italiana
Alla fine il paradosso è tutto qui: Report prova a raccontare i rapporti tra potere e protezione politica, Corona accusa Report di essere vicino a un altro potere, i social si dividono tra innocentisti e colpevolisti mentre il caso continua a vivere ben oltre le carte giudiziarie.
E nel mezzo resta una sensazione molto italiana: che le storie davvero tossiche non finiscano mai. Cambiano studio televisivo, cambiano conduttore, cambiano hashtag, ma continuano a riapparire ciclicamente come fantasmi mediatici pronti a divorarsi settimane di dibattiti.
Con una differenza rispetto al passato: oggi ogni inchiesta, ogni archivazione e ogni testimonianza diventano immediatamente contenuti. Da una parte Report. Dall’altra Falsissimo. In mezzo, il pubblico che non capisce più dove finisca il giornalismo, dove inizi lo spettacolo e chi stia davvero usando chi.







