Salvini porta la Lega in ritiro mentre Vannacci gli svuota il partito: Zaia diserta, Ravetto scappa e la Bestia torna a ringhiare

A Matteo Salvini il partito è esploso in mano. Non con il botto spettacolare delle grandi scissioni, ma con quel rumore più fastidioso e continuo delle crepe che si allargano nei muri. La Lega non crolla, almeno non ancora, ma scricchiola ovunque: nei sondaggi, nei territori, nei gruppi parlamentari, nei rapporti con gli alleati e soprattutto nella guerra ormai apertissima con Roberto Vannacci, il generale del Mondo al contrario che il Carroccio pensava di avere usato come calamita elettorale e che adesso rischia invece di trasformarsi nel più pericoloso svuota-serbatoio della destra salviniana.

Il segretario federale ha deciso di correre ai ripari convocando parlamentari e big del partito per una due giorni di incontri il 19 e 20 giugno. Ufficialmente si parlerà di programmi e proposte. Tradotto dal politichese: bisogna rimettere insieme i pezzi prima che Futuro Nazionale continui a portarsi via voti, facce e parole d’ordine. Il messaggio arrivato nella chat dei parlamentari è quello dei grandi momenti di mobilitazione interna: “Cari colleghi, su indicazione del capogruppo vi informo che nelle giornate di venerdì 19 e sabato 20 giugno verrà organizzata una due giorni di incontri insieme al Segretario federale Matteo Salvini per mettere a punto proposte e programmi”. Peccato che, tra i primi a rispondere, Luca Zaia abbia scelto la formula più gelida possibile: “Io non ci sono. Grazie”.

Il ritiro della Lega e il gelo di Zaia

Il luogo del ritiro non è ancora definito. Mare o montagna, poco cambia. Il vero paesaggio politico è quello di una Lega che non riesce più a capire se deve inseguire Giorgia Meloni, inseguire Vannacci, attaccare Bruxelles, restare al governo, minacciare strappi o prepararsi a una lunga campagna di sopravvivenza. Nel menù della due giorni finiranno la legge elettorale, Trump, Netanyahu, le amministrative, il Mes e soprattutto l’effetto Vannacci, che ormai non è più una suggestione ma un problema strutturale.

Il forfait di Zaia dice molto più di una riunione mancata. Il presidente del Veneto rappresenta da anni l’altra Lega: amministrativa, territoriale, meno urlata, meno social, meno dipendente dalle fiammate della Bestia. Il suo “non ci sono” arriva mentre Salvini prova a serrare i ranghi e mentre il partito teme una nuova emorragia. È un messaggio asciutto, quasi chirurgico, che racconta la distanza sempre più profonda tra il salvinismo nazionale e una parte del vecchio mondo leghista.

Vannacci prende voti e pure personale politico

Il guaio per Salvini si chiama Roberto Vannacci. Futuro Nazionale, nato dalla rottura con la Lega, viene dato in crescita attorno al 3 per cento e sta diventando una specie di rifugio per leghisti delusi, ex salviniani, sovranisti inquieti e parlamentari in cerca di una casa più radicale e meno compromessa dal governo. L’ultimo nome è quello di Laura Ravetto, che ha motivato il passaggio con parole durissime contro l’ex partito: “Non potevo più restare in un partito che dice delle cose e fa l’esatto contrario”.

Ravetto accusa la Lega di avere tradito le sue battaglie identitarie: sicurezza, immigrazione, balneari, Europa, spese militari, difesa legittima. E soprattutto ringrazia Vannacci “per avermi accolta”. Una frase che a via Bellerio pesa come una cambiale politica. Perché non è soltanto una defezione: è il racconto di una Lega che, agli occhi della sua ala più dura, promette barricate e poi governa compromessi.

Salvini riaccende la Bestia

Di fronte a questo scenario Salvini ha fatto ciò che sa fare meglio: ha riarmato la Bestia. Immigrazione, Europa, sicurezza, Mes. Vecchi cavalli di battaglia, vecchi riflessi muscolari, vecchie parole d’ordine riesumate per dimostrare che il Capitano è ancora quello di prima. Il problema è che nel frattempo è cambiato il contesto. Salvini non è più il tribuno del Papeete che poteva incendiare il sistema da fuori. È ministro, vicepremier, uomo di governo. Ogni slogan deve fare i conti con le responsabilità di un esecutivo che lui stesso sostiene.

E qui Vannacci ha un vantaggio enorme. Può attaccare da destra senza portarsi sulle spalle le scelte del Consiglio dei ministri. Può criticare l’Europa senza dover trattare con Bruxelles il giorno dopo. Può parlare di sicurezza senza rispondere dei decreti approvati dal governo. Può presentarsi come coerenza pura, mentre Salvini appare sempre più intrappolato tra propaganda e realtà.

Il sogno segreto del governo tecnico

Il paradosso è che il vero sogno politico di Salvini potrebbe essere quello che nessun leader di maggioranza ammetterebbe mai: un governo tecnico, magari guidato da Mario Draghi. Una soluzione del genere gli consentirebbe di uscire dall’esecutivo, tornare all’opposizione e provare a rifare il percorso che Giorgia Meloni fece tra il 2021 e il 2022, quando Fratelli d’Italia rimase fuori dal governo di unità nazionale e capitalizzò tutto il malcontento.

Per Salvini sarebbe l’unico modo per recuperare ossigeno. Restare al governo significa farsi logorare da Meloni e tallonare da Vannacci. Uscire, invece, permetterebbe di tornare a urlare senza dover firmare ogni compromesso. Ma la politica non è un jukebox: non basta infilare il gettone per scegliere il brano preferito. E le elezioni anticipate, come ricorda Ravetto, non sono nella disponibilità del leader leghista.

Il Mes spacca di nuovo il centrodestra

A complicare tutto arriva anche il Mes. A Bruxelles si ragiona, per ora solo in modo sussurrato, su uno scambio tra l’ingresso dell’Italia nel Fondo salva Stati e una maggiore flessibilità sui conti, richiesta da Meloni e Giorgetti per affrontare l’emergenza economica legata alla crisi energetica e al blocco dello stretto di Hormuz. Ma appena la sigla Mes riappare sul tavolo, la maggioranza si spacca come da copione: Salvini contrario, Tajani favorevole, Meloni in mezzo.

Per il leader della Lega il Mes è una bandiera perfetta da agitare contro l’Europa. Da anni lo racconta come il simbolo della sottomissione italiana a vincoli esterni, regole dure e perdita di sovranità economica. Meloni, invece, negli ultimi anni ha seguito una traiettoria molto più prudente e progressivamente europeista, avvicinandosi a Ursula von der Leyen e cercando di ottenere margini negoziali senza rompere davvero con Bruxelles. Il problema è che ogni passo moderato della premier costringe Salvini a indurire il tono per non lasciare a Vannacci tutto lo spazio della destra anti-europea.

Ravetto: “La Lega dice una cosa e fa il contrario”

Le parole di Laura Ravetto sono il manifesto perfetto della crisi leghista. “Mi ha deluso un partito che faceva promesse chiare agli elettori e poi, al governo, non le ha mantenute”, dice. Poi attacca il decreto sicurezza, definito troppo timido, la mancata introduzione dello scudo penale, l’assenza di risorse per nuove assunzioni, le promesse sui balneari e le aperture su temi europei.

La sua accusa è semplice e devastante: la Lega ha costruito consenso promettendo rottura e poi, al governo, si è piegata ai vincoli della realtà. Vannacci, al contrario, può vendere linee rosse, purezza identitaria e coerenza radicale. Non deve amministrare, deve soltanto raccogliere delusione.

Meloni osserva, ma non può stare tranquilla

Giorgia Meloni guarda questa guerra interna alla destra con un misto di interesse e preoccupazione. Da una parte una Lega debole le conviene: Salvini ridimensionato pesa meno nel governo e nella coalizione. Dall’altra, però, un Salvini disperato può diventare imprevedibile. E un Vannacci in crescita rischia di spostare ancora più a destra il baricentro del centrodestra, complicando i rapporti con Bruxelles proprio nel momento in cui la premier ha bisogno di flessibilità, credibilità e trattative vere.

Se Meloni cerca comprensione in Europa, deve mettere sul tavolo moderazione. Ma se Salvini e Vannacci trasformano la campagna permanente in una gara a chi urla più forte contro Bruxelles, ogni trattativa diventa più difficile.

La Lega tra governo e opposizione immaginaria

Il dramma politico di Salvini è tutto qui: sta al governo, ma vorrebbe parlare come se fosse all’opposizione. È ministro, ma deve comportarsi da tribuno. Firma le scelte della maggioranza, ma deve convincere i suoi elettori di combattere contro il sistema. Intanto Vannacci gli porta via la parte più semplice del mestiere: l’indignazione senza responsabilità.

Il ritiro di giugno nasce da questa contraddizione. Serve a ricompattare, certo. Ma serve soprattutto a capire se la Lega ha ancora una linea o soltanto una serie di reazioni nervose alle mosse degli altri. Zaia che si chiama fuori, Ravetto che passa con Vannacci, i sondaggi fermi, il Mes che rispunta, Meloni che guarda a Bruxelles e la Bestia che torna a ringhiare: più che una due giorni programmatica, sembra una seduta di terapia di gruppo per un partito che non sa più se deve fare il leone, il socio di governo o l’ex rivoluzionario in cerca di un nuovo nemico.