Per uno che, secondo Donald Trump, non avrebbe avuto “le carte” per vincere, Volodymyr Zelensky continua a giocare una partita sorprendentemente lunga. E soprattutto continua a restare seduto al tavolo mentre Vladimir Putin, che nel febbraio 2022 immaginava una guerra lampo, si ritrova ancora impantanato in una guerra d’attrito che consuma uomini, mezzi, risorse e credibilità. La realtà sul terreno, nelle ultime settimane, racconta infatti una storia molto diversa dalla narrazione russa di una vittoria inevitabile. L’esercito di Kiev non solo resiste, ma ha ricominciato a riconquistare territorio: almeno 113 chilometri quadrati liberati in meno di trenta giorni, la prima vera avanzata ucraina dall’agosto 2024.
Non significa che la guerra sia vicina alla fine. La Russia occupa ancora circa il 20% dei territori ucraini riconosciuti internazionalmente al momento dell’indipendenza del 1991, Crimea compresa e aree dell’Est conquistate con la forza già nel 2014. Ma il dato politico e militare è chiaro: l’offensiva russa nel Donbass, sbandierata per mesi da Mosca come prova della propria superiorità, si è arenata. Gli assalti frontali si sono trasformati in massacri ripetuti, spesso fermati dai droni ucraini prima ancora di produrre risultati strategici reali. E intanto Kiev ha imparato a colpire dove fa più male.
La guerra dei droni cambia il campo di battaglia
L’ultima prova arriva dalla regione di Kherson, nelle zone ancora occupate dai russi a est del Dnipro, dove i droni ucraini avrebbero colpito con precisione il quartier generale dell’intelligence russa. È il segnale di una guerra ormai sempre meno legata soltanto alla fanteria, ai carri e all’artiglieria tradizionale, e sempre più dominata dalla tecnologia, dall’intelligence, dai sensori, dalla rapidità di calcolo e dalla capacità di colpire molto oltre la linea del fronte.
I droni di Kiev non si limitano più a disturbare l’avanzata russa. Sono diventati una componente centrale della strategia militare ucraina. Intercettano Shahed, colpiscono depositi, attaccano infrastrutture energetiche, inseguono convogli, logorano retrovie, rendono costoso ogni movimento nemico. La Russia resta enorme, brutale, numericamente superiore in molti settori, ma appare sempre più lenta nell’adattarsi a una guerra in cui la qualità tecnologica pesa quanto la quantità degli uomini mandati all’assalto.
La “matematica della guerra” di Fedorov
Tra gli artefici della nuova fase ucraina c’è Mykhailo Fedorov, 35 anni, neo ministro della Difesa e grande sostenitore dell’uso sistematico dei droni. La sua formula è gelida: “matematica della guerra”. Significa misurare, calcolare, prevedere, quantificare. Studiare gli attacchi russi, i bombardamenti sulle città, i flussi logistici, le perdite, la capacità industriale nemica e poi costruire risposte proporzionate, non emotive.
Fedorov sostiene di voler alzare drasticamente il livello di logoramento delle forze russe, passando dai circa 35 mila soldati eliminati al mese a 50 mila, e contemporaneamente “stancare” l’economia di Mosca, impedendo il ricambio delle perdite e costringendo il nemico a chiedere la pace. È una strategia durissima, quasi contabile nella sua freddezza, ma perfettamente coerente con una guerra che ormai si decide anche nella capacità di trasformare tecnologia, produzione industriale e intelligence in pressione costante sul nemico.
La Russia annaspa nel Donbass
La grande offensiva russa nel Donbass, presentata per mesi come inevitabile, si è trasformata in un pantano. Mosca continua a pagare un prezzo enorme per avanzamenti minimi, spesso ottenuti con ondate di fanteria mandate contro posizioni ucraine ben difese e sorvegliate dai droni. La Russia ha ancora riserve, artiglieria, missili e capacità di devastazione, ma soffre problemi sempre più simili a quelli ucraini: carenza di nuove reclute, difficoltà di rotazione, logoramento dei reparti, peso crescente delle perdite.
La differenza, nelle ultime settimane, sembra farla la capacità di Kiev di innovare più rapidamente. I droni russi continuano a colpire, e Fedorov stesso ammette che gli attacchi sono cresciuti del 35% ogni mese. Ma l’obiettivo ucraino è arrivare a neutralizzarne in cielo il 95%, mentre i propri raid dentro il territorio russo diventano più numerosi, più profondi e più dannosi.
Colpire la Russia dentro la Russia
La nuova generazione di droni ucraini può operare in un raggio che sfiora i duemila chilometri. È un salto strategico enorme. Kiev non è più costretta soltanto a difendersi. Può colpire raffinerie, terminali energetici, infrastrutture industriali e nodi logistici lontani dal fronte. Gli attacchi alle raffinerie di Perm, negli Urali, e ai terminali di gas e petrolio nel Mar Nero raccontano esattamente questo cambio di passo: la guerra non resta più confinata nelle trincee ucraine, ma entra nel sistema economico e industriale russo.
È qui che la pressione diventa politica. Se la Russia non riesce a proteggere infrastrutture a migliaia di chilometri dal fronte, il racconto interno della guerra controllata e inevitabile comincia a incrinarsi. E più Mosca deve spostare risorse per difendere il proprio territorio profondo, meno può concentrarle sulla linea di contatto.
L’Europa rimette soldi e Kiev trova nuovi alleati
A cambiare il quadro c’è anche il sostegno europeo. Dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orban, sono stati sbloccati 90 miliardi di euro a favore di Kiev. Una cifra enorme, che rafforza il fronte ucraino nel momento in cui la guerra entra in una fase tecnologica e industriale sempre più costosa. Zelensky, intanto, non resta fermo ad aspettare le oscillazioni americane. Se Trump snobba i droni ucraini contro l’Iran, Kiev guarda altrove: firma contratti con gli Emirati, lavora con l’industria tedesca degli armamenti e rafforza la cooperazione con Svezia, Finlandia, Danimarca e repubbliche baltiche.
Il punto è semplice: l’Ucraina sta cercando di costruire un ecosistema militare europeo e internazionale meno dipendente dagli umori di Washington. Un passaggio decisivo, perché la guerra ha dimostrato che il sostegno politico può cambiare rapidamente, mentre la produzione industriale e tecnologica ha bisogno di continuità.
L’errore di valutazione di Trump
Le frasi aggressive di Trump del 28 febbraio 2025, quando aveva sostenuto che Zelensky non avesse le carte per vincere, oggi appaiono come l’ennesima sottovalutazione del dossier ucraino. Kiev non ha vinto la guerra, certo. Ma non è nemmeno la pedina disperata descritta da chi immaginava un rapido crollo davanti alla pressione russa. Al contrario, ha dimostrato capacità di adattamento, creatività militare, resistenza politica e una sorprendente abilità nel trasformare la propria inferiorità numerica in superiorità tattica in alcuni settori.
Putin voleva Kiev in pochi giorni. Voleva eliminare Zelensky, spezzare l’esercito ucraino, assorbire l’industria militare e trasformare l’Ucraina in uno Stato satellite. Nulla di tutto questo è accaduto. Ogni giorno in cui l’Ucraina resta in piedi è una smentita di quell’obiettivo originario. Ogni chilometro riconquistato da Kiev è un promemoria del fallimento strategico russo.
La guerra non è finita, ma il vento sta cambiando
Bisogna evitare facili trionfalismi. La Russia resta una potenza militare enorme, ha ancora capacità distruttive gigantesche e controlla una parte significativa del territorio ucraino. Ma il vento strategico sembra meno favorevole a Mosca rispetto a un anno fa. L’avanzata russa è bloccata, i costi umani sono altissimi, la tecnologia ucraina migliora, i droni colpiscono sempre più lontano e l’Europa ha rimesso risorse pesanti sul tavolo.
La guerra continua, ma le carte nel mazzo di Zelensky sono migliori di prima. Non abbastanza per parlare di vittoria vicina, ma sufficienti per dire che la Russia non sta più dettando da sola il ritmo del conflitto. E questo, in una guerra che Putin voleva rapida, totale e definitiva, è già un ribaltamento enorme.







