Il giallo della ricina a Pietracatella potrebbe nascondere un accordo tra due persone, un «patto scellerato» costruito per eliminare Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita senza far apparire immediatamente le loro morti come un duplice omicidio. È l’ipotesi avanzata dalla criminologa Roberta Bruzzone durante la puntata del 7 ottobre de La Vita in Diretta, dopo aver ascoltato le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi, padre di Antonella e nonno di Sara. Una ricostruzione che introduce la possibilità di un secondo soggetto coinvolto nell’avvelenamento, ma che rimane, allo stato attuale, una valutazione personale e non una conclusione degli investigatori.
A colpire Bruzzone è soprattutto la scelta della ricina, una sostanza tossica i cui effetti possono inizialmente essere confusi con quelli di una grave intossicazione alimentare. Secondo la criminologa, questa caratteristica potrebbe indicare la volontà di nascondere la natura dolosa delle morti. Un ragionamento che sposta l’attenzione dal solo mezzo utilizzato al possibile movente di chi avrebbe deciso di somministrarlo.
Pietracatella, Roberta Bruzzone parla di un «patto scellerato» dietro il duplice avvelenamento
Durante la trasmissione, Bruzzone ha commentato le parole di Salvatore Di Ielsi, che aveva espresso forti dubbi sull’ipotesi di un incidente e sulla possibilità che Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, potesse aver agito autonomamente qualora emergesse un suo coinvolgimento. La criminologa ha osservato che il nonno delle vittime conosce direttamente le dinamiche familiari e che le sue dichiarazioni meritano attenzione.
Bruzzone si è detta convinta della possibile presenza di una seconda mente nella vicenda, arrivando a parlare esplicitamente di un accordo tra più persone. Non ha però presentato prove di un simile patto, né le informazioni disponibili consentono di attribuire responsabilità a Gianni Di Vita o ad altri soggetti. Le parole del familiare e l’interpretazione della criminologa restano elementi distinti dagli accertamenti giudiziari.
Perché proprio la ricina? Il particolare che insospettisce la criminologa
Il cuore del ragionamento di Bruzzone riguarda la scelta del veleno. La criminologa si domanda perché un eventuale assassino avrebbe dovuto procurarsi una sostanza tanto pericolosa e insidiosa, anziché ricorrere a un mezzo più immediatamente riconoscibile. La ricina può provocare manifestazioni gastrointestinali e un rapido peggioramento delle condizioni cliniche, rendendo inizialmente meno evidente la possibilità di un avvelenamento intenzionale.
Per Bruzzone, proprio questa capacità di confondere il quadro potrebbe aver orientato la scelta di chi avrebbe pianificato il delitto. La criminologa ritiene che il desiderio di far apparire le morti come conseguenza di una causa naturale o accidentale possa essere compatibile con interessi maturati in un ambiente vicino alle vittime. Si tratta tuttavia di un’ipotesi investigativa generale: la natura della tossina, da sola, non permette di stabilire chi l’abbia utilizzata, con quale intenzione o se vi sia stata una collaborazione.
Le parole del nonno Salvatore Di Ielsi e i dubbi su Gianni Di Vita
Le dichiarazioni di Salvatore Di Ielsi hanno contribuito ad alimentare il confronto pubblico sul caso. Il padre di Antonella, intervistato da Dentro la Notizia, ha respinto l’idea di un avvelenamento accidentale e ha espresso una valutazione personale sulla possibilità che Gianni Di Vita potesse essere coinvolto in una vicenda tanto complessa senza l’intervento di qualcun altro.
Il riferimento a una possibile seconda persona non equivale però all’individuazione di un complice. Le conoscenze familiari possono offrire agli investigatori spunti da approfondire, ma devono trovare riscontro in testimonianze verificabili, analisi scientifiche e altri elementi concreti. Anche l’eventuale presenza di contrasti o tensioni personali, se accertata, non basterebbe a dimostrare un movente omicidiario.
La Procura cerca risposte: dall’origine della ricina alle modalità dell’avvelenamento
Gli interrogativi centrali riguardano la provenienza della sostanza, le circostanze dell’esposizione e l’eventuale intervento intenzionale di una o più persone. Gli investigatori devono ricostruire come Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita siano entrate in contatto con la ricina e verificare se le evidenze raccolte siano compatibili con un evento accidentale oppure con una somministrazione deliberata.
La Procura ha manifestato scetticismo verso l’ipotesi dell’incidente, ma questo non consente ancora di considerare dimostrato un duplice omicidio né, tantomeno, l’esistenza di un accordo criminale. Le valutazioni di Bruzzone aprono uno scenario da verificare, senza sostituirsi alle conclusioni degli inquirenti.
Il punto più delicato resta dunque quello indicato dalla stessa criminologa: se qualcuno avesse scelto deliberatamente la ricina per nascondere un delitto, occorrerebbe comprendere quale interesse avesse a evitare che le morti venissero riconosciute come omicidi. È su questa domanda che si concentra l’ipotesi del «patto scellerato», mentre Pietracatella attende ancora risposte definitive sulla morte di Antonella e Sara.







