Ricina, Bruzzone vede la svolta: «Un patto scellerato tra due persone». E spunta la borraccia con i granuli scuri

Caso Garlasco, Roberta Bruzzone accusata di stalking

Un «patto scellerato» tra almeno due persone, con una divisione precisa dei compiti: qualcuno avrebbe preparato la ricina e qualcun altro l’avrebbe utilizzata per avvelenare il cibo. È lo scenario indicato da Roberta Bruzzone sul giallo di Pietracatella, dove Antonella Di Ielsi e sua figlia Sara Di Vita sono morte dopo essere entrate in contatto con la potentissima tossina. E proprio la presenza di più persone, secondo la criminologa, potrebbe trasformarsi nel punto debole di chi ha agito: più soggetti conoscono il segreto, più aumentano le possibilità che versioni, parole e comportamenti finiscano per entrare in contraddizione.

L’ipotesi acquista ulteriore peso alla luce degli ultimi elementi emersi dalle indagini. Gli investigatori starebbero infatti stringendo il cerchio sul luogo nel quale sarebbe stata estratta la ricina e, secondo Bruzzone, arrivare a quel punto significherebbe compiere un passo fondamentale verso l’identificazione di chi poteva accedervi.

Ricina a Pietracatella, Bruzzone: «Il passo è molto breve»

Intervenendo a La Vita in Diretta, Roberta Bruzzone ha collegato direttamente la possibile individuazione del luogo di estrazione della tossina alla ricerca di chi avrebbe materialmente partecipato al duplice delitto.

Se gli investigatori riuscissero a stabilire con certezza dove venne preparata o prelevata la ricina, diventerebbe infatti possibile restringere sensibilmente la platea delle persone che potevano avere accesso a quel luogo. Per Bruzzone, a quel punto, «il passo è molto breve» verso l’individuazione del soggetto coinvolto.

La criminologa non immagina però necessariamente un unico autore. Al contrario, la sua lettura parte dalla possibilità che dietro la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita abbiano agito almeno due persone, ciascuna con un compito differente.

«Uno ha sintetizzato la tossina, l’altro l’ha veicolata»

È questo il passaggio più forte dell’analisi di Bruzzone. Secondo la criminologa, una persona potrebbe aver «sintetizzato la tossina», mentre un’altra avrebbe avuto il compito di «veicolarla», cioè di introdurla nell’alimento attraverso il quale sarebbe poi avvenuto l’avvelenamento.

Bruzzone parla esplicitamente di un possibile «patto scellerato». Si tratta, naturalmente, di un’ipotesi formulata dalla criminologa e non di una conclusione giudiziaria, ma avrebbe una conseguenza investigativa importante: due persone devono riuscire a mantenere coerente nel tempo un segreto condiviso.

Ed è proprio qui che gli inquirenti potrebbero cercare la crepa. «Rende decisamente più fragile il segreto criminale», osserva Bruzzone riferendosi all’eventuale presenza di più soggetti. Dichiarazioni, telefonate, spostamenti e comportamenti diventano infatti elementi da confrontare alla ricerca di incongruenze.

La strategia degli investigatori: ascolti e contraddizioni

Gli investigatori della Questura di Campobasso starebbero lavorando intensamente proprio sugli ascolti. Se l’ipotesi di più persone coinvolte trovasse riscontri, il materiale raccolto potrebbe permettere di mettere a confronto ricostruzioni differenti e individuare eventuali punti incompatibili tra loro. Secondo Bruzzone, l’obiettivo potrebbe essere esattamente questo: identificare i possibili protagonisti e poi «farli andare in contraddizione».

Non servirebbe necessariamente una confessione immediata. In un’indagine così complessa potrebbero diventare decisive anche divergenze apparentemente minime: chi sapeva cosa, chi poteva accedere a determinati luoghi, chi conosceva la ricina, chi poteva procurarsi il materiale necessario per estrarla e soprattutto chi avrebbe avuto la possibilità di introdurla nel cibo consumato dalle vittime.

La borraccia con i «granuli scuri»

A rendere ancora più inquietante il quadro c’è un altro particolare emerso nelle ultime ore. Nell’abitazione di Pietracatella sarebbe stata rinvenuta una borraccia contenente alcuni «granuli scuri».

Al momento, sulla base degli elementi disponibili, non è possibile stabilire quale rapporto abbia quel ritrovamento con la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Saranno gli accertamenti scientifici a dover chiarire la natura del materiale e la sua eventuale rilevanza per l’inchiesta.

Il particolare assume però inevitabilmente importanza nel momento in cui gli investigatori cercano di ricostruire l’intera catena dell’avvelenamento: dalla disponibilità dei semi o della sostanza necessaria all’estrazione della ricina fino alla preparazione della tossina e al modo in cui questa sarebbe arrivata alle vittime.

Il punto decisivo: chi poteva preparare la ricina?

È probabilmente questa una delle domande centrali dell’indagine. La ricina non compare dal nulla e ricostruirne l’origine significa restringere progressivamente il campo. Se gli investigatori riusciranno davvero a individuare il luogo nel quale la tossina venne estratta, potranno concentrarsi sulle persone che avevano accesso a quell’ambiente e sulle loro conoscenze.

A quel punto l’ipotesi del «patto scellerato» formulata da Bruzzone potrebbe essere sottoposta alla prova degli elementi raccolti dagli inquirenti. Da una parte chi avrebbe avuto le capacità o la possibilità di preparare la sostanza, dall’altra chi avrebbe potuto materialmente utilizzarla.

E se davvero fossero state due persone a custodire lo stesso segreto, proprio quel segreto potrebbe diventare molto più difficile da proteggere. Perché ora gli investigatori non cercano soltanto chi possa aver ucciso Antonella e Sara, ma stanno tentando di ricostruire ogni passaggio compiuto dalla ricina prima di arrivare fino alle due vittime.