Prima il dato che farà felice Giorgia Meloni: l’80,7% degli italiani è favorevole al divieto di burqa e niqab nelle scuole e il 56,9% approva un tetto al numero degli alunni stranieri con difficoltà nella conoscenza dell’italiano. Poi arriva il numero che racconta una storia più complessa: quando si chiede agli intervistati quale sia concretamente il problema da affrontare nelle classi, il 51% indica la carenza di insegnanti di sostegno linguistico, mediatori culturali e strutture. Sono i risultati della rilevazione Only Numbers analizzata da Alessandra Ghisleri, che fotografano un Paese molto netto davanti ai temi identitari, ma decisamente più pragmatico quando dalla battaglia politica si passa alla realtà quotidiana della scuola.
Il sondaggio arriva pochi giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto sulla scuola. Il governo ha introdotto nelle prime classi un limite del 30% per determinate categorie di studenti senza cittadinanza italiana e con insufficiente percorso linguistico o scolastico in Italia, insieme al divieto di burqa e niqab. Meloni ha presentato il provvedimento come uno strumento per favorire l’integrazione ed evitare le «classi-ghetto», mentre il decreto prevede anche interventi per rafforzare l’apprendimento dell’italiano.
Burqa e niqab a scuola, l’80,7% degli italiani dice sì al divieto
Sul velo integrale il risultato non lascia molto spazio alle interpretazioni numeriche: oltre otto italiani su dieci approvano il divieto di burqa e niqab nelle scuole. Il dato, secondo l’analisi di Ghisleri, attraversa gli elettorati e mostra quanto il tema dell’identità e della riconoscibilità del volto riesca a raccogliere un consenso molto ampio.
Il governo ha trasformato il principio in una norma concreta. Il decreto approvato il 24 settembre vieta infatti l’accesso al percorso formativo con il volto coperto senza una ragione giustificata e prevede sanzioni da 200 a 1.000 euro; nel caso di minori, la sanzione ricade sui genitori.
Ma il sondaggio contiene un particolare ancora più interessante: i ragazzi appena usciti dal percorso dell’istruzione obbligatoria risultano tra i più favorevoli al divieto. Un risultato che rende meno automatica l’equazione secondo cui le generazioni più giovani avrebbero necessariamente un atteggiamento più permissivo verso simboli e pratiche legate a culture differenti.
Tetto agli alunni stranieri, favorevole il 56,9%
Anche la seconda misura raccoglie una maggioranza significativa. Il 56,9% degli intervistati si dichiara favorevole a stabilire un tetto massimo per gli alunni stranieri che incontrano difficoltà nel parlare e comprendere l’italiano.
Il decreto approvato dal governo fissa nelle prime classi un limite del 30%, ma la norma non riguarda indistintamente tutti gli studenti stranieri. Il ministro Giuseppe Valditara ha precisato, per esempio, che i bambini nati in Italia non rientrano nel tetto; il provvedimento guarda soprattutto agli studenti che non possiedono ancora un adeguato retroterra linguistico e scolastico italiano. Sono inoltre previsti fondi per il potenziamento della lingua nelle scuole nelle quali non risulti possibile rispettare il limite.
Proprio qui emerge uno dei risultati più significativi della rilevazione: tra i genitori con figli in età scolare il consenso al tetto raggiunge il 64,2%, mentre quello per il divieto di burqa e niqab arriva all’84%. Non sono quindi soltanto gli elettori lontani dalla vita quotidiana delle aule a chiedere regole più rigide: una spinta particolarmente forte arriva proprio da chi nella scuola porta ogni giorno i propri figli.
Poi cambia la domanda e cambia anche la risposta degli italiani
È quando si abbandona il principio generale e si entra nel funzionamento concreto delle classi che il sondaggio diventa ancora più interessante.
Alla domanda sui problemi pratici dell’integrazione scolastica, il 51% indica la mancanza di insegnanti di sostegno linguistico, mediatori culturali e strutture. Non più soltanto quanti studenti stranieri possano stare in una classe, dunque, ma quali strumenti abbia quella scuola per insegnare l’italiano, seguire chi parte da una situazione di svantaggio linguistico e permettere agli insegnanti di lavorare con gruppi sempre più eterogenei.
Qui emerge anche una differenza politica. Secondo l’analisi del sondaggio, gli elettori dei partiti di governo tendono maggiormente a individuare nel numero degli stranieri presenti in classe una delle principali criticità, mentre tra gli elettori delle opposizioni prevale la convinzione che il problema fondamentale riguardi soprattutto la scarsità di personale e risorse.
Sono due letture differenti dello stesso fenomeno: una concentra l’attenzione sulla composizione delle classi, l’altra sugli strumenti disponibili per gestirle.
La scuola italiana e il problema che uno slogan non può risolvere
Ed è qui che il sondaggio diventa qualcosa di più di una rilevazione su burqa, niqab e immigrazione. Perché dietro alle percentuali emerge una domanda molto più concreta: quanto è attrezzata la scuola italiana per gestire classi nelle quali convivono studenti con competenze linguistiche profondamente diverse?
Il governo ha inserito nel decreto anche risorse dedicate a questo problema: sono previsti 17,5 milioni di euro per le scuole nelle quali non sarà possibile rispettare il tetto del 30%, oltre a fondi destinati ad attività extracurricolari per migliorare la conoscenza dell’italiano.
Restano però le difficoltà applicative già segnalate dai dirigenti scolastici, soprattutto nei territori nei quali la concentrazione delle famiglie straniere è particolarmente elevata. Il problema diventa inevitabilmente geografico: se in un quartiere una quota molto alta dei bambini appartiene a famiglie immigrate, rispettare rigidamente una percentuale può richiedere una redistribuzione degli studenti tra istituti differenti.
Il vero messaggio del sondaggio sulla scuola
I numeri, alla fine, non restituiscono una contraddizione semplice. Gli italiani possono contemporaneamente volere il divieto del velo integrale, chiedere limiti alla concentrazione degli studenti con difficoltà linguistiche e ritenere insufficienti le risorse destinate all’integrazione scolastica.
È probabilmente questa la fotografia più interessante della rilevazione Only Numbers: sulle questioni identitarie prevalgono risposte molto nette, ma quando la domanda riguarda ciò che succede realmente dentro un’aula emergono insegnanti, lingua, mediatori, organizzazione e investimenti.
Il decreto Meloni intercetta chiaramente il primo sentimento e prova a intervenire anche sul secondo. La vera verifica arriverà però nelle scuole, quando bisognerà capire se il tetto del 30%, i corsi di italiano e le nuove risorse riusciranno concretamente a migliorare il lavoro degli insegnanti e l’apprendimento degli studenti. Perché è proprio lì, molto più che nello scontro politico su burqa e stranieri, che si misurerà l’efficacia delle nuove regole.







