La Procura Generale di Venezia ha notificato un avviso a tre ufficiali dei Carabinieri, accusati di presunte negligenze nella pianificazione e nella gestione dell’intervento che, il 14 ottobre 2025, portò alla strage di Castel d’Azzano. In quell’esplosione, avvenuta nel casolare dei fratelli Ramponi alle porte di Verona, morirono tre militari impegnati in un sopralluogo. Secondo quanto rivelato dal quotidiano L’Arena, l’accertamento riguarda anche la mancata interruzione dell’operazione quando era apparso evidente che l’ambiente era stato saturato di gas.
Chi sono i tre ufficiali indagati
Il procedimento disciplinare coinvolge il capitano Vincenzo Spataro, comandante della compagnia di Villafranca, il tenente colonnello Antonio Sframeli, responsabile del reparto operativo di Verona, e il colonnello Claudio Papagno, comandante provinciale. La Procura Generale, competente sulle azioni disciplinari per negligenza, intende verificare se errori nella catena di comando abbiano contribuito alla tragedia.
Il rinvio a giudizio dei fratelli Ramponi
Parallelamente, i fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi sono stati rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Verona. L’udienza preliminare, presieduta dalla giudice Beatrice Marini, si è conclusa con il via libera al processo, che si aprirà il 26 ottobre sotto la presidenza del giudice Raffaele Ferraro. Solo Franco si è presentato in aula, mentre Dino e Maria Luisa sono rimasti nei rispettivi istituti di pena di Trento e Vicenza.
Contestato il reato di strage in concorso
Il pubblico ministero Elvira Vitulli contesta ai tre imputati i reati di strage in concorso, detenzione di materiale esplosivo e resistenza a pubblico ufficiale. Quest’ultimo capo d’accusa riguarda anche le minacce rivolte al custode giudiziario Piergiorgio Bonini durante un sopralluogo per la vendita forzata dello stabile, avvenuto il 25 settembre 2025. La devastante esplosione distrusse il casolare di famiglia e uccise i carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello. Venticinque membri della task force rimasero feriti, insieme a Maria Luisa Ramponi, ricoverata per un mese e mezzo al Centro ustioni dell’ospedale di Borgo Trento prima del trasferimento nel carcere di Montorio.
Le difese e le richieste respinte
In aula, l’avvocato Luciano Arcudi, difensore di Franco Ramponi, ha sostenuto che i fratelli non volessero uccidere nessuno, ma intendessero togliersi la vita pur di non consegnare la casa. È stata avanzata una richiesta di incidente probatorio sulla capacità di intendere e volere degli imputati, basata su una relazione criminologica che li descriverebbe come disadatti fondamentali. L’avvocato Enrico Bastianello, che difende Dino Ramponi, ha chiesto il non luogo a procedere per il reato di strage, sostenendo che il suo assistito si trovasse fuori dal casolare al momento dell’esplosione. La giudice ha rigettato tutte le istanze, disponendo il rinvio a giudizio.







