Ventidue anni sotto sospetto, due inchieste, intercettazioni, perquisizioni, accuse, pagine di giornali, telecamere e il peso devastante di un nome diventato sinonimo di terrore. Adesso Elvo Zornitta prova a riprendersi la sua vita. L’ingegnere di Azzano Decimo, per anni considerato il principale sospettato nel caso Unabomber, ha parlato dopo la definitiva archiviazione del filone penale che lo riguardava.
In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Zornitta ha raccontato il dramma vissuto dalla sua famiglia e il sollievo per una vicenda che, almeno sul piano giudiziario, sembra finalmente conclusa.
«Si conclude un periodo che non auguro a nessuno», ha dichiarato con voce stanca. «È una gioia che l’incubo sia finito per sempre, che questa pagina si chiuda una volta per tutte. La mia famiglia e io possiamo tirare definitivamente il fiato».
Ventidue anni da sospettato numero uno
Il nome di Elvo Zornitta era finito al centro delle indagini sugli attentati attribuiti a Unabomber, il misterioso attentatore che tra Veneto e Friuli terrorizzò il Nord Est con ordigni nascosti in oggetti di uso comune. Una vicenda che per anni ha ossessionato l’opinione pubblica italiana e che non ha mai trovato un colpevole definitivo.
Per oltre due decenni Zornitta ha convissuto con il marchio del sospetto. «Con una continua tensione», ha spiegato. «È stato deleterio non poter dimostrare che non c’entravo niente con Unabomber».
L’ingegnere racconta una lunga odissea personale e familiare, segnata da problemi di salute, isolamento e pressione psicologica. «Mi ha provocato anche diversi problemi fisici, tra cui una gastrite acuta», ha detto.
“Senza la mia famiglia non ce l’avrei fatta”
Nel racconto di Zornitta emerge soprattutto il ruolo della famiglia. «Nessuno dei miei cari durante un percorso così lungo e tormentato mi ha mai fatto mancare il suo appoggio», ha spiegato. «Senza mia moglie, mia figlia e i parenti non sarei stato in grado di sopportare questa odissea».
Le parole più dure riguardano proprio la moglie, insegnante elementare, costretta a convivere per anni con il peso mediatico di accuse devastanti. «È stata dura soprattutto per mia moglie», ha raccontato. «Lavora con i bambini e nessuno può immaginare cosa significhi essere etichettata come la compagna di un mostro che se la prende anche con i più piccoli».
Una frase che restituisce il clima vissuto dalla famiglia Zornitta durante gli anni delle indagini: non solo il timore per gli sviluppi giudiziari, ma anche la pressione sociale, i sospetti, gli sguardi, il peso di un’etichetta difficilissima da scrollarsi di dosso.
Il segno lasciato sulla figlia
Anche la figlia di Zornitta è cresciuta dentro quella vicenda. Quando l’inchiesta iniziò era una bambina. Oggi è una donna laureata in Psicologia e lavora nel campo della salute mentale come educatrice in una onlus.
«Sono molto orgoglioso di lei», ha detto il padre. «Ma la strada che ha scelto esprime bene quanto questa vicenda l’abbia segnata».
Parole che raccontano meglio di qualsiasi sentenza quanto un’inchiesta così lunga possa incidere nella vita privata delle persone coinvolte, anche quando il procedimento non arriva a una condanna.
La battaglia per il risarcimento
Archiviato il capitolo penale, resta aperto quello civile. Zornitta, assistito dall’avvocato Maurizio Paniz, porta avanti da tempo una richiesta di risarcimento danni per le spese sostenute e per le conseguenze subite durante gli anni delle indagini.
«Ora siamo in Cassazione e confido in una risoluzione in tempi brevi», ha spiegato. «Le spese che ho dovuto sostenere in questi anni per difendere la mia posizione sono state ingenti. Mi auguro che mi vengano riconosciuti i danni per tanta sofferenza».
L’esatta cifra richiesta non è stata resa pubblica, ma la battaglia giudiziaria prosegue. Per Zornitta il punto non è soltanto economico: il risarcimento rappresenta anche un riconoscimento simbolico di quanto vissuto in oltre vent’anni di esposizione mediatica e giudiziaria.
“Faremo una cena in famiglia”
L’archiviazione definitiva ha avuto per Zornitta soprattutto un significato emotivo. «Dopo vent’anni di sofferenza può aprirsi una parentesi più serena», ha detto. Poi una frase semplice, quasi disarmante nella sua normalità: «Stasera faremo un po’ di festa in famiglia, con una buona cena».
Nessuna rivincita pubblica, nessun proclama. Solo il tentativo di tornare a una vita normale dopo un’esistenza trascorsa sotto il peso di un’accusa che, per oltre vent’anni, lo ha trasformato nel volto più noto di uno dei misteri criminali italiani rimasti senza risposta.






