Legge elettorale, il Pd gela Meloni: “Se la destra non ritira tutto non ci sediamo nemmeno al tavolo”

Walter Verini credit photo @pdumbria

La maggioranza prova ad aprire il tavolo sulla nuova legge elettorale, ma si ritrova davanti un muro. Altro che confronto bipartisan o trattativa istituzionale: il campo largo ha già deciso di non sedersi nemmeno a discutere finché il centrodestra non ritirerà completamente il testo depositato in Parlamento. E insieme alla proposta elettorale, secondo le opposizioni, dovrebbero sparire dal tavolo anche il premierato e la riforma che punta a eliminare i ballottaggi nei comuni.

Il clima è già esplosivo, a certificare la rottura è stato il senatore del Pd Walter Verini, che ha parlato apertamente di una maggioranza “alla fine dell’Impero Romano d’Occidente”, accusandola di voler cambiare le regole del gioco a ridosso del voto pur di blindare il potere.

Il Pd chiude la porta: “Questa legge è irricevibile”

Le parole di Verini, affidate a Fanpage, sono tutt’altro che diplomatiche. “Mentre fanno queste offerte pelose, ricordo che un testo lo hanno comunque presentato, ed è irricevibile per tutto il campo largo”, ha spiegato il parlamentare dem. Un attacco frontale che fotografa la strategia scelta dalle opposizioni: evitare di entrare nel merito della trattativa per non legittimare una proposta considerata già sbilanciata in partenza.

Il punto politico è chiaro. Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e le altre forze del centrosinistra temono che la maggioranza voglia usare il tema della governabilità come grimaldello per costruire un sistema favorevole al centrodestra. Una legge capace di garantire premi pesanti a chi arriva primo, riducendo ulteriormente il peso delle opposizioni e accentuando la personalizzazione dello scontro politico.

Non a caso, nel campo largo c’è la convinzione che il tavolo invocato dal centrodestra sia soprattutto una mossa comunicativa. Una maniera per dire agli elettori: “Noi volevamo discutere, sono le opposizioni ad essersi rifiutate”. Per questo la linea comune è stata quella del rifiuto totale.

Donzelli insiste: “Niente è precostituito”

Dall’altra parte, però, Fratelli d’Italia continua a ripetere che il testo non è blindato. Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito della presidente del Consiglio, ha assicurato che la proposta resta aperta alle modifiche e che non esiste alcun “pacchetto chiuso”.

La maggioranza insiste soprattutto su un concetto: stabilità. Secondo il centrodestra, il sistema politico italiano avrebbe bisogno di regole capaci di garantire governi solidi e maggioranze chiare, evitando i continui ribaltoni parlamentari che hanno segnato decenni di storia repubblicana.

Dietro la proposta, però, c’è anche una lettura molto più politica. Fratelli d’Italia sa che il tema della governabilità parla direttamente a una parte dell’elettorato moderato e produttivo del Paese, stanco di governi tecnici, maggioranze fragili e coalizioni litigiose. Per questo la destra punta a trasformare il confronto sulla legge elettorale in una battaglia identitaria: da una parte chi vuole “decidere”, dall’altra chi difenderebbe sistemi proporzionali e alleanze di palazzo.

Premio di governabilità, il cuore della riforma

Il nodo centrale della proposta è il cosiddetto premio di governabilità. La bozza depositata in Parlamento prevede un bonus di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la lista o coalizione che ottiene il maggior numero di voti e supera il 40%. Un meccanismo che, secondo i promotori, servirebbe a garantire una maggioranza stabile per tutta la legislatura.

Ma che per le opposizioni rischia di alterare profondamente il rapporto tra voti ottenuti e seggi assegnati. Fratelli d’Italia si è detta disponibile a discutere almeno sulla dimensione del premio alla Camera, lasciando intendere che qualche ritocco sarebbe possibile. Ma sul Senato la linea appare molto più rigida.

I costituzionalisti contro il testo della maggioranza

A complicare ulteriormente il quadro è arrivato anche l’intervento di 126 costituzionalisti, che hanno firmato un appello molto critico verso la riforma. Secondo gli esperti, il premio di governabilità rischierebbe di spingere la coalizione vincente verso il 60% dei seggi, producendo un effetto distorsivo troppo forte rispetto al consenso reale ottenuto nelle urne.

Nel documento vengono contestati anche altri aspetti della proposta: le liste bloccate, il mantenimento delle pluricandidature e l’indicazione preventiva del candidato premier. Proprio quest’ultimo punto viene giudicato incompatibile con i principi costituzionali che regolano la formazione del governo in Italia.

Premierato e ballottaggi, lo scontro si allarga

La tensione sulla legge elettorale si intreccia poi con altri due dossier già esplosivi: il premierato e la riforma dei comuni. Le opposizioni accusano infatti il governo di voler concentrare sempre più potere nelle mani dell’esecutivo, riducendo gli spazi di equilibrio istituzionale.

Il sospetto del centrosinistra è che la maggioranza stia costruendo un pacchetto organico di riforme pensato per rafforzare il bipolarismo e marginalizzare le forze minori. Una strategia che il campo largo considera pericolosa anche dal punto di vista democratico.

Per questo il “no” al tavolo non viene vissuto come una semplice tattica parlamentare, ma come una scelta politica precisa. Nessuna trattativa, almeno per ora. Nessuna apertura. Nessun dialogo finché il centrodestra non farà un passo indietro completo. E così quella che doveva essere la settimana dell’apertura al confronto rischia già di trasformarsi nell’ennesima guerra totale tra governo e opposizioni.