Povertà infantile in Italia, quasi un bambino su quattro vive sotto la soglia: l’allarme Unicef su reddito, scuola e salute

Paolo Rozera, Direttore Generale dell’UNICEF Italia

Quasi un bambino italiano su quattro vive al di sotto della soglia di povertà. Il dato arriva dal rapporto “Opportunità disuguali – bambini e disuguaglianza economica” di Unicef Office of Strategy and Evidence – Innocenti e fotografa una frattura sociale che non riguarda soltanto il reddito delle famiglie, ma il futuro stesso dei minori. In Italia il 23% dei bambini vive in nuclei con un reddito inferiore al 60% della media nazionale, uno dei tassi più alti in Europa. Nel confronto internazionale, il Paese si colloca al 30mo posto per povertà infantile, con un tasso pari al 23,2%.

Il quadro diventa ancora più netto se si guarda alla disuguaglianza di reddito. Tra i Paesi con dati comparabili, l’Italia si piazza al 22mo posto su 40: il quintile più ricco della popolazione guadagna 5,35 volte il reddito del quintile più povero. Numeri che spiegano meglio di qualsiasi slogan perché la povertà infantile non sia soltanto una questione economica, ma una catena che si trasmette alla salute, alla scuola, all’alimentazione e alla possibilità concreta di costruirsi una vita diversa.

Il benessere dei bambini italiani tra luci e ombre

Nel rapporto Unicef l’Italia occupa il 12mo posto nella classifica generale sul benessere dei bambini tra 37 Paesi. Il dato, letto da solo, potrebbe sembrare rassicurante. Ma dentro quella posizione si nascondono forti differenze. Il Paese entra nel primo terzo della classifica per il benessere mentale, dove si colloca al 10mo posto, mentre scende nella fascia media per salute fisica, al 17mo posto, e soprattutto per competenze, dove precipita al 25mo posto.

È proprio la scuola a mostrare una delle crepe più profonde. Tra i Paesi con dati comparabili, l’Italia si colloca al 15mo posto su 41 per ampiezza del divario nelle competenze di base in matematica e lettura tra bambini ricchi e bambini poveri. L’84% dei bambini appartenenti al quintile delle famiglie più ricche raggiunge competenze di base, contro poco meno del 45% dei bambini appartenenti al quintile più povero. Il risultato è una forbice enorme: nascere in una famiglia fragile significa partire con meno strumenti, meno opportunità e meno possibilità di recuperare il terreno perduto.

Scuola, salute e alimentazione

«La disuguaglianza influisce profondamente sul modo in cui i bambini imparano, su ciò che mangiano e su come vivono la vita», ha dichiarato Bo Viktor Nylund, direttore dell’Unicef Innocenti. La frase riassume il senso del rapporto: la povertà non resta fuori dalla porta di casa, ma entra nel piatto, nello zaino, nel corpo e nella mente dei bambini.

Secondo Unicef, nei Paesi con livelli più alti di disuguaglianza economica i bambini hanno una probabilità 1,7 volte maggiore di essere in sovrappeso rispetto a quelli che vivono nei Paesi con minori disuguaglianze. Il motivo può dipendere dalla qualità peggiore dell’alimentazione, dalla difficoltà di accedere a cibi sani e anche dall’abitudine, spesso imposta dalle condizioni economiche, di saltare i pasti o sostituirli con prodotti più economici e meno equilibrati.

Bambini italiani in sovrappeso, il dato arriva al 27%

In Italia il 27% dei bambini e degli adolescenti tra i 5 e i 19 anni risulta in sovrappeso. Il dato conferma un problema già noto nei Paesi dell’Europa meridionale, dove l’eccesso di peso infantile resta elevato. Ma il rapporto Unicef aggiunge un elemento decisivo: le abitudini alimentari cambiano in modo netto a seconda del reddito familiare.

Tra gli italiani tra gli 11 e i 15 anni, solo il 22% dei ragazzi provenienti da famiglie a basso reddito consuma verdura ogni giorno, contro il 39% dei coetanei provenienti da famiglie ad alto reddito. Il divario è di 17 punti percentuali. Anche la frutta segue la stessa direzione: la consuma ogni giorno il 32% dei ragazzi delle famiglie a basso reddito, contro il 40% di quelli che vivono in famiglie più abbienti.

Le bevande zuccherate raccontano invece il fenomeno opposto: il consumo giornaliero riguarda il 18% dei ragazzi delle famiglie a basso reddito e il 12% di quelli delle famiglie ad alto reddito. È il segno di una disuguaglianza concreta, misurabile, che passa dalla spesa quotidiana e arriva direttamente alla salute.

L’appello Unicef ai governi

Il rapporto invita i governi a intervenire con politiche mirate per ridurre l’impatto delle disuguaglianze sul benessere dei bambini. La priorità indicata è chiara: ridurre la povertà infantile, investendo nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione delle comunità più vulnerabili.

«Per limitare gli effetti più gravi della disuguaglianza, dobbiamo investire con urgenza nella salute, nella nutrizione e nell’istruzione dei bambini delle comunità più vulnerabili», ha spiegato Nylund. In concreto significa rafforzare pasti scolastici, programmi di distribuzione di frutta e verdura, sostegni educativi, regolamentazione dello zucchero e strumenti capaci di impedire che la condizione economica dei genitori diventi una condanna anticipata per i figli.

Il dato italiano, alla fine, dice questo: la povertà infantile non è una statistica fredda. È una distanza che si vede nei voti, nel peso, nella salute, nella dieta, nella fiducia e nelle possibilità. E quando quasi un bambino su quattro cresce sotto la soglia di povertà, il problema non riguarda più soltanto le famiglie fragili. Riguarda il Paese intero.