Andy Burnham, l’ascesa del “re del Nord” che ora punta a Downing Street

Andy Burnham

Nel Regno Unito c’è un nome che, più di altri, domina il dibattito politico dopo le dimissioni di Keir Starmer: Andy Burnham. Per anni soprannominato il “re del Nord”, inventore del suo personale credo politico – il manchesterismo – il sindaco di Manchester è appena entrato alla Camera dei Comuni con una vittoria schiacciante alle suppletive di Makerfield. Un risultato che lo proietta, di fatto, nel ruolo di primo ministro in pectore, almeno secondo la narrativa che attraversa Westminster.

Il re del Nord

Burnham arriva a Westminster dopo anni in cui, da primo cittadino di Manchester, ha incarnato un modello amministrativo capace di parlare a un territorio spesso dimenticato dalle élite londinesi. Il soprannome di “re del Nord” nasce proprio dalla sua capacità di interpretare le istanze politiche e sociali del nord‑ovest inglese, un’area segnata da austerità, deindustrializzazione e disillusione verso i partiti tradizionali.

La sua candidatura non è stata casuale. Dopo le difficoltà del Labour alle amministrative di maggio, un gruppo di sostenitori interni ha spinto per la dimissione del deputato uscente di Makerfield, aprendo la strada a Burnham. La vittoria gli ha permesso di sedersi a Westminster e molto probabilmente di fare il suo ingresso al 10 di Downing Strett,

Le carte di Burnham: la speranza e il territorio

Nel discorso pronunciato dopo la vittoria, Burnham aveva insistito su un concetto: hope, speranza. Un messaggio rivolto ai cittadini di Makerfield e delle tante comunità del Nord che da anni si sentono ai margini delle priorità nazionali. Dal 2010, le politiche di austerità hanno colpito duramente proprio queste aree, e Burnham ha costruito la sua narrazione politica sulla promessa di riportarle al centro.

La speranza, però, riguarda anche il Labour stesso. La crescita di Reform UK, il partito populista guidato da Nigel Farage, ha eroso consensi soprattutto nel Nord. La vittoria di Burnham è stata letta come la prova che esiste un’alternativa credibile per arginare l’avanzata della destra radicale. Accanto alla speranza, Burnham rivendica il valore del localismo.

La sua esperienza a Manchester – dove ha integrato il sistema dei trasporti e promosso politiche urbane innovative – è diventata un modello che alcuni definiscono “Manchester‑ismo”. Un approccio pragmatico, orientato ai servizi e alla qualità della vita quotidiana, che Burnham vorrebbe portare su scala nazionale.

Il riavvicinamento all’Europa

Il suo manchesterismo è un mix di nazionalizzazioni, aumento delle tasse, riforme istituzionali radicali – come l’abolizione della Camera dei Lord e l’introduzione del proporzionale – e un riavvicinamento all’Unione Europea più marcato rispetto alla linea prudente di Starmer. Una piattaforma che parla alla sinistra tradizionale, ma che apre anche interrogativi sulla sostenibilità economica.

La sua storia personale è quella di un lungo apprendistato politico. Figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato a Cambridge, entra nel Labour a 15 anni durante gli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher.

Dal 1997 ricopre vari incarichi nei governi Blair, fino a diventare ministro della Sanità con Gordon Brown. Tenta la leadership del partito nel 2010 e nel 2015, perdendo prima contro Ed Miliband e poi contro Jeremy Corbyn. Con quest’ultimo diventa ministro‑ombra degli Interni, prima di conquistare nel 2017 la guida di Manchester con un trionfale 63%. Rieletto nel 2021 e nel 2024, oggi si prepara alla sfida più grande: trasformarsi da leader regionale a figura nazionale.

La formazione cattolica

Un altro elemento che incuriosisce i media britannici è la sua formazione cattolica. Cresciuto in una famiglia di origine irlandese, educato in una scuola religiosa, da ragazzo chierichetto, Burnham cita spesso la dottrina sociale della Chiesa come fonte di ispirazione, in particolare l’enciclica Rerum Novarum.

Ammiratore di papa Francesco, gli regalò persino una maglia del Manchester United durante una visita in Vaticano. Ma il suo cattolicesimo è più culturale che dogmatico: non frequenta molto la messa e ha posizioni liberali sui diritti civili.

Perfino la sua identità geografica è un mosaico: nato a Liverpool, tifoso dell’Everton, ma sindaco di Manchester, ha costruito una narrazione che lo rende credibile in tutto il Nord.

E non è un dettaglio da poco, visto che il seggio di Makerfield si trova proprio tra le due città. Anche sulle grandi questioni nazionali, come il rapporto con l’Europa, Burnham ha mostrato una certa elasticità: prima favorevole a un ritorno nella Ue, poi più cauto per non alienarsi gli elettori pro‑Brexit della sua circoscrizione.

I timori della City

Oggi, mentre si prepara a un possibile ingresso a Downing Street, resta una domanda sospesa: chi è davvero Andy Burnham? Il comunicatore brillante, il sindaco popolare, il cattolico sociale, il politico camaleontico o il riformatore radicale?

La City vede in Burnham un profilo ad alto rischio, il meno gradito per raccogliere l’eredità di Starmer. Non sorprende che, subito dopo le dimissioni dell’attuale premier, la sterlina abbia perso terreno: gli investitori hanno reagito alle sue dichiarazioni sulla necessità di superare le regole di bilancio e ricorrere a nuovo debito per finanziare la spesa pubblica.

In un momento in cui Londra è già sotto stretta osservazione internazionale per deficit e debito elevati, la prospettiva di un allentamento fiscale appare come un segnale tutt’altro che rassicurante per la stabilità finanziaria.