Nel caso Garlasco il Dna continua a essere una delle parole più pesanti, ma anche una delle più scivolose. Se Andrea Sempio, oggi indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, dovesse andare a processo, la perizia di Denise Albani diventerà inevitabilmente uno dei passaggi centrali del dibattimento. Perché proprio su quei dati genetici, trovati sui margini ungueali della vittima e riletti negli anni dai consulenti della difesa di Alberto Stasi, si è costruita una parte importante della nuova attenzione investigativa sull’amico del fratello di Chiara. Ma la genetista incaricata nell’incidente probatorio ha tracciato un confine molto netto: quei risultati vanno letti con estrema cautela, perché il cromosoma Y, per sua natura, non consente da solo di attribuire un profilo genetico a una persona specifica.
Il punto di partenza resta la perizia del 2014, quando durante il processo ad Alberto Stasi vennero analizzati i residui presenti sotto le unghie di Chiara Poggi. In quella fase, il perito Francesco De Stefano spiegò che il materiale genetico risultava troppo degradato e presente in quantità troppo ridotte per arrivare a un’attribuzione certa. Durante quelle analisi, inoltre, le unghie vennero sciolte e consumate integralmente, rendendo impossibile ripetere oggi gli accertamenti direttamente sul reperto originario. Da allora, ogni nuova valutazione non lavora più sul materiale fisico, ma sui dati già prodotti in passato.
Il Dna sulle unghie di Chiara Poggi e la nuova indagine su Andrea Sempio
Il materiale genetico trovato sui margini ungueali della vittima è tornato più volte al centro dell’inchiesta. I consulenti della difesa di Alberto Stasi, nel 2016 e poi nel 2025, hanno riletto quei dati e hanno indicato un possibile collegamento con Andrea Sempio. Proprio queste valutazioni hanno contribuito alla riapertura delle indagini nei suoi confronti.
Negli ultimi mesi, nell’ambito della nuova inchiesta della Procura di Pavia sul delitto di Garlasco, il giudice per le indagini preliminari ha disposto un incidente probatorio per procedere a una verifica super partes sul cromosoma Y attribuito alla linea paterna di Sempio e rinvenuto nei dati relativi alle unghie di Chiara Poggi. L’incarico è stato affidato a Denise Albani, genetista della polizia scientifica, che ha illustrato i risultati in Tribunale il 18 dicembre e ne ha parlato anche davanti alle telecamere del programma Ignoto X.
Albani ha chiarito subito l’ampiezza del lavoro svolto. «L’incarico era esteso. La mia attività era quella di valutare il materiale genetico sui margini ungueali, ma anche su tutti i reperti che nel tempo non sono mai stati analizzati o avevano dato esiti dubbi. Come per esempio la spazzatura e gli acetati che riguardavano le impronte digitali ritrovate sulla scena del crimine. E infine, il mio lavoro prevedeva campioni di confronto con soggetti attenzionati nel caso. Insomma un quesito complesso».
Denise Albani: «Il cromosoma Y non è identificativo»
Il passaggio più importante della perizia riguarda proprio il valore del cromosoma Y. Albani lo ha spiegato in modo chiaro: «Il cromosoma Y non è per sua stessa natura identificativo. Qualsiasi risultanza va contestualizzata. Il cromosoma Y viene trasmesso lungo una linea patrilineare e per questo non viene giudicato identificativo».
È un punto decisivo. Il cromosoma Y può indicare una linea maschile, ma non individua in modo esclusivo una persona. In altre parole, non funziona come una firma genetica personale capace di dire, da sola, chi abbia lasciato quel materiale biologico. Per questo, secondo la genetista, ogni risultato deve essere inserito dentro un contesto più ampio, valutato insieme agli altri elementi e soprattutto maneggiato con rigore scientifico.
Albani ha anche sottolineato un altro limite fondamentale: oggi non è possibile stabilire quando quel materiale biologico sia stato depositato. «Come e perché il materiale biologico sia stato depositato, non è possibile, con le metodologie attualmente disponibili, comprendere quando, quindi datare il momento in cui sia avvenuta la deposizione del materiale biologico». Questo significa che anche un eventuale collegamento genetico non consentirebbe automaticamente di stabilire se quel materiale sia finito sulle unghie della vittima durante l’aggressione, in un momento precedente o attraverso altre modalità.
Il problema dei dati grezzi e dei reperti ormai consumati
La difficoltà principale della perizia nasce proprio dal tipo di materiale disponibile. Albani non ha potuto lavorare direttamente sulle unghie di Chiara Poggi, perché gli esami del 2014 le avevano già consumate. La genetista ha dovuto quindi basarsi sulla rilettura dei dati prodotti allora.
«Lavorare su innovazioni tecnologiche aiuta, ma ancora di più sarebbe stato importante lavorare su dati grezzi. Invece ho dovuto lavorare su dati che erano già strutturati, questo implica una presa di coscienza del punto di partenza», ha spiegato.
La frase indica uno dei nodi tecnici più delicati dell’intera vicenda. Le nuove tecnologie possono migliorare la capacità di analisi, ma non possono cancellare i limiti del materiale di partenza. Se il reperto fisico non esiste più e i dati disponibili sono già stati elaborati in passato, la perizia deve necessariamente muoversi dentro un perimetro ristretto. Può rivalutare, confrontare, verificare, ma non può ricreare ciò che non c’è più.
La responsabilità di una perizia sotto i riflettori
Il caso Garlasco resta uno dei procedimenti più esposti mediaticamente della cronaca giudiziaria italiana. Albani, però, ha rivendicato un approccio tecnico lontano dal rumore del dibattito pubblico. Alla domanda sul peso della responsabilità, la genetista ha risposto ricordando che il metodo non cambia in base alla risonanza del caso.
«Lavoriamo quotidianamente su tanti casi simili. Lo facciamo nel laboratorio di genetica forense della polizia scientifica. Ci mettiamo la stessa passione, lo stesso impegno e la stessa attenzione. Il nostro lavoro quindi è un lavoro di responsabilità a prescindere dal contesto e soprattutto dal contesto mediatico. Spendiamo la stessa attenzione e lo stesso rigore per ogni caso. L’obiettivo è arrivare a un risultato che possa fare giustizia indipendentemente dal reato di cui si tratta».
È una precisazione importante, perché nel dibattito pubblico il Dna viene spesso raccontato come una prova definitiva, quasi matematica. In realtà, soprattutto quando il materiale è scarso, degradato, non più disponibile e ricostruibile solo attraverso dati pregressi, il margine interpretativo diventa decisivo. E proprio per questo la perita insiste sulla necessità di contestualizzare ogni risultato.
Il nodo che potrebbe pesare in un eventuale processo
Se Andrea Sempio dovesse affrontare un processo, la perizia Albani entrerà certamente tra gli elementi più discussi. Da una parte ci sono le valutazioni dei consulenti della difesa di Stasi, che hanno contribuito a riaprire il fronte investigativo su Sempio. Dall’altra ci sono i limiti indicati dalla genetista incaricata nell’incidente probatorio: il cromosoma Y non identifica una persona, il materiale biologico non può essere datato e la rilettura si basa su dati già strutturati, non su reperti ancora analizzabili.
È qui che il caso Garlasco mostra ancora una volta tutta la sua complessità. A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, ogni nuovo elemento sembra aprire più domande che risposte. Il Dna sulle unghie della vittima resta un passaggio potenzialmente rilevante, ma non appare, da solo, quella prova capace di chiudere il cerchio. La stessa Albani, con parole misurate ma nette, ha ricordato che la genetica forense può aiutare la giustizia solo se non viene forzata oltre ciò che la scienza consente di affermare.







