Per una volta Fabrizio Corona non entra in scena soltanto con il coltello tra i denti. Non rinuncia al suo modo di parlare, non smette di graffiare, non mette davvero via l’armatura. Però, nel salotto di Radici, il nuovo podcast di Ughetta Di Carlo, qualcosa si apre. Dopo un periodo di silenzio e di stop forzato sui social, l’ex re dei paparazzi torna a raccontarsi e lascia intravedere l’uomo dietro il personaggio: quello che vive di adrenalina, che non sopporta il vuoto, che ha fatto della notizia una religione e che, quando parla del padre e dei figli, abbassa per un attimo il volume della guerra.
Corona resta Corona, naturalmente. Non diventa improvvisamente mansueto, non si trasforma in un santino da comodino e non prova neppure a ripulire troppo la propria immagine. Ma proprio per questo il racconto funziona: perché l’intervista non cancella le contraddizioni, le mette in fila. Il successo, la caduta, i processi, la famiglia, i social perduti, il rapporto con Carlos, il legame con il padre Vittorio, la paura quasi fisica della serenità. Tutto entra nello stesso ritratto, disordinato e potentissimo, come spesso accade quando Corona smette di recitare il ruolo che gli altri gli hanno cucito addosso e si concede il lusso, rarissimo, di sembrare vulnerabile.
Il padre, la notizia e quella protezione che Corona sente ancora addosso
Il passaggio più intimo arriva quando Corona parla del padre. Non lo fa con il tono accomodante di chi cerca commozione facile, ma con una specie di fedeltà ruvida, quasi animale. «Sento la protezione di mio padre in tante occasioni particolari della mia vita, e anche in tanti processi. Sono accadute cose per cui penso che mio padre mi protegga, e lo testimonia anche il mio avvocato Chiesa», racconta. È una frase che sposta il discorso dal personaggio pubblico alla radice privata, dal clamore delle cronache alla sensazione di avere ancora qualcuno accanto, anche quando quel qualcuno non c’è più.
Poi Corona torna al mestiere, alla notizia, all’istinto che considera un’eredità di sangue. «Mio padre ci ha lasciato dei geni, anche ai miei fratelli, e sicuramente la genialità, la creatività e il senso della notizia. Quello o ce l’hai o non ce l’hai. Il dono e l’insegnamento più grande che mi ha lasciato è proprio questo: se hai una notizia, la devi dare. Poi mio padre aveva un pregio che io non vorrei: nelle sue idee era incorruttibile. Io sì, sono stato corruttibile, ma adesso sono diventato incorruttibile». Dentro questa confessione c’è tutto il corto circuito di Corona: la rivendicazione del talento, l’ammissione del proprio passato, la pretesa di essersi trasformato, la convinzione che la notizia non sia solo lavoro ma destino.
Nel racconto entra anche la madre, con un momento più leggero e spontaneo. Corona scherza, la punzecchia, la guarda con quell’affetto che non sempre sa rendere morbido. E proprio lì, tra una battuta e una stilettata, si vede la parte meno costruita del personaggio: quella che non chiede assoluzione, ma tradisce comunque un bisogno feroce di legami.
Carlos, Thiago e una casa che prova a diventare porto sicuro
Quando parla del figlio Carlos, il tono cambia ancora. Qui Corona non cerca l’effetto, non forza la scena. Racconta un amore pieno, orgoglioso, protettivo. «Ha la sindrome di Asperger, un ragazzo straordinario, sono fortunata ad avere un figlio così speciale, è veramente un dono», dice, usando parole che hanno il peso delle cose non recitate. Carlos oggi vive in comunità, ma torna spesso a casa, dove trova un ambiente che Corona descrive come familiare, stabile, quasi una piccola tribù costruita nel tempo.
Nella sua vita ci sono Thiago, Sara e anche quelle presenze silenziose che lavorano con lui da oltre vent’anni e che per Carlos rappresentano molto più di semplici collaboratori. Sono figure domestiche, affetti continui, pezzi di una normalità che Corona sembra difendere con la stessa intensità con cui, fuori, continua a cercare il conflitto. È uno dei paradossi più interessanti dell’intervista: l’uomo che vive appeso all’adrenalina parla della casa come di un luogo di cura, e il personaggio che ha costruito la propria leggenda sullo scontro mostra una tenerezza inattesa quando racconta il figlio.
Garlasco, lo sciacallaggio e il rapporto malato con la cronaca
Poi Corona torna sul terreno che conosce meglio: la cronaca, la notizia, il sangue mediatico che fa girare il sistema. Parlando del caso Garlasco, prende una posizione netta e insieme amara. «Penso che sia stato Sempio, ma che potrebbe addirittura non essere rinviato a giudizio. Credo che non troveranno mai il colpevole e che non avranno mai le prove», dice. Ma il punto, più ancora della sua opinione sul caso, è l’accusa rivolta al mondo dell’informazione.
Corona punta il dito contro chi, a suo dire, usa le tragedie per alimentare share, attenzione e visibilità. Parla di sciacallaggio, di giornalisti che si proclamano tali ma trasformano il dolore in materiale da palinsesto. È una critica che suona quasi sorprendente detta da lui, proprio da uno che per anni ha vissuto dentro il cortocircuito tra fama, scandalo e informazione. Ma forse proprio per questo colpisce: perché Corona conosce quel meccanismo dall’interno, ne ha fatto parte, lo ha sfruttato, lo ha subìto e ora lo racconta come una macchina che macina tutti, vittime comprese.
«La mia vera droga è l’adrenalina»
Il passaggio sulle droghe è uno dei più forti. Corona lancia un messaggio netto ai giovani e non prova a romanticizzare nulla: «Credo che le droghe distruggano la gente e si vede». Poi però traccia una distinzione personale, quasi una diagnosi di sé stesso: «Al contrario di quello che pensa la gente, io non sono mai andato sotto. La mia vera droga è l’adrenalina, perché è come vivere appeso a un filo». È qui che l’intervista smette di essere soltanto confessione e diventa autoritratto psicologico.
Corona non teme il caos, lo cerca. Non teme il conflitto, lo abita. A spaventarlo, racconta, è il vuoto: «Ciò che mi spaventa davvero, invece, è la paura del vuoto: quella sensazione che provo quando mi trovo nella serenità o nella tranquillità, se non vengo coinvolto in situazioni in cui si vive con il fiato sospeso». In questa frase c’è forse la chiave più sincera del personaggio. Corona non fugge solo dagli altri, spesso fugge dalla quiete. La pace, per lui, non sembra una conquista ma un pericolo. La tranquillità non consola, minaccia. E allora meglio il rischio, meglio la battaglia, meglio l’attesa della prossima esplosione.
I social cancellati, Mediaset e il prezzo del successo
Nella parte finale, Corona torna sulle ferite del passato e sul prezzo del successo. Parla del rapporto con figure della sua vecchia vita, come Lele Mora, e ammette di avere conosciuto sulla propria pelle la stessa ferita che spesso pagano i ragazzi quando inseguono la fama senza capire quanto possa costare. Ma la confessione più curiosa riguarda i social. Per lui, la cancellazione improvvisa dei profili da parte di Meta ha pesato più della causa da 160 milioni con Mediaset. Detta da chi ha attraversato processi, carcere, cadute pubbliche e risalite spericolate, sembra quasi una provocazione. In realtà racconta benissimo il tempo in cui viviamo: perdere la propria piazza digitale può ferire più di una condanna economica, perché significa perdere voce, pubblico, identità, potere.
Corona chiude l’intervista in modo ambiguo, come spesso gli accade. Scherza su Sinner, che definisce grandioso ma anche un po’ pesante proprio per la sua perfezione, non riconosce Del Vecchio e lascia scivolare il discorso dentro sfumature e giochi di parole che mantengono aperto il personaggio, senza consegnarlo a una sola definizione. È una chiusura perfetta per uno come lui: mai del tutto leggibile, mai davvero pacificato, sempre pronto a sabotare la scena proprio quando sembra finalmente disposto a lasciarsi capire.
Eppure, dentro questa intervista, qualcosa resta. Non l’assoluzione, non la redenzione facile, non il tentativo di trasformare Corona in ciò che non è. Resta piuttosto l’immagine di un uomo che per un attimo abbassa le armi e mostra la fatica di essere diventato Fabrizio Corona. Il figlio che sente ancora il padre accanto, il padre che parla di Carlos come di un dono, l’uomo che teme il vuoto più della guerra, il personaggio che ha bisogno di una notizia come altri hanno bisogno d’aria. Forse è questo il punto: Corona non chiede di essere capito. Ma quando smette per un momento di attaccare, diventa impossibile non guardarlo.







