Sabrina Salerno racconta il tumore al seno: «Sentivo quella cosa dentro». E dopo quarant’anni Sexy Girl fa ancora tremare il palco

Sabrina Salerno

Sabrina Salerno ha costruito una carriera intera trasformando il corpo in immagine, l’immagine in potere e il potere in sopravvivenza artistica. A quarant’anni da Sexy Girl, il brano inciso nel 1986 e prodotto da Claudio Cecchetto che la proiettò dentro l’immaginario pop europeo, la cantante è in Spagna per una tournée che attraverserà quasi tutta l’estate. Eppure, dietro la macchina perfetta della nostalgia anni Ottanta, dietro il pubblico che continua a cantare, fotografarla e seguirla, oggi Sabrina racconta qualcosa di più profondo: la consapevolezza di sé, la paura del tumore al seno, il rapporto con un corpo che non ha mai smesso di ascoltare.

«Pensi che io amavo il rock», confessa al Corriere della Sera. «Che ironia: sono diventata un simbolo del pop. Ma ero perfettamente consapevole del potere del mio corpo. Ho recitato la parte della bomba sexy perché sapevo che era parte integrante del personaggio». È una frase che ribalta il solito racconto pigro su Sabrina Salerno. Non una ragazza travolta dall’etichetta della sensualità, ma un’artista che ha capito presto le regole del gioco e ha deciso di usarle prima che fossero gli altri a usarle contro di lei.

Sabrina Salerno e il corpo come forza, non come condanna

La consapevolezza, racconta, è arrivata presto. Da ragazza ha imparato a riconoscere sguardi, commenti, insinuazioni. «Ho capito da giovanissima come funziona il mondo e in un certo senso se ancora oggi faccio concerti, si parla di me e ho una bella famiglia lo devo anche alla consapevolezza della mia immagine». Il corpo, dunque, non come prigione ma come linguaggio. Non come scandalo, ma come strumento. E oggi, a 58 anni, Sabrina rivendica con naturalezza anche un’altra conquista: la possibilità di mostrarsi senza dover chiedere scusa al tempo.

«Penso che il vero progresso culturale sia il fatto che il corpo esibito di una ultracinquantenne oggi non faccia più notizia», dice. E cita Jennifer Lopez, «bellissima», che canta e balla in abiti succinti, shorts e costumi ridotti senza che il pubblico debba per forza trasformare ogni centimetro di pelle in un processo. «Finalmente un corpo non più giovanissimo viene visto per quello che è, cioè in forma». È una piccola rivoluzione pop, ma anche una dichiarazione politica senza bisogno di slogan: il corpo femminile non scade a cinquant’anni, non si ritira, non deve sparire per educazione.

La rivalità con Samantha Fox era solo una montatura

Nel racconto torna anche uno dei tormentoni degli anni Ottanta: la presunta rivalità con Samantha Fox. Una sfida costruita più dai media che dalle protagoniste, alimentata dalla fantasia maschile e da un mercato discografico che amava mettere una contro l’altra due donne considerate simboli erotici della stessa stagione. Sabrina la liquida con ironia: «La rivalità era una montatura. Un giorno salutandoci dopo una chiacchierata, Sam mi ha congedata dicendo “Call Me, Sab” e io ho risposto “Call Me, Sam”. Tutto è cominciato lì». Altro che guerra tra dive. Bastò un gioco di parole per fabbricare un duello che probabilmente serviva più alle copertine che alle cantanti.

Il tumore al seno e quella paura sentita nel corpo

Poi l’intervista cambia tono. Dalla leggerezza del mito pop si passa alla parte più fragile, quella della malattia. Sabrina Salerno racconta la diagnosi di tumore al seno senza vittimismo, ma con una lucidità che colpisce. «Per un soffio ho evitato la chemioterapia, ho dovuto fare solo la radioterapia. Ma è stato uno choc». La frase più forte arriva quando ricorda i giorni della biopsia: «Quando sono andata a fare la biopsia, io mi sentivo “quella cosa” dentro. Avevo paura proprio perché ero certa».

È un passaggio potentissimo perché restituisce il rapporto quasi fisico, istintivo, che Sabrina dice di avere sempre avuto con sé stessa. «Vede, io sono abituata ad ascoltare il mio corpo, penso che sia una delle chiavi del rapporto perfetto che ho con lui. Non trascuro nulla». La cantante che per anni ha usato il corpo come immagine pubblica oggi lo racconta come alleato intimo, come sentinella, come luogo da rispettare prima ancora che da esibire.

Il marito Enrico Monti e l’amore nato in sala d’incisione

Accanto a lei, nei momenti più duri, ci sono stati il marito Enrico Monti e il figlio. Sabrina racconta di aver conosciuto Enrico «in sala di incisione», quasi a chiudere il cerchio tra vita privata e musica. Da lì è nato un legame che negli anni ha resistito alla fama, alle difficoltà e alla paura. «Sia lui che mio figlio alleggeriscono i miei momenti difficili. Specie dopo la diagnosi del cancro, sono stati loro a sorreggermi quando arrivavano le ondate di sconforto».

E forse è proprio qui che il racconto di Sabrina Salerno trova la sua forza migliore. Non nella nostalgia di Sexy Girl, non nella posa da icona anni Ottanta, non nella rivendicazione di un corpo ancora scenico e potente. Ma nell’immagine di una donna che ha attraversato il successo, i pregiudizi, la malattia e il tempo senza rinnegare nulla. Nemmeno la parte più esposta di sé.

A quarant’anni dal suo primo successo, Sabrina Salerno continua a salire sul palco e a farsi guardare. Ma oggi lo fa con una consapevolezza diversa: non per dimostrare qualcosa agli altri, ma perché quel corpo, dopo averla resa famosa, l’ha anche avvertita, protetta e riportata alla vita.