Trump prepara nuovi attacchi all’Iran, il Pentagono si mobilita: la guerra rischia di pesare sulle elezioni Usa e di cambiare la campagna di Netanyahu

Trump

Il rischio di una nuova guerra su larga scala contro l’Iran torna a incombere sul Medio Oriente, proprio mentre Stati Uniti e Israele si preparano ad affrontare due importanti appuntamenti elettorali. Secondo indiscrezioni attribuite a funzionari americani, il Pentagono avrebbe ordinato al Comando centrale delle forze armate statunitensi, il Centcom, di completare i preparativi per una possibile ripresa degli attacchi contro Teheran. Donald Trump non avrebbe ancora autorizzato alcuna operazione e non esisterebbe una data prestabilita, ma i vertici militari starebbero lavorando alle opzioni da sottoporre al presidente.

La coincidenza con il calendario elettorale rende la situazione particolarmente delicata. Negli Stati Uniti le elezioni di metà mandato sono fissate per il 3 novembre, mentre in Israele si voterà il 27 ottobre. Una nuova offensiva potrebbe modificare profondamente il dibattito politico nei due Paesi, con conseguenze difficili da prevedere. Per Trump, il rischio economico principale sarebbe un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio e dei carburanti. Per Benjamin Netanyahu, invece, un’escalation potrebbe riportare la sicurezza nazionale al centro della campagna elettorale, modificando le priorità del confronto con gli avversari.

Il Pentagono prepara l’attacco all’Iran

Secondo le informazioni emerse da fonti dell’amministrazione americana, il Pentagono avrebbe chiesto al Centcom di ultimare i piani operativi per una possibile campagna militare contro l’Iran. Tra gli obiettivi presi in considerazione figurerebbero infrastrutture energetiche, installazioni strategiche e siti collegati al programma nucleare iraniano. La preparazione di queste opzioni non equivale tuttavia a una decisione di attaccare, perché l’autorizzazione finale spetterebbe al presidente degli Stati Uniti.

Un funzionario del Dipartimento della Difesa ha ricordato che il compito dei militari consiste nel predisporre scenari e strumenti operativi da presentare alla Casa Bianca. Washington sostiene di trovarsi in una posizione di forza nei confronti di Teheran, anche per la pressione esercitata sull’economia iraniana e per la situazione nello Stretto di Hormuz. Rimane però aperto il nodo politico: una nuova offensiva potrebbe provocare rappresaglie iraniane, allargare il conflitto regionale e rendere ancora più difficile una soluzione diplomatica.

Trump e Netanyahu tornano a parlarsi

Le indiscrezioni sui preparativi militari arrivano dopo una riunione del gruppo per la sicurezza nazionale americana a Camp David. L’incontro, durato diverse ore, avrebbe affrontato anche l’eventualità di una ripresa delle operazioni contro l’Iran, mentre i negoziati tra Washington e Teheran rimangono bloccati. Il segretario di Stato Marco Rubio ha descritto la riunione come un confronto sulla strategia internazionale di lungo periodo, senza confermare che sia stata presa una decisione sull’impiego della forza.

Nel frattempo Trump ha ripreso i contatti diretti con Benjamin Netanyahu. I due leader si sono parlati due volte nel giro di pochi giorni, dopo un periodo caratterizzato da comunicazioni meno frequenti. La Casa Bianca ha riferito che uno dei colloqui ha riguardato anche il ricordo delle vittime degli attacchi del 7 ottobre. La ripresa dei contatti assume però un significato particolare nel contesto dei preparativi militari, considerando che un’eventuale nuova offensiva contro l’Iran potrebbe coinvolgere direttamente anche l’aviazione israeliana.

Petrolio e Stretto di Hormuz

Il principale rischio politico per Trump riguarda le conseguenze economiche di una nuova escalation. Un attacco contro le infrastrutture energetiche iraniane potrebbe provocare ulteriori tensioni sui mercati petroliferi, soprattutto se Teheran rispondesse colpendo installazioni regionali o traffici marittimi. Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più delicati della crisi, perché rappresenta un passaggio strategico per le esportazioni di petrolio e gas del Golfo Persico.

Un aumento prolungato del prezzo del greggio potrebbe tradursi in nuovi rincari dei carburanti americani, proprio mentre gli elettori si preparano al voto di novembre. Per la Casa Bianca sarebbe un problema da gestire insieme agli obiettivi militari e diplomatici. Non è però scontato che ogni nuova operazione produca lo stesso effetto sui prezzi: molto dipenderebbe dalla durata degli attacchi, dalla risposta iraniana e dalle eventuali interruzioni delle forniture energetiche.

Netanyahu e le elezioni israeliane

In Israele, l’eventuale ripresa della guerra avrebbe ripercussioni su una campagna elettorale ormai vicina alla conclusione. Netanyahu ha costruito una parte importante della propria linea politica sulla necessità di contrastare la minaccia iraniana. Una nuova operazione militare riporterebbe inevitabilmente al centro del confronto pubblico la sicurezza nazionale, il programma nucleare di Teheran e la capacità delle forze armate israeliane di rispondere agli attacchi.

Alcuni osservatori ritengono che un’escalation potrebbe restringere lo spazio del dibattito sulle questioni interne, modificando le priorità della campagna elettorale. Altri sottolineano invece i rischi di un nuovo conflitto, dalle possibili rappresaglie missilistiche alle conseguenze economiche e umane per la popolazione israeliana. Non esistono quindi elementi sufficienti per stabilire in anticipo quale effetto politico avrebbe una ripresa delle ostilità.

La decisione rimane nelle mani di Trump, che deve valutare insieme le opzioni militari, la possibilità di una soluzione negoziale e i rischi di una nuova guerra regionale. Per il momento il Pentagono prepara gli scenari, ma nessun ordine definitivo di attacco risulta annunciato. Il calendario elettorale aggiunge pressione a una scelta che, qualunque sia il suo esito, avrà conseguenze ben oltre Washington e Tel Aviv.