Vergogna America, torna il boia in piazza: Trump riporta gli Usa al Medioevo e la fucilazione in diretta diventa uno spettacolo per guardoni della morte

Ci sono notizie che suscitano indignazione. Altre che provocano disgusto. E poi ci sono quelle che ti fanno domandare in quale secolo siamo precipitati. Il governo degli Stati Uniti ha annunciato che la fucilazione di Nidal Hasan, responsabile della strage di Fort Hood, sarà pubblica e trasmessa in diretta streaming. Il 3 dicembre un plotone di soldati punterà i fucili contro un uomo condannato a morte e, secondo quanto comunicato dal Pentagono, chiunque potrà assistere allo spettacolo. Nel 2026, nell’America che si proclama guida del mondo libero, torna il boia in piazza. Soltanto che al posto del patibolo abbiamo una telecamera e, al posto della folla radunata davanti al condannato, milioni di potenziali guardoni della morte seduti davanti a uno schermo.

Non intendo spendere una sola parola per difendere Nidal Hasan. Nel 2009 ha ucciso tredici persone e ne ha ferite altre trentadue nella base militare di Fort Hood, in Texas. Ha commesso un crimine atroce. E non voglio neppure sottolineare in questo pezzo quanto io sia contrario alla condanna a morte. Ma proprio qui si apre la questione che dovrebbe indignare chiunque abbia ancora un’idea della differenza tra giustizia e vendetta. Da quando uno Stato ha bisogno di mostrare un uomo mentre muore per dimostrare la propria autorità? E soprattutto, quale società può considerare un progresso tecnologico la possibilità di assistere a un’esecuzione capitale dal proprio telefonino?

Il boia torna in piazza, ma questa volta ha una telecamera

Pete Hegseth, segretario alla Difesa dell’amministrazione Trump, ha spiegato che Hasan affronterà un plotone d’esecuzione composto da soldati e che la popolazione dovrà poter assistere. Il motivo? Far comprendere che esistono conseguenze gravi per determinati crimini. È la logica della punizione trasformata in rappresentazione pubblica, quella che per secoli ha riempito le piazze europee di spettatori accorsi per assistere alle impiccagioni, alle decapitazioni e ai supplizi.

Nel Medioevo e nei secoli successivi il potere utilizzava il patibolo anche come strumento di intimidazione collettiva. La folla guardava, il condannato moriva e l’autorità mostrava la propria forza attraverso il corpo del giustiziato. La modernità avrebbe dovuto insegnarci che la giustizia non ha bisogno di una platea per essere esercitata.

Invece eccoci qui, a discutere di una fucilazione che il Pentagono intende trasmettere in diretta. Non perché la pubblicità sia necessaria per accertare la colpevolezza, già stabilita da un tribunale, ma perché qualcuno ritiene utile trasformare l’ultimo istante di vita di un essere umano in un messaggio rivolto alla popolazione. La differenza rispetto alle esecuzioni di un tempo è soltanto tecnologica. Il principio rimane lo stesso: il potere mostra la morte e pretende che il pubblico impari la lezione.

L’America di Trump e la nuova frontiera dell’orrore televisivo

La decisione annunciata da Hegseth porta inevitabilmente la responsabilità politica dell’amministrazione Trump. Il segretario alla Difesa non è un commentatore televisivo che esprime un’opinione personale. È un rappresentante del governo americano che comunica una scelta destinata ad avere conseguenze enormi sull’immagine degli Stati Uniti e sul dibattito internazionale intorno alla pena capitale.

Da decenni le democrazie discutono della legittimità della pena di morte, dei rischi degli errori giudiziari e della dignità umana. Ora Washington aggiunge una domanda ancora più inquietante: è accettabile trasformare l’esecuzione di una sentenza in uno spettacolo pubblico?

Chi sostiene la pena capitale può rivendicare il diritto dello Stato di applicare una condanna prevista dalla legge. È una posizione che non condivido, ma che appartiene a un dibattito giuridico e morale preciso. Qui, però, siamo davanti a qualcosa di diverso. Non basta più uccidere il condannato: bisogna far vedere che lo si uccide. La morte diventa una dimostrazione, un evento da annunciare e trasmettere, un appuntamento al quale il pubblico viene invitato ad assistere.

È questa la scelta che trovo profondamente vergognosa. Non occorre provare alcuna simpatia per Hasan per rifiutare l’idea di una fucilazione trasformata in intrattenimento pubblico. Si può condannare senza esitazioni un assassino e, nello stesso tempo, considerare inaccettabile che lo Stato faccia della sua morte uno spettacolo.

I guardoni della morte: chi accenderà lo schermo per vedere un uomo fucilato?

C’è poi una questione della quale si parla troppo poco: il pubblico. Perché un’esecuzione in streaming presuppone qualcuno disposto a guardarla. Persone che si collegheranno per vedere soldati armati, un condannato davanti ai fucili e il momento in cui arriverà l’ordine di sparare.

Che cosa cercheranno in quelle immagini? Giustizia, vendetta, curiosità morbosa? Non possiamo conoscere le motivazioni di ogni spettatore, ma la decisione di trasmettere l’esecuzione offre deliberatamente al pubblico la possibilità di assistere alla morte di un uomo.

La tecnologia, che avrebbe dovuto ampliare l’accesso alla conoscenza, diventa così il mezzo per riportare nelle nostre case un rituale che appartiene alle pagine più buie della storia. La piazza del patibolo non ha più confini. Non servono biglietti, non occorre raggiungere il luogo dell’esecuzione. Basta una connessione Internet.

E mi domando quale valore educativo possa avere una simile rappresentazione. Davvero qualcuno pensa che guardare un uomo morire renda una società più giusta? Che la violenza commessa da un assassino trovi una risposta moralmente superiore quando lo Stato decide di esibire pubblicamente la propria?

L’Onu parla di tortura. E questa volta la parola pesa come un macigno

Le Nazioni Unite hanno reagito con una condanna durissima. Shabia Mantoo, portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, ha ricordato che il divieto assoluto di tortura proibisce le esecuzioni pubbliche. Secondo l’Onu, una simile procedura violerebbe il diritto alla vita e costituirebbe un trattamento crudele, inumano o degradante.

Non è una contestazione marginale. Le Nazioni Unite hanno utilizzato argomentazioni analoghe per denunciare le esecuzioni pubbliche in Afghanistan e in Iran. Ora la stessa questione riguarda gli Stati Uniti, una democrazia che rivendica un ruolo centrale nella difesa dei diritti e delle libertà.

Ed è proprio questo il paradosso più amaro. Quando un governo autoritario espone pubblicamente un condannato al momento dell’esecuzione, il mondo democratico denuncia la barbarie. Quando la stessa idea viene annunciata dal Pentagono, dovremmo forse considerarla una legittima dimostrazione di fermezza?

Il principio non cambia a seconda della bandiera. La dignità umana non può dipendere dalla nazionalità del condannato o dall’identità del governo che ordina l’esecuzione.

La giustizia non ha bisogno di spettatori. La vendetta sì

Nidal Hasan ha tolto la vita a tredici persone. Le loro famiglie hanno conosciuto un dolore che nessuna sentenza potrà cancellare. Meritano giustizia, rispetto e memoria. Ma trasformare la morte del responsabile in una trasmissione pubblica non restituirà loro ciò che hanno perduto.

Gli Stati Uniti hanno già eseguito trenta condanne capitali nel corso del 2026. L’ultima, in Texas, ha riguardato Jamaal Howard, giustiziato mediante iniezione letale. Prima di morire ha chiesto perdono ai familiari della vittima. Anche in quel caso lo Stato ha applicato una pena irreversibile, ma non ha trasformato l’esecuzione in un evento aperto al pubblico mondiale.

Con Hasan, invece, il Pentagono annuncia un salto ulteriore. Non più soltanto la pena di morte, ma la sua esposizione deliberata. Un gesto che, a mio giudizio, non dimostra la forza della giustizia americana, bensì la pericolosa confusione tra l’esercizio della legge e il desiderio di mostrare il potere di uccidere.

Non voglio vivere in un mondo nel quale la fucilazione di un uomo diventa un appuntamento da seguire in diretta. Non voglio che la tecnologia trasformi milioni di persone in spettatori di un patibolo. E non considero un segno di civiltà la decisione di riportare la morte nelle piazze, anche quando quelle piazze sono virtuali.

Il 3 dicembre, se l’annuncio del Pentagono troverà attuazione, il mondo avrà davanti a sé una scelta molto semplice: considerare quella diretta una dimostrazione di giustizia oppure riconoscere il ritorno di una pratica che avremmo dovuto lasciarci alle spalle da secoli.

Per quanto mi riguarda, la risposta è una sola. La giustizia non ha bisogno di guardoni. E uno Stato che mette in scena la morte di un uomo non diventa più autorevole: torna semplicemente a somigliare al boia che aspettava la folla sotto il patibolo.