Legge elettorale, Meloni incassa 227 sì: ora la sfida si sposta alla Consulta

Giorgia Meloni – Camera dei Deputati

ROMA – La Camera ha approvato definitivamente la nuova legge elettorale con 227 voti favorevoli e 164 contrari, al termine dello scrutinio segreto di giovedì 8 ottobre. Il voto chiude il percorso parlamentare del testo, dopo tre voti di fiducia, ma apre una fase nuova: al centro del confronto ci sono i 35 seggi al Senato e i possibili ricorsi delle opposizioni. Le contestazioni potrebbero portare alcune norme all’esame della Corte costituzionale.

Per Giorgia Meloni è un risultato politico importante. La presidente del Consiglio porta a casa la riforma sostenuta dalla maggioranza e supera anche il passaggio più incerto, quello nel quale i deputati potevano votare senza rendere pubblica la propria scelta. Il via libera, tuttavia, non equivale a una pronuncia sulla tenuta costituzionale delle nuove regole, né consente di anticipare quale sarà il sistema applicato alle prossime elezioni: il testo dovrà completare gli adempimenti istituzionali e le questioni annunciate dai ricorrenti restano tutte da valutare.

Legge elettorale, cosa prevede il premio di maggioranza

La riforma sostituisce l’attuale sistema misto con un impianto proporzionale corretto da un premio di governabilità. La lista o coalizione che ottiene più voti in entrambe le Camere e raggiunge almeno il 42 per cento può ricevere 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato, entro i tetti previsti dal testo: 220 deputati e 113 senatori, esclusi i parlamentari eletti all’estero. Se la soglia non viene raggiunta in uno dei due rami, oppure se Camera e Senato indicano vincitori diversi, i seggi sono distribuiti senza premio.

Il meccanismo conserva una combinazione di preferenze e capilista bloccati e prevede che le coalizioni indichino il candidato alla presidenza del Consiglio. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è favorire la stabilità degli esecutivi; per le opposizioni, invece, il sistema rischia di alterare il rapporto tra voti e seggi e di comprimere la rappresentanza. La nuova legge non modifica le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica nella nomina del governo.

I 35 seggi al Senato e il richiamo all’articolo 57

Il punto più discusso sul piano costituzionale riguarda il premio di 35 senatori. L’articolo 57 della Costituzione stabilisce che il Senato è eletto «a base regionale»: i critici della riforma si chiedono se un premio calcolato su base nazionale possa conciliarsi con quel criterio quando il risultato complessivo non corrisponde agli equilibri espressi nelle singole regioni.

È una questione interpretativa, non una bocciatura già pronunciata. La compatibilità del meccanismo dovrà essere valutata, se e quando la questione arriverà alla Consulta, alla luce del testo definitivo e delle modalità concrete di assegnazione dei seggi. I precedenti sulle leggi elettorali – dal Porcellum all’Italicum – mostrano che la Corte può intervenire su singole disposizioni senza necessariamente cancellare l’intero impianto, ma non permettono di prevedere l’esito di un eventuale giudizio su questa riforma.

I ricorsi annunciati e la possibile decisione a febbraio

Una rete di costituzionalisti e giuristi coordinata da Roberto Zaccaria, già presidente della Rai e docente di diritto costituzionale, ha annunciato ricorsi nei tribunali civili dopo l’entrata in vigore della legge. Le contestazioni riguarderebbero diversi aspetti del testo, tra cui le preferenze, le regole per la raccolta delle firme e l’equilibrio della rappresentanza. I promotori indicano una trentina di tribunali come possibili sedi delle iniziative.

Il percorso, però, non conduce automaticamente alla Corte costituzionale. I giudici ordinari dovranno prima valutare se le questioni siano rilevanti e non manifestamente infondate; solo un’eventuale ordinanza di rimessione aprirebbe il giudizio davanti alla Consulta. Zaccaria ha indicato febbraio 2027 come una finestra possibile per una pronuncia, ma la data dipende dai tempi dei ricorsi, dalle decisioni dei tribunali e dal calendario della Corte: non è una scadenza fissata né una decisione già attesa.

La possibilità di arrivare alla Consulta prima delle prossime elezioni mantiene dunque aperto il confronto sulle regole, ma al momento non cambia il risultato parlamentare appena maturato. La riforma è stata approvata; la sua applicazione e la tenuta dei singoli meccanismi restano questioni distinte, sulle quali potranno incidere soltanto i passaggi istituzionali successivi.

Schlein contesta il metodo e rilancia la sfida politica

La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha criticato il percorso seguito dalla maggioranza e ha sostenuto che il centrosinistra può vincere qualunque sia il sistema elettorale. Le opposizioni hanno contestato soprattutto il ricorso alle tre fiducie e la scelta di modificare le regole a ridosso della fine della legislatura, denunciando l’assenza di un confronto condiviso.

Il voto segreto ha consegnato a Meloni il risultato che cercava, ma non cancella le tensioni emerse durante l’iter né scioglie i dubbi sul premio al Senato. Il centrodestra dovrà ora misurarsi con le conseguenze politiche della riforma e con le iniziative annunciate dai ricorrenti; il centrosinistra, intanto, dovrà trasformare la protesta parlamentare in una proposta comune e decidere come affrontare la competizione elettorale.

La partita si sposta così dal tabellone di Montecitorio ai passaggi successivi: promulgazione, entrata in vigore ed eventuali giudizi davanti ai tribunali. I 227 sì chiudono il voto della Camera; non chiudono il dibattito su come quei 35 seggi del Senato potranno essere assegnati e su quali regole arriveranno davvero alle urne.

La Camera ha approvato la riforma con 227 voti favorevoli e 164 contrari. Per gli aggiornamenti sui possibili ricorsi e sui tempi della Consulta, leggi anche la ricostruzione sul possibile calendario dei ricorsi e consulta l’agenda dei lavori della Camera dell’8 ottobre.