Conte scopre le carte, Schlein non arretra: il voto in primavera accelera la resa dei conti nel campo largo

Elly Schlein Giuseppe Conte, Ipa @lacapitalenews

Il campo largo ha discusso per mesi di programmi, alleanze, veti e confini da allargare. Ora è arrivato al nodo che tutti conoscevano: chi sfiderà Giorgia Meloni per Palazzo Chigi? Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno cercato una via d’uscita riservata, ma senza successo. Il leader M5S ha rivelato di aver proposto alla segretaria dem un passo indietro comune. La guida della coalizione sarebbe stata affidata a una figura terza. Schlein ha rifiutato. Conte giudica «abbastanza probabile» il voto in primavera. La scelta della leadership, finora rinviabile, può diventare così una resa dei conti per tutto il centrosinistra.

La novità non è soltanto la possibile sfida tra Conte e Schlein alle primarie. La competizione era già nell’aria. Nei giorni scorsi, la segretaria dem aveva ricordato agli alleati che il Pd raccoglie quasi il doppio dei consensi del Movimento 5 Stelle. Il messaggio era chiaro: il principio «uno vale uno» non decide automaticamente la leadership. Prima dello scontro pubblico, però, Conte aveva tentato una mediazione. Era disposto a rinunciare alla candidatura, a condizione che Schlein facesse altrettanto.

Conte tenta l’ultima mediazione, Schlein chiude la porta

Conte ha raccontato il retroscena questa mattina a Coffee Break su La7. Ha confermato di aver incontrato da poco la segretaria del Pd. Le ha proposto che tutti i leader rinunciassero alla candidatura, anche per rispondere alle preoccupazioni di chi teme una competizione interna. La coalizione avrebbe così potuto affidarsi a una figura terza. Nessun nome era stato indicato. Secondo Conte, Schlein avrebbe escluso subito questa possibilità.

Il racconto di Conte completa quanto emerso sull’incontro riservato tra i due leader. La possibilità di un federatore esterno sarebbe stata valutata prima di arrivare alle primarie di coalizione. In assenza di un accordo, infatti, quella appare la strada più probabile. Schlein ha mantenuto una linea netta: la leadership spetta al partito con più consensi. Se gli alleati non condividono il criterio, saranno gli elettori del centrosinistra a scegliere ai gazebo.

Dal punto di vista del Pd, la posizione ha una logica precisa. Schlein guida il partito più forte dell’opposizione e non vuole rinunciare in anticipo a questo vantaggio. Accettare una figura terza significherebbe lasciare ad altri la guida della coalizione. Il Pd rischierebbe così di apparire indispensabile per costruire l’alternativa a Meloni, ma non abbastanza forte per guidarla.

Per Conte il ragionamento è opposto. Riconoscere la candidatura a Schlein in base ai rapporti di forza tra i partiti significherebbe accettare una subordinazione politica. Il Movimento 5 Stelle faticherebbe a spiegarla ai propri elettori. Da qui il tentativo di trovare una figura terza. Fallita la mediazione, Conte è pronto ad affrontare Schlein alle primarie.

Le primarie diventano una battaglia sulla leadership

È qui che cambia la natura della partita. Conte ha assicurato che il Movimento 5 Stelle sosterrà il vincitore delle primarie, chiunque sia. Ha richiamato la serietà della propria comunità politica. Così vuole escludere che una sconfitta ai gazebo porti alla rottura della coalizione. Le primarie, però, non sarebbero una semplice procedura per risolvere una disputa. Diventerebbero il primo confronto nazionale tra Conte e Schlein. Metterebbero anche a confronto due idee diverse di alternativa a Giorgia Meloni.

Il Pd parte dai numeri e dal peso elettorale della propria comunità. Ritiene che la guida della coalizione debba rispecchiare la forza dei partiti che la compongono. Conte può invece puntare sul proprio profilo personale, sui due passaggi a Palazzo Chigi e sulla capacità di parlare a elettori oltre il Movimento 5 Stelle. Una consultazione aperta potrebbe quindi misurare anche il consenso dei candidati, non soltanto quello dei partiti.

Intorno ai due leader resta un campo politico più ampio e ancora instabile. Alleanza Verdi e Sinistra guarda con diffidenza a una competizione che potrebbe accentuare le divisioni. Anche l’area riformista e centrista deve decidere se entrare nella coalizione e quali regole accettare. Le perplessità di alcuni alleati sulle primarie avevano alimentato la ricerca di una soluzione esterna. Il no di Schlein alla figura terza restringe ora lo spazio per una mediazione.

L’ipotesi del voto in primavera cambia il calendario

C’è poi la frase che sposta in avanti le lancette della politica. Conte considera «abbastanza probabile» un voto già in primavera. Con questa valutazione chiede agli alleati di accelerare. Prima va definito il programma, poi scelta la leadership. Il centrosinistra, sostiene, non può arrivare a ridosso della campagna elettorale ancora impegnato a discutere le regole delle primarie.

I fatti vanno distinti dalle valutazioni politiche. Al momento non c’è una decisione sullo scioglimento anticipato delle Camere. Il voto in primavera resta uno scenario evocato da Conte, non una data fissata sul calendario istituzionale. La sua dichiarazione cambia comunque il clima nel centrosinistra. La legge elettorale e i suoi effetti sulla scelta del candidato premier sono già entrati nella discussione. L’ipotesi di un election day a maggio alimenta la richiesta di accelerare su programma e leadership.

Il calendario trasforma così un problema politico noto in un’urgenza. Se la legislatura arrivasse alla scadenza naturale, ci sarebbe più tempo per trattare e cercare compromessi. Con un voto in primavera, invece, il campo largo dovrebbe definire il programma in pochi mesi. Dovrebbe chiarire i propri confini e il rapporto con l’area centrista. E dovrebbe scegliere chi presentare agli elettori come alternativa a Giorgia Meloni.

Il campo largo non può più rinviare la scelta

Fino a pochi giorni fa, la sfida poteva sembrare una prova muscolare. Schlein ricordava che il Pd vale circa il doppio del Movimento 5 Stelle. Conte rivendicava le primarie. La coalizione rinviava la decisione e cercava di tenere insieme le differenze. Ora sappiamo che Conte aveva provato a superare lo scontro proponendo che nessuno dei due corresse per Palazzo Chigi.

Schlein ha scelto di non accettare la proposta. Rinunciare alla leadership significherebbe privare il Pd del vantaggio politico costruito finora. Conte, constatata l’impossibilità di una mediazione, sembra pronto a giocare la partita sul terreno indicato dalla segretaria dem.

Conte e Schlein indicano il programma come il passaggio da completare prima della scelta dei nomi. Ma la leadership non può più essere tenuta separata dal resto. Il campo largo deve dimostrare di poter stare insieme contro Meloni. Deve anche decidere chi lo guiderà, evitando che le primarie consumino la coalizione che dovrebbero legittimare.

Una figura terza avrebbe permesso di aggirare il problema. Il no di Schlein lo ha riportato al centro del tavolo. Se il voto in primavera evocato da Conte diventasse uno scenario concreto, il tempo delle tattiche finirebbe. Prima di provare a battere Giorgia Meloni, il centrosinistra dovrebbe scegliere chi avrà il mandato e il peso politico per sfidarla.