Ci sono momenti in cui il lessico della diplomazia, di solito calibrato, prudente, persino ovattato, smette di essere soltanto forma e diventa sostanza politica. L’incontro tra Sergio Mattarella e Volodymyr Zelensky al Quirinale appartiene esattamente a questa categoria. Perché nelle parole pronunciate dal presidente della Repubblica non c’è soltanto la conferma di una linea internazionale già nota. C’è anche qualcosa di più: la riaffermazione, limpida e senza infingimenti, di un principio che in Italia continua a essere insidiato da troppe ambiguità.
Mattarella con Zelensky
“Le ribadisco che l’Italia sarà sempre al fianco dell’Ucraina”. Mattarella sceglie una formula semplice, ma di quelle che non lasciano scampo a interpretazioni creative. E la rafforza subito dopo, riconoscendo agli ucraini una “grande resistenza” condotta “con eroismo”. È un doppio messaggio. Da un lato a Kiev, naturalmente, che riceve dal Colle una conferma politica e morale piena. Dall’altro lato a casa nostra, dove da mesi, anzi da anni, una parte del dibattito pubblico tenta di sfumare responsabilità, attenuare l’aggressione russa, spostare il fuoco dalle vittime agli alibi degli aggressori.
Il presidente ucraino arriva al Quirinale dopo aver incontrato Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Mattarella lo accoglie in un clima cordiale, ma soprattutto con una fermezza che non concede spiragli al lessico del cedimento. Non c’è neutralismo possibile, non c’è equidistanza elegante che tenga, non c’è quel solito rifugio verbale in cui l’invasore e l’invaso finiscono confusi in una generica invocazione alla pace. Il capo dello Stato ricorda invece il punto essenziale: l’Italia sostiene l’Ucraina perché lì si difendono la sovranità territoriale, il diritto internazionale, la legalità tra le nazioni.
Un messaggio politico anche per i filoputiniani italiani
È qui che il discorso diventa inevitabilmente interno. Perché ogni volta che Mattarella parla in questi termini, a qualcuno in Italia fischiano le orecchie. A chi continua a raccontare la guerra come se fosse il frutto di una fatalità geopolitica e non di una precisa aggressione russa. A chi usa il pacifismo come una coperta lessicale sotto cui nascondere indulgenze sempre rivolte nella stessa direzione. A chi, mentre le città ucraine vengono bombardate e le infrastrutture civili distrutte, riesce ancora a trovare tempo e zelo per diffidare più di Zelensky che di Putin.
Non serve fare nomi per capire il bersaglio politico di un’affermazione così netta, anche se i riferimenti sono fin troppo riconoscibili. In questi anni la galassia dei filoputiniani nostrani, espliciti o mimetizzati, ha provato in ogni modo a scavare sotto il consenso italiano a favore di Kiev. A volte con l’argomento della stanchezza, altre con quello del realismo, più spesso con il consueto repertorio di accuse rivolte all’Occidente, alla Nato, all’Europa, a tutto tranne che al Cremlino.
Mattarella, invece, fa esattamente l’opposto. Togliendo ogni alibi lessicale, rimette al centro la realtà: c’è un Paese aggredito e uno aggressore. E la pace, se vuole essere qualcosa di più di una parola buona per i talk show, deve fondarsi “sul rispetto del diritto internazionale e della sovranità territoriale”. Tradotto: non esiste una pace giusta che premi chi ha invaso, occupato, distrutto.
Il Quirinale e Palazzo Chigi parlano la stessa lingua sull’Ucraina
Un altro elemento importante dell’incontro è il pieno allineamento tra Quirinale e governo sul dossier ucraino. Mattarella lo sottolinea anche ricordando a Zelensky che la presidente del Consiglio gli ha certamente confermato il “sostegno pieno dell’Italia” e che lui quella fermezza la condivide “pienamente”. In una stagione politica segnata spesso da frizioni, distanze e doppi registri, sul punto decisivo dell’aggressione russa c’è dunque un’identità di vedute che pesa.
Alla presenza del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, il colloquio affronta anche i nodi più concreti: la resilienza energetica dell’Ucraina, colpita duramente durante l’inverno dagli attacchi russi alle strutture civili; il pacchetto finanziario europeo da 90 miliardi di euro; il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca; il percorso di adesione di Kiev all’Unione europea. Non è solo una visita simbolica, dunque, ma un confronto che tocca dossier decisivi per la tenuta materiale e politica dell’Ucraina.
Il nodo energetico e il peso dell’inverno sotto le bombe
Zelensky racconta a Mattarella il volto più duro della guerra: quello di un inverno affrontato sotto i bombardamenti, con la Russia che prende di mira le infrastrutture civili ed energetiche per piegare la popolazione. È una guerra che non colpisce soltanto le linee del fronte, ma le case, le centrali, gli ospedali, la possibilità stessa di vivere. Una strategia che il presidente ucraino e il capo dello Stato definiscono, senza giri di parole, crudele.
Il ringraziamento di Zelensky all’Italia per l’aiuto al settore energetico ucraino durante il periodo più difficile non è una formula di circostanza. È il riconoscimento di un sostegno concreto, misurabile, che si affianca a quello politico. E insieme c’è l’apprezzamento per la posizione “incrollabile e di principio” di Mattarella. Due aggettivi che fotografano bene la cifra del presidente: non una solidarietà occasionale, ma una coerenza mantenuta anche quando il costo politico di certe parole, in un Paese pieno di ambiguità interessate, poteva sembrare alto.
Mattarella, bersaglio di Mosca perché non arretra di un millimetro
Non è un caso che proprio per questa sua postura il capo dello Stato sia finito un anno fa nel mirino della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zacharova. Quando il Cremlino sente il bisogno di colpire verbalmente una figura istituzionale straniera, di solito lo fa perché quella figura ha tenuto una linea che dà fastidio, che non si presta a torsioni propagandistiche, che non si lascia intimidire.
Ed è esattamente ciò che Mattarella continua a fare. Lo ha ribadito anche un’ora dopo l’incontro con Zelensky, ricevendo una rappresentanza dell’Aeronautica militare per il 103esimo anniversario della fondazione: l’obiettivo è contribuire al “ripristino della legalità internazionale” nel rispetto reciproco tra le nazioni e nella ricerca di una ritrovata coesione. Ancora una volta, nessuna parola sfuggente. Nessuna indulgenza verso chi immagina che la stabilità possa essere ricostruita sacrificando il diritto.
Alla fine, è questo il punto politico vero della giornata al Quirinale. Mattarella non si limita a ricevere Zelensky. Rimette una linea di confine nel dibattito italiano. Da una parte c’è chi considera l’Ucraina una causa giusta perché riguarda la libertà di un popolo e le regole minime della convivenza internazionale. Dall’altra c’è chi continua a cercare scappatoie, scuse, zone grigie. Il presidente della Repubblica, con la sobrietà che gli è propria, ha scelto ancora una volta da che parte stare. E lo ha fatto in modo così chiaro che, per qualcuno, dev’essere stato impossibile far finta di niente.







