Per oltre sessant’anni la morte di Marilyn Monroe ha alimentato teorie, sospetti e leggende. Dall’ipotesi del suicidio fino alle accuse di omicidio orchestrato per coprire i suoi presunti rapporti con il presidente John Fitzgerald Kennedy, il decesso della diva più famosa di Hollywood ha generato una quantità infinita di ricostruzioni alternative. Ora però una nuova ricerca rischia di cambiare radicalmente la narrazione che accompagna la scomparsa dell’attrice americana. A cento anni esatti dalla nascita di Marilyn Monroe, il biografo britannico Andrew Wilson sostiene di avere trovato documenti che escluderebbero l’assassinio e indicherebbero invece una causa molto più semplice e drammatica: un errore medico.
La prescrizione che cambia tutto
Monroe morì il 4 agosto 1962 nella sua casa di Los Angeles. La versione ufficiale parlò di suicidio provocato dall’assunzione di una combinazione letale di farmaci, tra cui il barbiturico Nembutal e il sedativo cloralio idrato. Per decenni il suo medico personale, Hyman Engelberg, negò però di aver mai prescritto il cloralio idrato alla star. Secondo quanto racconta Wilson nel nuovo libro dedicato all’attrice, una prescrizione datata giugno 1962 e firmata proprio da Engelberg dimostrerebbe invece il contrario. Il documento emergerebbe dagli archivi consultati dal biografo durante le sue ricerche e metterebbe in discussione le dichiarazioni che il medico rese negli anni successivi alla morte della diva.
L’ipotesi della negligenza
Wilson non parla di complotti né di omicidi politici. La sua ricostruzione punta piuttosto verso una grave negligenza professionale.
Il medico avrebbe prescritto due farmaci che non avrebbero dovuto essere assunti contemporaneamente. Una combinazione estremamente pericolosa, soprattutto per una paziente fragile come Marilyn Monroe, già segnata da depressione, insonnia cronica e un consumo massiccio di medicinali. Secondo il biografo, negli ultimi mesi di vita l’attrice avrebbe ricevuto oltre ottocento dosi di farmaci diversi, una quantità impressionante che racconta il livello di sofferenza psicologica e fisica vissuto dalla star. Wilson ipotizza inoltre che Engelberg, travolto da problemi personali e da una difficile separazione coniugale, possa avere sottovalutato i rischi delle prescrizioni effettuate.
Le ombre dell’ultima notte
Restano comunque alcuni aspetti che continuano ad alimentare interrogativi. La governante della diva chiamò lo psichiatra Ralph Greenson dopo aver trovato la porta della camera chiusa a chiave. Lo specialista entrò rompendo una finestra e trovò Marilyn senza vita sul letto. Greenson avvisò Engelberg, che arrivò poco dopo e constatò il decesso. Secondo le ricostruzioni dell’epoca trascorse però quasi un’ora prima che qualcuno informasse la polizia. Un ritardo che per decenni ha alimentato sospetti e teorie alternative. Wilson ritiene tuttavia che quel comportamento possa essere spiegato dal panico e dal tentativo di comprendere cosa fosse realmente accaduto, piuttosto che da una presunta operazione di copertura.
Il complotto Kennedy perde forza
Le nuove rivelazioni rappresentano un duro colpo soprattutto per le teorie che collegano la morte di Marilyn Monroe alla famiglia Kennedy.
Per anni libri, documentari e inchieste non ufficiali hanno sostenuto che l’attrice fosse diventata scomoda a causa delle sue relazioni sentimentali con John Fitzgerald Kennedy e con il fratello Robert. Secondo Wilson, però, nessun documento emerso negli archivi supporta concretamente queste ipotesi. A cento anni dalla nascita della diva, la spiegazione più plausibile potrebbe quindi essere anche la più tragica: non un complotto internazionale, ma una catena di errori, fragilità e farmaci che trasformò una delle donne più celebri del Novecento in una vittima della propria vulnerabilità.







